La Sicilia e i depuratori, una storia di mancanze e inefficienze

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

La Sicilia e i depuratori, una storia di mancanze e inefficienze

Per il Decreto Legislativo n.152 del 2006 tutti gli insediamenti superiori a 2.000 abitanti, devono essere dotati di reti fognarie attraverso le quali raccogliere gli scarichi delle acque reflue. Gli scarichi devono rispettare gli obiettivi di qualità dei corpi idrici e quindi devono essere sottoposti per l’abbattimento degli inquinanti ad un trattamento appropriato in un impianto di depurazione prima dello sversamento nel corpo di destinazione.

Il trattamento chimico, fisico e biologico e devono produrre un prodotto finale che immessi nell’ambiente rispetti i valori limite stabiliti per legge. Di più. Il D.Lgs 152/2006, norme in materia di ambiente, stabilisce che il “Servizio Pubblico Integrato” è l’insieme dei servizi pubblici di captazione, adduzione e distribuzione di acqua ad usi civili, di fognatura e di depurazione delle acque reflue la cui gestione deve essere improntata secondo i principi di: Efficienza, Efficacia, ed Economicità, nel rispetto delle normative comunitarie e nazionali.

Lo schema prevede una gestione integrata per:

– ACQUEDOTTO: captazione, adduzione e distribuzione delle risorse idriche per utenze domestiche, utenze pubbliche (ospedali, caserme,scuole, stazioni ecc), utenze commerciali (negozi, alberghi, ristoranti, uffici ecc), utenze agricole, utenze industriali (quando queste non utilizzino impianti dedicati)
– FOGNATURA:raccolta e convogliamento delle acque reflue nella pubblica fognatura;
– DEPURAZIONE:trattamento mediante impianti di depurazione delle acque reflue scaricate nella pubblica fognatura.

In Sicilia è Siracusa la provincia ad avere il primato di mare inquinato e non balneabile, con circa 90 km, seguita da Palermo con 56 km, Messina con 29 km, Caltanissetta con 16, Trapani con 13 km, Catania con 11 km, Agrigento con 8 km e chiude Ragusa con 4 km, secondo i dati forniti nel 2013 dall’assessorato regionale all’ambiente, che ci dice che 227 km di costa è off limits, su più di 1300 km. di costa. Il capoluogo dell’Isola si sviluppa su di un tratto di mare di 25 km, dei quali 17, pari a poco meno del 70% non sono balneabili, a causa principalmente dell’inquinamento e per la presenza del porto, la cantieristica e di altre attività.

Nell’insieme della provincia di Palermo, con una costa lunga circa 150 km, si segnala un miglioramento in termini percentuali, ma presenta un dato assai preoccupante in termini assoluti, con ben 56 km di mare non è balneabile, al quale bisogna aggiungere i tratti di costa non raggiungibili a causa della“privatizzazione” di significative porzioni di costa. Il mare di Palermo è inquinato principalmente a causa di un inadeguato sistema fognario e dal parziale mancato collegamento con gli impianti depurativi, che a loro volta, non sono al top delle capacità depurative. Va segnalato inoltre, un diffuso smaltimento abusivo dei reflui nel sottosuolo e un inquinamento dei fiumi e dei torrenti che attraversano il territorio della provincia di Palermo.

Si segnalano alcuni dati positivi come quelli di Catania, che al netto delle aree del porto e della stazione, presenta un mare del tutto balneabile, come pure ritroviamo nella stessa condizione ottimale, le città di Trapani e di Ragusa.

I motivi dell’inquinamento sono dovuti principalmente alla mancanza o carenza di depurazione delle acque reflue. Negli ultimi anni sono stati investiti ben 392 milioni per gli impianti di depurazione in Sicilia, regione in cui sono stati previsti 387 depuratori, un numero abnorme, di cui 321 sono attualmente in funzione, con una capacità di copertura di reflui prodotti pari al 52% della popolazione residente e con una capacità di depurazione ottimale di soli 12 impianti. Con una disponibilità di risorse per più di 1 miliardo, da utilizzare per gli impianti , che restano nel cassetto della regione.

Questa situazione, oltre a determinare la procedure d’infrazione da parte dell’Europa, che ha condannato l’Italia, e la Sicilia è stata indicata come una delle regioni responsabili dell’inosservanza delle direttive europee. La sanzione è pesante, se non ci si adegua al più presto: la penalità prevista va da un minimo di circa 12.000 euro a un massimo di 715.000 euro per ogni giorno di ritardo nell’adeguamento; oltre a una somma forfettaria calcolata sulla base del Pil, e alla possibile sospensione di finanziamenti europei, fino all’attuazione della sentenza.

