La linearità dei predoni - di Piero Bevilacqua

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Fino a oggi l’Expo di Milano, che aprirà i bat­tenti nella pros­sima pri­ma­vera, ha atti­rato l’attenzione del pub­blico ita­liano e inter­na­zio­nale per gli epi­sodi di cor­ru­zione legati alla costru­zione dei suoi edi­fici e spazi espo­si­tivi. Poco o nulla sui con­te­nuti che dovreb­bero ani­mare la mostra. Eppure l’Expo dovrebbe riguar­dare, oltre al cibo, l’agricoltura, pro­blema rile­van­tis­simo in tempo di crisi. In que­sto 2015, che sarà l’anno del suolo, si dovrebbe anzi ricor­dare che non c’è agri­col­tura senza terra. E qual­cuno ha comin­ciato a farlo, pren­dendo sul serio l’occasione dell’Expo per ren­dere popo­lari que­sti temi presso il largo pub­blico e le nuove gene­ra­zioni.
A gen­naio, a Firenze, su ini­zia­tiva di Van­dana Shiva, l’associazione Nav­da­nya inter­na­tio­nal, pre­sie­duta da Caro­line Loc­kart, ha orga­niz­zato un semi­na­rio sul tema del suolo, con stu­diosi di varie disci­pline e nazio­na­lità. L’incontro aveva una fina­lità edi­to­riale: pre­pa­rare un Mani­fe­sto — simile a quelli sui Semi, o sulla Cono­scenza, che negli anni pas­sati sono cir­co­lati a Terra madre, a Torino — inti­to­lato Terra viva. Il suolo come bene comune.

Il dibat­tito di que­sti giorni ha fatto emer­gere un ori­gi­nale qua­dro inter­pre­ta­tivo dell’attuale stato di disor­dine dell’economia mon­diale. L’economia, non sol­tanto quella agri­cola, si fonda su un ori­gi­na­rio misco­no­sci­mento: il suolo è valu­tato come un con­te­ni­tore vuoto che si può riem­pire a pia­ci­mento. Ma esso è un orga­ni­smo vivente, è un eco­si­stema su cui si basa la vita sulla terra. Un bene scarso e non facil­mente rige­ne­ra­bile e distri­buito in modo dise­guale. Lo sanno milioni di con­ta­dini nel mondo che ne hanno troppo poco per sfa­mare i loro figli, che se lo vedono sot­trarre dalle atti­vità mine­ra­rie o dall’avanzare del cemento. In Ita­lia ce ne ram­men­tiamo quando le allu­vioni scon­vol­gono città e ter­ri­tori ricor­dan­doci che le piante pro­teg­gono dall’erosione, che i campi verdi sono spu­gne che assor­bono la vio­lenza dell’acqua pio­vana. Ma i suc­cessi dell’agricoltura indu­striale hanno creato l’illusione dell’onnipotenza tec­no­lo­gica. Le alte rese che si sono rea­liz­zate nelle agri­col­ture occi­den­tali, soprat­tutto a par­tire dagli anni 50 del Nove­cento, hanno radi­cato l’idea che tutto è pos­si­bile, indi­pen­den­te­mente dal suolo, dalla natura e dai suoi equilibri.

