I travagli dei trent`anni - di Franzina Ancona

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Difficile trovare nel teatro contemporaneo italiano una commedia che macini decenni, scavalchi addirittura il millennio e riesca ancora a fare ridere e pensare. “Uomini senza donne”, oggi di scena al Teatro Golden, che Angelo Longoni, presentò con profitto nel lontano 1988, vincendo il Premio Fondi La Pastora, è riuscita egregiamente a sfidare l’usura, conquistando negli anni traguardi sempre più importanti con le sue traduzioni in francese per il Théâtre de la Coline dell’emittente radiofonica France Culture e in tedesco per il Theater Sirene di Saarbrücken, per approdare sul grande schermo nel 1996 con lo stesso autore/regista e due giovani e promettenti figli d’arte come Alessandro Gassman e Gianmarco Tognazzi, cui spianò all’epoca la carriera appena agli albori.
Merito di tanta longevità è certamente dei suoi due personaggi che incarnano le incertezze della condizione e del futuro di quella generazione di giovani, i trentenni, che si è lasciata indietro le brume dell’adolescenza ma non è ancora arrivata agli approdi di sicurezza dell’età adulta che, per le contingenze storiche ed economiche di oggi, si fanno sempre più nebbiosi e lontani. Merito anche della natura umana che non riesce a fare progressi se non lentissimi, tanto che è facile fare analogie fra il passato e l’epoca attuale, perché sono maggiori i punti di identificazione che le differenze.
Il giovane incerto, timido, nevrotico, tendente ai comportamenti compulsivi, bravissimo a crearsi dipendenze pericolose come quella dall’alcool, che scarica una cocente rabbia interna che non trova vie d’uscita, che passa il tempo pestando forsennatamente i piatti di una batteria, è attualissimo oggi come allora. Ludovico Fremont, chiamato ad interpretarlo in questa fortunata edizione, gli offre una copertura psicologica e una gestualità molto interessanti, lui che si è messo in luce con il ruolo di Walter Masetti ne “I Cesaroni”, serial di punta del Canale 5 di Mediaset.
Suo contraltare è Valerio Morigi, tra i protagonisti della serie Tv Mediaset “L’onore e il rispetto”. A lui il compito di dare vita alla seconda metà di questa strana coppia, che solo le contingenze della vita, il precariato, soprattutto la necessità di contenere le spese, costringono a coabitare. Perché lui, al contrario, è un tipo estroverso, bello, aitante, e sicuro di sé e conosce soprattutto la meta finale da raggiungere e per quella lavora. Forse è un po’ cinico e disposto a compromessi, ma crescendo ha compreso la formula dell’adattamento alle circostanze esterne, e sa che prima o poi verrà il fatidico momento in cui il suo lavoro imboccherà la via del successo. Intanto, può pure impiegare il tempo a favellar di donne o a scaricare un eccesso di energie tirando una gragnola di pugni al suo punch ball. Batteria e sacco per il pugilato sono gli elementi caratterizzanti l’allestimento scenico, assieme al lap top sul quale continua a archiviare le sue idee, posto sulla scrivania, ad un divano, ad un frigo costantemente rifornito di birra e pochissimi altri elementi.
La commedia, campione di incassi in una edizione del 1993, riprende vita sul palcoscenico del Golden riveduta, corretta e aggiornata nel linguaggio per adeguarla alle necessità espressive contemporanee, ma sostanzialmente conservando identica valenza, pur non ignorando, anzi dando conto delle trasformazioni sociali intervenute nel tempo e delle differenti mete lavorative che si pone davanti la generazione dei trentenni di oggi, che devono fare i conti anche con maggiori fragilità e difficoltà a costruirsi in modo equilibrato, che rasentano l’inadeguatezza quando si devono confrontare con l’altro sesso che, nella scalata doverosa verso uno spazio umano di identica valenza con l’uomo, ha spesso perdute quella tolleranza e disponibilità che le erano proprie. Il pubblico sottolinea i momenti più divertenti con applausi e sorride e p
ensa.
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