L'intesa economico-strategica tra Cina e Iran - di Priscilla Inzerilli

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

L'intesa economico-strategica tra Cina e Iran - di Priscilla Inzerilli

L’interesse cinese nei confronti del Medio Oriente ha origini relativamente recenti, se paragonate allo storico coinvolgimento degli USA nei confronti del mondo arabo e delle relative problematiche geopolitiche ad esso connesse. La Cina, ormai confermatasi potenza globale con la sua irresistibile ascesa economica e la sua crescente assertività militare, ha fatto sì che Washington iniziasse a volgere la sua attenzione a Est, individuando nel Dragone non solo il principale ostacolo per quello che riguarda la felice realizzazione del cosiddetto “pivot”, o perno asiatico, ma anche una potenziale minaccia nei confronti della credibilità della diplomazia statunitense in Medio Oriente.

I paesi con cui la Cina ha intrapreso le relazioni di tipo economico e strategico più significative sono paesi come l’Arabia Saudita (tuttora la principale fonte di importazioni di greggio per la Cina), l’Iraq, l’Oman e l’Iran. L’incremento della domanda cinese di energia, in particolare per quanto riguarda “l’oro nero”, ha fatto sì che essa figuri ormai tra i principali importatori di petrolio del mondo. Le importazioni cinesi di greggio da parte dei principali paesi fornitori (Arabia Saudita, Angola, Russia, Oman, Iraq, Iran, Venezuela, Emirati Arabi, Colombia e Kuwait) hanno coperto l’83% del totale delle importazioni nei primi dieci mesi del 20141.

Per quanto riguarda le forniture dal Medio Oriente, esse sono cresciute del 9,66% nei primi dieci mesi del 2014, toccando il picco di 131.81 milioni di tonnellate2. Tuttavia, la solida influenza americana in tale area (in particolare per quanto riguarda il Regno di Arabia Saudita) e la necessità di instaurare una più solida partnership strategica, oltre che economica, ha fatto sì che Pechino puntasse essenzialmente sulla Repubblica Islamica per realizzare il suo personale “perno” nell’area mediorientale.

Nel 1994 l’Iran aveva rifornito la Cina solo per l’1% delle sue importazioni totali di petrolio. Dieci anni dopo, nel 2004, i due paesi avevano firmavano un memorandum di cooperazione energetica bilaterale, e nel 2007 Teheran figurava come il principale partner commerciale di Pechino in Medio Oriente. I due paesi avevano stipulano diversi accordi non solo nel petrolifero ma anche per quanto riguarda il gas naturale e gli appalti per la costruzione di infrastrutture. In tali accordi era previsto l’acquisto da parte della Cina di 10 milioni di tonnellate di petrolio iraniano per i successivi 25 anni. I lavori di estrazione nell’area dello Yadavaran, nel Kurdistan iraniano, in cui si era impegnata la SINOPEC, avrebbero incrementato del 50% la disponibilità di petrolio importato in Cina. Un’ottima occasione anche per la Repubblica islamica di ricevere aiuto cinese in termini di investimenti in tecnologie e know how3.

Le importazioni cinesi di greggio dall’Iran (attualmente pari al 6% delle sue importazioni totali)4 nel mese di ottobre 2014 sono cresciute del 35,5% rispetto all’anno precedente, per un corrispettivo di 1,44 milioni di tonnellate, una media 340.027 barili al giorno5.

La fondamentale alleanza con l’Iran rientra nel più ampio quadro degli interessi della Cina in Medio Oriente, che vedono lo sviluppo di programmi di differenziazione e interdipendenza energetica e di partnership strategica come il pilastro dell’impegno cinese nell’area MENA (Middle East and North Africa); impegno peraltro decisamente ben visto dagli Stati del Golfo, anche nella prospettiva di un ribilanciamento della presenza americana nella regione.

Se è vero che la partnership energetica, militare e geostrategica tra il Dragone e la Repubblica Islamica rappresenta in tal senso una vera e propria sfida per Washington e per gli interessi americani in Medio Oriente (costringendosi a premere ancora di più su alcuni storici alleati nella regione, come Israele); al tempo stesso va considerato che proprio il legame tra Pechino e Teheran può rappresentare un’opportunità per gli USA, che sanno di poter sfruttare l’influenza cinese sull’alleato per realizzare un’azione di contenimento, o per garantire comunque un certo grado di trasparenza, nei confronti del programma di proliferazione nucleare iraniano.