Anche il favore di cui godono le piante Ogm presso alcune figure ed ambiti scien­ti­fici è fon­dato su que­sta illu­sione tec­no­lo­gica. Eppure abbiamo dati che mostrano la fra­gi­lità di que­sta pre­sun­zione. I suc­cessi dell’agricoltura indu­striale, l’abbondanza di cibo a prezzi con­te­nuti delle nostre società opu­lente sono solo in parte dovuti all’innovazione tec­no­lo­gica. O per meglio dire, l’innovazione tec­no­lo­gica è parte di un para­digma più com­ples­sivo in cui il ruolo gigan­te­sco che svolge la natura viene can­cel­lato. Pen­siamo all’innovazione gene­tica nel campo dei semi. Come ha ricor­dato di recente Ema­nuele Ber­nardi ne Il mais “mira­co­loso” (Carocci, 2014), gra­zie al piano Mar­shall gli Usa intro­du­cono in Ita­lia e nelle cam­pa­gne euro­pee i semi di mais ibrido, che hanno suc­cesso per la loro ele­vata pro­dut­ti­vità, Quel mais, natu­ral­mente, met­terà ai mar­gini e farà scom­pa­rire tutte le varietà locali, con i loro carat­teri spe­ciali, e soprat­tutto costrin­gerà gli agri­col­tori a com­prare ogni anno i semi per la semina. Ma il suc­cesso del mais ibrido non è merito esclu­sivo dell’innovazione genetica.

I rac­colti più abbon­danti si otten­gono se si usano abbon­dan­te­mente i con­cimi chi­mici, l’acqua, poi i pesti­cidi, i diser­banti che le cor­po­ra­tion ame­ri­cane pro­dur­ranno con ritmo cre­scente tro­vando nelle cam­pa­gne euro­pee un mer­cato ster­mi­nato. I semi ibridi sono stati il cavallo di Troia per scal­zare un modello seco­lare di agri­col­tura. Ma ciò che è rima­sto a lungo nasco­sto è che il mira­colo dei semi era dipen­dente dal cre­scente uso della con­ci­ma­zione chi­mica. Lo sto­rico fran­cese Paul Bai­roch, ha rico­struito le stu­pe­fa­centi cifre sta­ti­sti­che che sve­lano l’arcano della nostra pro­spe­rità ali­men­tare. Tra i primi del 900 e il 1985 i ren­di­menti del grano sono cre­sciuti nei vari paesi d’Europa di 3 o 4 volte. Ma nello stesso periodo il con­sumo di fer­ti­liz­zanti chi­mici nelle cam­pa­gne della Ger­ma­nia è aumen­tato 9 volte, 17 volte in Ita­lia, 20 in Spa­gna, Quella fer­ti­lità non veniva dai suoli d’Europa, ma dai fosfati estratti in Marocco o nelle isole del Paci­fico, dall’azoto pro­dotto indu­strial­mente col petro­lio pom­pato in qual­che angolo del mondo. L’intero modello della nostra eco­no­mia estrat­tiva, lineare, che con­suma una volta per tutte, senza nulla resti­tuire alla terra, è nelle poche cifre for­nite dal geo­logo ame­ri­cano D. A. Pfeif­fer nel sag­gio Eating fos­sil fuels (2006).
Negli anni in cui si rea­lizza la cosid­detta rivo­lu­zione verde, tra il 1950 e il 1985, la pro­du­zione mon­diale del grano cono­sce un incre­mento che sarebbe sciocco non con­si­de­rare senza pre­ce­denti. Essa aumenta del 250%. Ma il con­sumo di ener­gia fos­sile negli stessi anni tocca un picco di aumento del 5.000%. L’incremento di pro­du­zione e l’innovazione tec­no­lo­gica di tutto il set­tore (con­cimi, mac­chine, pom­pag­gio dell’acqua, diser­banti, pesti­cidi) si sono fon­dati su un con­sumo gigan­te­sco di ener­gia, sulla dis­si­pa­zione di risorse non rige­ne­ra­bili del suolo e del sottosuolo.

