Insediamento di Sergio Mattarella al Quirinale: e perché Riina no? - di Massimo Fini

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Insediamento di Sergio Mattarella al Quirinale: e perché Riina no? - di Massimo Fini

Dopo aver detto di primissima mattina alle suorine della chiesa dei Santi Apostoli “Pregate per me affinché io sia uno strumento per il Bene”, dichiarazione che si addice più a un Papa che al Presidente della Repubblica di uno Stato laico, il primo atto politico di Sergio Mattarella è stato di invitare Silvio Berlusconi alla solenne cerimonia di insediamento, dicendosi, attraverso le parole di uno dei membri del suo staff, Gianfranco Astori, “felice” di poter incontrare il Detenuto. E allora perché no a quelli che marciscono nelle galere di Regina Coeli o di San Vittore o di Sollicciano? Una giornata d’aria, sia pur fra i polverosi stucchi del Quirinale, gli farebbe sicuramente bene.
Particolarmente costernato per questa discriminazione è apparso Totò Riina, i mafiosi sono o no dei ferventi cattolici (anche Bernardo Provenzano, sia pur immobilizzato nel suo letto di dolore e guardato a vista da una decina di poliziotti perché sottoposto tuttora al 41 bis, benché paralizzato, attraverso una particolare mimica facciale ha fatto sapere ai suoi affiliati il proprio disappunto)? La prossima cerimonia di insediamento facciamola all’Ucciardone, sarebbe più consona a un Parlamento pieno zeppo di condannati e di inquisiti. In questo caso, poiché il nuovo Presidente è di Palermo, sarebbe stato più comodo per tutti. Va “de plano” che un Presidente della Repubblica non dovrebbe invitare detenuti al Quirinale.

Dovrebbe anzi tenersene alla larga (caso mai potrebbe andare pietosamente a trovarli a Cesano Boscone mentre infliggono barzellette ai vecchietti che, per quanto in stato di avanzata ateriosclerosi, ne rimangono affranti). Il primo gesto “politico” di Sergio Mattarella, l’uomo dalla “schiena dritta”, ci fa capire ciò che ci dobbiamo aspettare. Potrebbe persino passare, senza che l’“integerrimo” abbia un sussulto, quel codicillo 19 bis che sancisce la depenalizzazione non solo per i reati di evasione ma anche per quelli di frode fiscale se queste non superano il 3% dell’imponibile (è bene ricordare che la frode fiscale, per cui è stato condannato Berlusconi, si distingue dalla semplice evasione perché presuppone una serie di marchingegni per gabbare il Fisco). Che la frode fiscale rientrerà nel codicillo 19 bis lo ha già dichiarato senza pudore la ministra Maria Elena Boschiin un’intervista all’Arena. Che è ciò che interessa sul serio Berlusconi, perché gli ridà l’agibilità politica, ed è il vero nocciolo del cosiddetto e per niente misterioso “patto del Nazareno”. Insomma la solita legge “ad personam”. Tutto “come prima, più di prima” come cantava Tony Dallara nel 1958, quando governava ancora la cara e mai troppo rimpianta “vecchia Dc” che certe cose inaudite (nel senso letterale di “mai udite prima”) non le aveva e non le avrebbe mai permesse.

Massimo Fini (Il Fatto Quotidiano, 3 febbraio 2015)

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