Le importazioni cinesi di greggio, complice anche la rivoluzione dello shale gasUSA, secondo dati preliminari forniti dalla General Administration of Customs, avrebbero effettuato il “grande sorpasso” nei confronti degli Stati Uniti, che hanno perso il primato di prima potenza importatrice di petrolio nel mondo. L’Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA) stima che nei prossimi cinque anni la metà della crescita globale della domanda di petrolio sarà sostenuta dalla sola Cina.

La cooperazione tra Cina e Iran ha registrato un picco notevole negli ultimi anni, soprattutto dal punto di vista degli scambi commerciali e in particolare nell’ambito del settore energetico. Il partenariato economico tra l’Iran e la Cina è sostenuto prevalentemente dal crescente fabbisogno della Cina – pur senza arrivare a parlare di vera e propria dipendenza – nei confronti delle risorse energetiche dell’Iran, in particolare quelle petrolifere. Questi stessi rapporti di natura economica rivestono anche un ruolo strategico fondamentale, in quanto forniscono al regime iraniano uno scudo nei confronti delle sanzioni internazionali. Se infatti la Cina non è strettamente dipendente dalle forniture iraniane per la sua sicurezza energetica (così come risulta invece dall’Arabia Saudita), è possibile al contrario affermare che la Repubblica Islamica dipenda strettamente da Pechino per la propria “sicurezza” politica ed economica. Basti pensare che la China North Industries Group, un grosso produttore di materiale bellico, figura tra i principali “buyer” del greggio iraniano6.

La Cina negli ultimi anni si è configurata tra i principali esportatori di beni e servizi verso l’Iran, fornendo tra l’altro conoscenze tecnologiche nel campo dello sviluppo e della modernizzazione delle infrastrutture (ponti, dighe, ferrovie e gallerie). Ma rilevante è soprattutto il ruolo della Cina quale fondamentale acquirente del petrolio iraniano, nonostante il “tarlo” delle sanzioni. Da terzo esportatore mondiale di greggio verso la Cina, l’Iran si è visto ridurre il proprio “traffico” petroliero di circa il 20%, passando dai 555.000 barili al giorno nell’anno 2011 ai 439.000 barili al giorno nell’anno 2012. Tra il 2012 e il 2013, il greggio iraniano costituiva appena l’8% delle importazioni cinesi di greggio, crollando al sesto posto in coda a Angola, Arabia Saudita, Oman, Iraq e Russia7. Ciò accadde in seguito a una disputa contrattuale tra la cinese SINOPEC e la compagnia petrolifera iraniana di bandiera (invero risolta già nella metà del 2012); ma lo “stop” (seppur parziale) di Pechino nei confronti del greggio iraniano fu dovuto principalmente alla necessità di mantenere le buone relazioni diplomatiche con gli USA e con l’Europa, e di adeguarsi alla politica sanzionista nei confronti del regime iraniano e del suo programma nucleare.

Questa politica di “adeguamento parziale” da parte della Cina nei confronti delle sanzioni imposte dalla comunità internazionale si era già resa evidente verso la fine degli anni ’90, quando l’élite politica cinese, preoccupata per un eventuale deteriorarsi dei rapporti con Washington, diede un freno alla cooperazione con l’Iran, per poi riallacciare quasi immediatamente, tra il 1999 e i primi anni del 2000, nuove e ancor più solide relazioni, dando dimostrazione evidente della crescente assertività di Pechino e della sua sempre più scarsa considerazione nei confronti delle critiche americane verso i suoi legami con il regime. In quel periodo, l’interruzione delle relazioni cooperative riguardò non tanto il settore commerciale, quanto quello relativo al programma missilistico e nucleare, entrambi campi in cui la Cina ha abbondantemente fornito il proprio contributo, attraverso il trasferimento di componenti bellici e know-how tecnologico. La RPC fu infatti un prezioso fornitore di hardware militare per l’Iran durante la guerra con il regime di Saddam Hussein, vista la mancanza di appoggio da parte delle potenze occidentali e la relativa indifferenza della Russia. Si ritiene che la vendita e il trasferimento di materiale bellico avvenisse, e avvenga tutt’ora, per vie terze – attraverso la Corea del Nord ad esempio – per un ammontare (non verificabile con certezza) da un minimo di 4 miliardi di dollari a un massimo di 10 miliardi di dollari. Esempi di tecnologia balistica antinave come quella delNasr (del tutto simile al C-704 cinese), o di altre serie missilistiche a corto raggio (Oghab e Nazeat) e lungo raggio (Shahab 3.13), portano un’impronta di fabbricazione cinese (dal design alla tecnologia) spesso più che evidente 8.