Tale eco­no­mia lineare svela oggi i suoi limiti e annun­cia le sue minacce. Il suolo fer­tile comin­cia ad appa­rire scarso, scom­pare la falsa infi­nità della natura ed ecco esplo­dere il feno­meno del land gra­bing. Milioni di ettari di terra, dell’Africa, del Bra­sile, del Viet­nam ven­gono acca­par­rati non solo dalla Cina, ma anche dagli Emi­rati Arabi, dalla Corea del Sud, dall’Arabia Sau­dita. L’eterno impe­ria­li­smo si riaf­fac­cia in nuove forme e ali­menta scon­tri tri­bali, atten­tati, guerre. Oggi appaga il senso comune e l’ipocrisia dell’Occidente ricon­durre i san­gui­nosi con­flitti in corso alle divi­sioni reli­giose. Non solo si dimen­tica il fana­ti­smo dell’Occidente, chia­mato cre­scita, ma non si vuol vedere che quello san­gui­na­rio — spe­cu­lare — è il tra­ve­sti­mento ideo­lo­gico con cui il mondo degli scon­fitti dà senso alla sua ribel­lione. Il fondo nasco­sto delle guerre sta nel fatto che l’economia lineare avanza in forme pre­da­to­rie. Lo svi­luppo, la cre­scita eco­no­mica, vanno divo­rando le risorse del pia­neta e un numero troppo grande di uomini e donne ne riceve solo danni. La cre­scita della popo­la­zione, nel qua­dro del sistema domi­nante, pre­para con­flitti di inim­ma­gi­na­bile vio­lenza.
Occorre dun­que rove­sciare il para­digma, fon­dato sul suc­cesso dei risul­tati imme­diati e sulla can­cel­la­zione delle fonti ori­gi­na­rie della ric­chezza. La sto­ria dell’economia con­tem­po­ra­nea è infatti fon­data su una suc­ces­sione stra­ti­fi­cata di occul­ta­menti. L’agricoltura nasconde lo sfrut­ta­mento dell’energia fos­sile alla base dei suoi suc­cessi pro­dut­tivi, l’industria cela le immense quan­tità di mate­ria e risorse tra­sfor­mate in merci, la finanza mette in ombra l’economia reale esal­tando la cre­scita dei suoi ren­di­menti vir­tuali. Ma l’intera eco­no­mia nel suo com­plesso nasconde che il punto di par­tenza di tutto è la terra, il suolo.

Scopo del Mani­fe­sto Terra viva è dun­que mostrare la via dell’economia cir­co­lare. La Terra è un sistema chiuso. Occorre resti­tuire quello che le si sot­trae. L’agricoltura non può con­ti­nuare all’infinito a sur­ro­gare la fer­ti­lità del suolo con la con­ci­ma­zione chi­mica. Già essa con­tri­bui­sce per circa il 40% al riscal­da­mento cli­ma­tico. Men­tre è noto che la con­ser­va­zione della fer­ti­lità del suolo gioca un ruolo rile­vante nella cat­tura del car­bo­nio e dun­que nella ridu­zione dei gas sera. Occorre incre­men­tare la nuova agri­col­tura già all’opera, non solo in cam­pa­gna, ma anche in città. Impian­tare orti e alberi nelle aree dismesse, nelle peri­fe­rie, nei ter­razzi, nei giar­dini. E occorre ripor­tare alla terra i resi­dui della nostra cucina, gli scarti orga­nici della vita cit­ta­dina, ridando fer­ti­lità senza ricor­rere alla chi­mica. In que­sto esem­pio di eco­no­mia cir­co­lare, aumento della fer­ti­lità e della ric­chezza, rispar­mio ener­ge­tico, dimi­nu­zione della dis­si­pa­zione sono tutt’uno. Per que­sta via l’agricoltura bio­lo­gica, fon­data sulle pic­cole aziende, non è solo un set­tore eco­no­mico che dà cibi più sani e rispet­tosi dell’ambiente, ma costi­tui­sce un fram­mento di eco­no­mia cir­co­lare a cui tutti i cit­ta­dini pos­sono con­cor­rere, gra­zie alla sele­zione dei pro­pri rifiuti, rico­no­scen­dosi — com’è stato per secoli per milioni di cit­ta­dini d’Italia e del mondo — come i fer­ti­liz­za­tori del suolo da cui pro­viene il cibo che essi non producono.

Fonte: Il Manifesto

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