Il futuro ha un seme antico - di Marcella Danon

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Il futuro ha un seme antico - di Marcella Danon

Quanto più le radici di un albero affondano in profondità nel terreno tanto più in alto potranno elevarsi le sue fronde, in sicurezza. Questa è la metafora che ci deve accompagnare nella progettazione della nostra evoluzione come civiltà e come specie sulla Terra.

Se riassumessimo i 5 miliardi di anni di vita del nostro Pianeta Terra in 24 ore, il genere Homo – con le specie habilis, erectus, neanderthalensis, sapiens – apparirebbe solo mezzo minuto prima della mezzanotte e gli ultimi 5000 anni di storia documentata occuperebbero quattro millesimi di secondo.

Le centinaia di migliaia di generazioni di esseri umani che hanno preceduto la manciata di generazioni dei tempi cosiddetti moderni (sono solo 250 le generazioni degli ultimi 5000 anni di storia conosciuta) , hanno sempre vissuto strettamente a contatto con la natura, con culture caratterizzate da un senso di rispetto, gratitudine, riverenza e, in alcuni casi, anche timore delle forze primordiali degli elementi. Civiltà intere sono state disegnate dai ritmi di vita di lavoro, di celebrazione, in sintonia con le stagioni, con i cicli del sole e della luna. Sia le culture nomadi – legate alle migrazioni degli animali e alla ricerca di pascoli e acque fresche – sia quelle contadine, ancora più dipendenti dai cicli di vita di piante e animali.
Le civiltà urbane sono quelle che hanno cominciato a perdere la relazione con i ritmi della Terra creando ecosistemi protetti in cui, col progredire delle conoscenze scientifiche e tecnologiche, poter gestire in autonomia la propria esistenza indipendentemente dallo scandire del tempo e delle stagioni. Questa presunta autonomia – presunta perché cibo e materie prima continuano a pervenire dal mondo naturale – si è tradotta nell’illusione di poter vivere senza la natura e nella perdita di connessione con la propria origine più profonda, con la propria lontana, me neppure tanto, parentela con il resto della creazione.
Una visione limitata e ristretta delle radici della nostra specie che si è tradotta in una visione ridotta della nostra identità personale. I bambini che crescono in città imparano che il latte viene dal frigorifero e la frutta dal supermercato, senza sviluppare senso di gratitudine nei confronti di ciò che permette loro di crescere e prosperare; i ragazzi che vanno a scuola e sono considerati dall’istituzione scolastica solo come “teste” da riempire di nozioni, non imparano nulla sull’arte delle relazioni… con se stessi, con gli altri, con la vita stessa; gli adolescenti che hanno a diposizione per incontrarsi soltanto discoteche rumorose, avvertono un vuoto giusto che spesso cercano di riempire in modo sbagliato. Mancano tutti, o quasi, di contatto con una parte profonda e autentica si se stessi, quella più legata all’istinto, all’emozione, al senso di compartecipazione, all’empatia, all’intuizione, alla riverenza per la vita, al senso stesso della propria esistenza.
Anche se la società, attualmente, ancora non ci aiuta a riconnetterci con la nostra più ampia natura di “terresti”, la spinta riconoscere le nostre radici, le nostre origini condivise con altre creature sulla Terra, è forte e viva dentro di noi. In Ecopsicologia si chiama Inconscio ecologico, il sociobiologo Edward Wilson la chiama biofilia, Jeremy Rifkin coscienza biosferica… in tanti ormai cercano di risvegliarci alla nostra più profonda, ricca e preziosa natura. Recuperando le nostra radici – personali, culturali, evolutive, terresti – ci apriamo a una visione della vita più ampia e attingiamo a un bacino di risorse immense e dimenticate: Mettiamo “i piedi per terra” rispetto ai voli pindarici di visioni che pretendono di disegnare l futuro dell’uomo senza prendere in considerazione il resto dell’ecosistema, come se noi fossimo qualcosa distaccato e di diverso dal mondo di cui siamo parte.
“Non possiamo pensare alla sopravvivenza e al futuro dell’essere umano senza prendere in considerazione quello dell’intero pianeta”, insegna l’Ecopsicologia, “la capacità di disegnare e realizzare futuri sostenibili è strettamente connessa all’acquisizione di una più ampia, concreta conoscenza di base su chi siamo, da dove veniamo e come il nostro operato impatta sull’ecosistema”. Quando ci saremo riconnessi alle nostre radici – e questo vale sia per l’umanità intera come specie, che per la qualità dell’esistenza di ogni singolo individuo – allora potremo ergerci verso l’alto, alla scoperta e invenzione di nuovi possibili futuri, per noi e per la vita in evoluzione di cui siamo un’avanguardia a nome del bioma intero, del pianeta di cui siamo parte, non più solo per noi. Solo un albero con radici profonde può innalzarsi verso il cielo.


Fonte: Ecologia profonda

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