Per quanto riguarda invece il programma nucleare iraniano, l’apporto cinese sarebbe stato, in linea di principio, orientato verso l’aspetto civile di quest’ultimo, fornendo il proprio supporto nel processo di esplorazione, estrazione e arricchimento dell’uranio; così come nella fornitura di tecnologia e macchinari, nonché nella formazione stessa di personale qualificato iraniano operante nel settore dell’ingegneria nucleare.

È da notare che questa dinamica della “doppia diplomazia” cinese viene attuata in maniera analoga anche nei confronti di un altro scomodo attore come la Corea del Nord, le cui relazioni economiche con Pechino rimangono relativamente salde grazie ai sofisticati sistemi con cui vengono pressoché regolarmente aggirate le sanzioni contro Pyongyang. Nel caso dell’Iran, sia la Cina sia l’India sono state recentemente oggetto di accuse per un presunto tentativo di aggiramento illegale delle sanzioni imposte sul petrolio iraniano. La Repubblica Sslamica e i due Paesi asiatici si sarebbero infatti accordati per scambiare il petrolio iraniano con valute locali ma anche con prodotti alimentari (come frumento e farina di soia) e altri beni di consumo. Una strategia che incoraggerebbe forme di pagamento e l’utilizzo di canali non ortodossi, definita da Kenneth Katzman, analista del Congressional Research Service di Washington, con la formula “junk-for-oil”9.

Le relazioni tra Cina e Iran iniziano ad assumere un carattere significativo solo a partire dalla rivoluzione del 1979, con l’esilio dell’ultimo Shah della monarchia Pahlavi e l’instaurazione della Repubblica Islamica, che i vertici della RPC si affrettarono prontamente a riconoscere e a supportare attivamente, attraverso accorte manovre diplomatiche unite a un concreto supporto logistico, come accadde durante la guerra tra Iran e Iraq, con l’acquisto da parte dell’Iran di armamenti “made in China”. Le relazioni tra i due “regni eremiti” (entrambi orientati verso un ostinato isolamento politico e geografico nei confronti degli USA e dei suoi partner occidentali) conobbero un nuovo slancio tra la fine degli anni Ottanta e l’inizio degli anni Novanta. Accantonati gli entusiasmi rivoluzionari, entrambi i Paesi iniziarono a concentrarsi sul processo di modernizzazione dei rispettivi apparati militari e sulla ricostruzione economica. In questo periodo, la Cina si trasformò da grande esportatore di petrolio a Paese importatore; fatto che accrebbe l’importanza dell’Iran come partner commerciale. Dal punto di vista politico, il supporto da parte dell’Iran nei confronti della repressione dei movimenti cinesi pro-democrazia, saliti agli onori della cronaca internazionale in seguito ai fatti di piazza Tien’anmen, e le sempre maggiori pressioni da parte degli USA per far sì che in entrambi i Paesi venissero rispettati le libertà fondamentali e i diritti umani, fecero sì che le relazioni tra i due alleati si rinforzassero ulteriormente.

Quella del nucleare iraniano rimane però una questione centrale nei rapporti tra la Cina e l’Iran, che costringe di volta in volta la Cina ad assumere una posizione “dinamicamente” accondiscendente nei confronti del sanzionismo euro-americano; assumendo però allo stesso tempo il ruolo di unico mediatore credibile verso Teheran, proprio in quanto suo alleato. È proprio il ruolo della Cina, nella sua duplice veste di Paese membro del Consiglio di Sicurezza dell’ONU e al tempo stesso partner storico di Teheran, a determinare un complesso equilibrio di potere; in un “braccio di ferro” diplomatico in cui le reciproche posizioni si presentano in maniera tutt’altro che definita.

Nel corso del round negoziale, svoltosi a Vienna nella seconda metà dello scorso giugno, tra la Repubblica Islamica dell’Iran e il gruppo dei P5+1, è emersa ancora una volta la difficoltà nel definire un vero e proprio accordo sul controverso programma nucleare iraniano. I termini dell’intesa, a cui le parti erano pervenute durante gli ultimi colloqui, non sono infatti riusciti a soddisfare completamente le aspettative e gli obiettivi più ambiziosi a cui aspiravano i rappresentanti dei Paesi membri permanenti del Consiglio di Sicurezza.