Oltre i tratti balneabili di mare, lungo la costa siciliana si segnala una preoccupante riduzione delle spiagge dovuta ai fenomeni erosivi, dovuti all’atavica incapacità gestionale degli enti locali, a cui si sommano tutta una serie di attività “lecitamente” autorizzate o abusive: lo sversamento incontrollato di sostanze inquinanti, il furto di sabbia, di ghiaia e inerti lungo le coste e alvei dei fiumi.
I fenomeni erosivi e di degrado della costa, causati da interventi eseguiti nell’entroterra sui bacini idrografici alimentatori, hanno determinato conseguenze sulla configurazione dei litorali dell’Isola, in quanto hanno comportato la sottrazione di materia prima, ossia di inerti, dal bilancio sedimentario costiero. Tra questi interventi vi sono le dighe e gli sbarramenti lungo i corsi d’acqua, le sistemazioni idrauliche forestali di ampie aree del territorio.

Le strutture di regimazione e laminazione delle piene, il consolidamento di versanti su larga scala, la sottrazione di idrica per bacini per usi irrigui e/o potabili, il prelievo di inerti dagli alvei e l’urbanizzazione in prossimità delle aste fluviali. Infine, gli interventi realizzati lungo la costa o nelle aree vicine, quali porti ed approdi, lo sviluppo di insediamenti abitativi costieri, i movimenti di terra, colmate e discariche in zone litoranee, le infrastrutture lungo e intra la costa, il regresso posidonieto che aggrava l’asportazione invernale dei sedimenti che non vengono sostituiti nelle altre stagioni. Queste opere hanno causato l’intercettazione del carico solido trasportato, l’immobilizzazione artificiosa della fascia litorale non più libera di evolversi naturalmente, l’irrigidimento delle linea di riva non più in grado di smorzare l’intensità del moto ondoso, a volte anzi esaltata dall’effetto di riflessione conseguente e anche il pericolo di frane di detrito.

Il regresso delle posidonie che svolgono una funzione barriera alla correnti essenziale per trattenere la sabbia, è dovuto agli ancoraggi, all’inquinamento e alla posa di infrastrutture. Tale fenomeno si aggrava per l’asportazione invernale dei sedimenti che non vengono sostituiti nelle altre stagioni. Le posidonie svolgono una funzione di barriera alla correnti essenziale per trattenere la sabbia, mentre la ricostruzione di una prateria di posidonia può avvenire in 10 anni circa per quella di sabbia ci vogliono secoli.
Per allentare la pressione antropica sulle coste siciliane, in cui vivono i quattro quinti della popolazione, è necessario, oggi più che nel passato, attuare una seria politica di tutela dei territori costieri compresi almeno nella fascia entro i 2.000 metri dalla linea di battigia marina, e dei territori costieri compresi nella fascia entro i 500 metri dalla linea di battigia marina, con particolare riguardo ai compendi sabbiosi e dunali.

In una situazione così articolata e complessa non è pensabile che si possano adottare interventi pensando che esista “una soluzione”, ma vi sono diverse iniziative da mettere in campo: dal rifacimento delle reti, alla manutenzione degli invasi e delle reti, compreso l’aumento della risorsa idrica disponibile attraverso l’uso integrato e il riuso delle acque depurate.

Il completamento di alcune opere rappresenta un’altra delle questioni da affrontare con grande saggezza, valutando, con grande cautela, la possibilità del completamento di queste opere, prevedendo alcuni interventi di rinaturazione di alcune aree e l’eliminazione di quelle parti inutili ed eccessive di queste opere dimensionando le alla reale portata della fluenza delle acque.

Altro aspetto importante per fronteggiare l’emergenza idrica riguarda la possibilità di rinvenimento di nuove risorse idriche per la nostra regione. Non sono stati fatti studi sistematici di tutto il territorio siciliano per individuare nuove sorgenti. Andrebbero immediatamente individuate quelle sorgenti vicine alle reti attuali in modo da rendere rapida l’interconnessione. Bisognerà poi realizzare la mappatura completa delle acque sotterranee e pianificare la gestione di queste risorse per immetterle nel circuito della fruizione pubblica, dopo aver stimato la quantità sostenibile di emunzione.

Come pure sarà necessario proseguire nell’opera di riduzione dei consumi, degli sprechi e dei prelievi illegali, per gestire l’acqua come un bene comune e limitato in modo da offrire soluzioni durature ai problemi di approvvigionamento. Occorre creare una cultura delle risorse ambientali scarse ed irregolari, in cui questa scarsità non sia determinata solo dalla reale assenza delle risorse, ma anche e soprattutto dall’opportunità di conservarla e gestirla equamente riducendo l’impatto socioeconomico ed ecologico dei prelievi. E’ necessario, infine, uscire dal reticolo delle frammentazione cheoggi determina solo delle diseconomie.

La mancanza di una sufficiente disponibilità idrica in Sicilia per gli usi:civili, agricoli e industriali, dipendedalla scarsa quantità di precipitazioni e da una carente gestione acquedottistica.
Il volume annuo di precipitazioni in Italia è di circa 300 miliardi di mc. Il 40%si concentra nelle regioni settentrionali, il 24% in quelle meridionali, il 22%in quelle centrali e l’11% circa in quella insulare. La metà circa di queste precipitazioni (il 45%) non si trasforma in deflussi superficiali, e quindi in risorse disponibili, a causa delle evaporazioni e delle perdite. Il deflusso totale al netto d’evaporazioni ed evapotraspirazioni è stimato in circa 20 miliardi di mc., i deflussi sotterranei naturali e lo stato delle infrastrutture idriche riduce ad un terzo circa la quantità d’acqua realmente utilizzabile, e cioè circa 7 miliardi di mc. Questa notevole differenza di disponibilità della risorsa idrica è anche il riflesso da una diversa distribuzione stagionale delle precipitazioni durante l’anno

Nell’Isola, soprattutto nei mesi estivi, ormai da decenni, almeno la metà della popolazione non riceve acqua sufficiente. Ciò avviene non solo per la carenza della risorsa idrica, ma anche per un uso irrazionale delle acque e per una inadeguata gestione; basti pensare agli usi impropri dell’acqua pregiata e allo spreco derivante dalle perdite degli acquedotti (50% circa) o ai limiti d’invasamento delle acque per la mancanza di manutenzioni e per il mancato utilizzo completo degli invasi. Inoltre,sono utilizzati sistemi irrigui poco efficaci e poco attenti allo spreco:infatti non venendo riutilizzate per usi irrigui le acque depurate (già oggi si potrebbero riutilizzare in agricoltura circa 150 milioni di mc. di reflui depurati), ben il 70% dei prelievi idrici è utilizzato dall’agricoltura. Gli acquedotti in Sicilia sono più di 400, la carenza d’approvvigionamento riguarda il 50% della popolazione ed è dovuta all’estrema frammentazione dell’offerta,all’obsolescenza della rete acquedottistica, ai precari sistemi di potabilizzazione, ad una rete fognaria che copre il 65% del territorio della regione, ad impianti di depurazione mal funzionanti, precari e che depurano solo il 20% dei reflui. La carenza e/o lo scarso funzionamento dell’impiantistica depurativa (impianti e fognature) è aggravata dall’inquinamento diffuso dei suoli causati dalle attività agricole e da discariche in uso o non più in uso (1.000 circa) che vedono numerosi corpi idrici, sia superficiali sia sotterranei in condizioni precarie.

L’emergenza idrica di diverse aree della Sicilia non è, e non deve essere vista come una fatalità transitoria , ma è solo la punta di un iceberg prodotto anche da condizioni climatiche che tendono a peggiorare e che non appaiono congiunturali, condizioni ambientali del suolo sempre più precarie e un sistema organizzativo carente, dispendioso e inefficiente. La cementificazione degli alvei dei fiumi e la rettificazione dei corsi d’acqua hanno impoverito la falda limitando le capacità naturali di ricarica, in un contesto in cui il sottosuolo siciliano è particolarmente adatto a fungere da serbatoio naturale. La falda acquifera, oggi, è gravemente compromessa anche a causa della cementificazione incontrollata nelle aree urbane sempre più ricoperte di cemento e di asfalto e di un’assenza di strategie volte alla tutela dei corpi idrici, dei punti di ricarica e alla gestione ponderata e pubblica dell’acqua del sottosuolo.

Dicevamo della cementificazione degli alvei fluviali, della cementificazione del corso dei fiumi e di come questa favorisca lo straripamento durante le piene ed impedisca il ricaricamento delle falde. Inoltre i brevi ma violente “bombe d’acqua” causano inondazioni disastrose, seguite da disseccamento delle falde;bisogna anche ricordare che quasi tutti i corsi d’acqua della Sicilia interessati dal fenomeno delle rettificazioni e cementificazioni si trovano ora in condizioni particolari di carenza idrica.
A questo si aggiunga un’industrializzazione dell’agricoltura che ha causato altri danni alle risorse idriche, attraverso l’attività dei trattori che favorisce l’erosione e la perdita di suolo agricolo. L’asportazione del materiale organico dal suolo e l’utilizzo eccessivo di fertilizzanti inorganici finiscono per impedire al suolo la capacità di far filtrare le acque e quindi raggiungerei terreni più profondi. La conseguenza è l’inaridimento della falda e il depauperamento della vegetazione arborea della regione. A tale condizione si potrebbe sopperire in parte con l’utilizzo del compost prodotto da rifiuti, mala Sicilia per via di una gestione dei rifiuti incentrata sulle discariche, non può tamponare l’erosione del suolo con questa buona pratica.
La situazione quindi si evolve verso un progressivo inaridimento che renderà la Sicilia sempre più invivibile dal punto di vista geo-socio-ambientale se si considera che ormai da parecchi anni le precipitazioni nell’Isola sono inferiori anche a quelle della Tunisia.

La Sicilia, nonostante l’autonomia, è l’unica regione italiana a non essere dotata di una propria legge per la tutela del mare e della costa e, inoltre, a non avere una strategia organica per la tutela del territorio e dei corpi idrici di superficie e sotterranei.

Francesco Cancellieri, Centro Educazione Ambientale Messina per greenreport.it - See more at: http://www.greenreport.it/news/acqua/la-sicilia-e-depuratori-una-storia-di-mancanze-e-inefficienze/#sthash.z4n2N3rS.dpuf

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