Secondo l’accordo, di natura provvisoria, sottoscritto dall’Iran lo scorso novembre 2013, quest’ultimo si sarebbe dovuto impegnare a bloccare il livello di arricchimento dell’uranio al di sopra del 5%, a riconvertire le scorte già presenti di uranio arricchito al 20% in ossido e a non dotarsi di nuove centrifughe e di nuovi impianti di arricchimento. Inoltre, lo stesso accordo prevede un’intensificazione delle ispezioni da parte dell’Agenzia internazionale per l’energia atomica (AIEA), in attesa del raggiungimento di un accordo definitivo. In cambio, l’Iran avrebbe beneficiato del “rilassamento” di parte delle sanzioni imposte dai membri della comunità internazionale. A rendere difficoltoso l’avanzamento dei negoziati (la cui prossima tornata era stata rimandata all’inizio del mese di luglio) è la riluttanza da parte di Teheran, che non sembra disposta a concedersi ad un accordo di natura definitiva, a meno che non vengano revocate le sanzioni, come affermato dal Ministro degli Esteri iraniano, Mohammed Javad Zarif, lamentando inoltre un’eccessiva pressione da parte di alcuni Paesi. Lo stesso Ayatollah Ali Khamenei si era premurato di evidenziare che il programma nucleare iraniano fosse orientato verso “scopi puramente civili”, rimarcando il principio secondo cui la detenzione di armi di distruzione di massa come la bomba atomica rappresenta, dal punto di vista della giurisprudenza islamica, e come chiarito anche dalle parole dell’ Ayatollah Khamenei, “un grande peccato”.

È pur vero che il supporto militare che la Repubblica islamica ha fornito contro l’Isis nel Kurdistan iracheno e il sostegno al regime di Assad in Siria contro le forze jihadiste sunnite, ha avuto l’effetto di allargare notevolmente il margine negoziale di Teheran, che ha recentemente incassato una seppur parziale “vittoria”, guadagnando un’ulteriore proroga dei negoziati, pur definendosi pronta a raggiungere «un’intesa definitiva entro il 1 luglio 2015».

Risulta difficile fare considerazioni nette sulle reali intenzioni che hanno guidato la politica cinese verso il supporto al programma nucleare iraniano, dal momento che i più evidenti interessi legati all’accrescimento dei profitti e delle relazioni diplomatiche non escludono a priori un interesse strategico nei confronti di un Iran dotato di una tecnologia nucleare, in grado di esercitare un potere deterrente nei confronti delle forze militari convenzionali statunitensi e di mantenere un sostanziale equilibrio di potere nella regione del Golfo. Si pensi a quanto Pechino abbia spinto per l’ingresso dell’Iran nel cosiddetto “Patto di Shangai”, ovvero la Shanghai Cooperation Organization(SCO)10, interpretabile sia come una strategia di contrasto nei confronti degli USA, che come una maniera di esercitare un controllo “soft” sulle posizioni di Teheran nei confronti della questione nucleare.

La Cina è ben consapevole della rilevanza del proprio ruolo mediatore, dal momento che il mantenimento di un equilibrio diplomatico tra l’alleato mediorientale e il “blocco” delle democrazie occidentali (con particolare riferimento agli USA) è di vitale importanza per gli interessi economici e strategici di Pechino nella regione, nonché ai fini della conservazione della propria posizione all’interno della comunità internazionale. In tal senso, le mosse di Pechino non sono da relegare all’ambito del mero equilibrismo diplomatico, ma è importante riconoscergli un vero e proprio ruolo mediatore, senza il quale il rischio di escalation di tensione politica – in mancanza di un comune interlocutore dal peso politico rilevante, quale è appunto la Cina – rischierebbe di diventare più rapido e reale di quanto farebbe altrimenti.

La cooperazione energetica e i rapporti commerciali tra Cina e Iran finiscono perciò per assumere i connotati di una vera e propria relazione di tipo strategico, definita da una serie di interessi geopolitici comuni, come il tentativo di tutelare il proprio sistema politico (radicato nella tradizione dei regimi autoritari) dalla diffusione delle istanze democratiche di stampo occidentale, e dallo sforzo di limitare l’influenza degli Stati Uniti in Medio Oriente. In tale quadro, la questione delle sanzioni e della posizione della Cina nei confronti dello sviluppo del programma nucleare iraniano costituisce il fattore di maggiore problematicità per il raggiungimento di un accordo definitivo tra Teheran e i P5+1; ma rappresenta, allo stesso tempo, un fattore equilibrante nei confronti di possibili escalation di tensione diplomatica tra le parti in gioco.

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NOTE:

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