Grecia, compromesso con Golia - di Carlo Musilli

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Grecia, compromesso con Golia - di Carlo Musilli

Non conta chi ha vinto, ma cosa è cambiato. Fuori dal Vecchio Testamento, Golia batte sempre Davide, per cui nella guerra negoziale fra Atene e Bruxelles era inevitabile che prevalessero le ragioni europee. Lo sapevano anche Tsipras e Varoufakis, che - pur essendo neofiti della politica - hanno dato una lezione di sano pragmatismo a molti rivoluzionari da salotto. L'accordo siglato venerdì con l'Eurogruppo sarà anche lontano dalle richieste iniziali dell'Esecutivo greco, ma non è una disfatta.
In sintesi, Atene ottiene un prolungamento di quattro mesi degli aiuti internazionali, ma lo sblocco dei fondi è subordinato all'approvazione da parte dell'Eurogruppo delle misure che il governo Tsipras intende varare in deroga al memorandum con la Troika.

Una prima parte della lista sarà presentata lunedì, mentre martedì i ministri finanziari dell'Eurozona si riuniranno in teleconferenza per discuterne. Solo dopo questa verifica partirà l'esborso dei finanziamenti. Nei mesi successivi, inoltre, i creditori giudicheranno l'intero programma del nuovo governo greco.
Com'era ovvio, l'Europa hanno vinto su più fronti: Atene archivia il taglio del debito e s'impegna a non introdurre unilateralmente misure non previste dal memorandum, così come a non cancellare di propria iniziativa quelle già varate su richiesta della Troika (soprattutto in tema di licenziamenti, pensioni e contratti collettivi). L'iter delle riforme sarà supervisionato da Ue, Bce e Fmi, ovvero dalla vecchia Troika, anche se questo nome non sarà più usato per consentire a Tsipras di simulare un cambiamento agli occhi del proprio elettorato.

La proroga degli aiuti vale quattro mesi, e non sei, come chiedeva Atene, il che significa che lascerà scoperti luglio e agosto, quando scadranno debiti con la Bce per 6,7 miliardi: a quel punto la Grecia, per evitare la bancarotta, sarà costretta a un nuovo negoziato. Infine, gli 11,5 miliardi rimasti nel fondo salva-banche torneranno al fondo salva-Stati, e non potranno essere usati per finanziare parte del programma di Syriza, come invece chiedeva Tsipras.
Da parte sua, il governo greco ha tempo fino a giugno per allestire un nuovo programma di riforme (in verità, era proprio questa la scadenza chiesta originariamente da Varoufakis). Sarà sempre necessario il benestare dei creditori, ma ora Atene ha la possibilità d'introdurre nuovi interventi per modificare il vecchio piano di austerità targato Samaras, che tra l'altro prevedeva un aumento dell'Iva e nuovi tagli per 2,5 miliardi entro la fine di questo mese.

Come alternativa al rigore, Tispras punta molto sulla lotta alla corruzione e all'evasione, un fronte su cui è certamente più credibile (anche agli occhi di Bruxelles) sia dei conservatori di Nea Demokratia sia dei socialisti del Pasok, che hanno fatto del clientelismo una ragione d'essere. Non basta, ma aiuta.
La speranza più grande per la Grecia è però un'altra, ovvero la possibilità di liberare risorse riducendo l'avanzo primario previsto per il 2015. Oggi le regole stabiliscono che il bilancio ellenico si chiuda in attivo (prima di pagare gli interessi sul debito) per una cifra pari al 3% del Pil, ma Tsipras vuole ridurre questo vincolo all'1,5%. Così facendo, otterrebbe cinque miliardi di euro da utilizzare per politiche espansive. E' la prospettiva più concreta per Atene di ricavare fondi da destinare all'economia reale, e sembra che su questo genere di flessibilità l'Eurogruppo sia disposto a trattare: "Noterete un ottimo esempio di costruttiva ambiguità del testo dell'accordo su questo punto", ha sottolineato Varoufakis.
Alcuni risultati, quindi, la Grecia li ha ottenuti. Certo, sembrano poca cosa rispetto alle parole d'ordine con cui Syriza ha vinto le elezioni (tagliare il debito, cacciare la Troika, stracciare il memorandum...), ma in una trattativa così sbilanciata, con un potere negoziale che si riduceva di giorno in giorno (il 28 febbraio sarebbe scaduto il precedente accordo e a quel punto Atene avrebbe dovuto trovare il modo di pagare stipendi pubblici e pensioni), Tsipras e Varoufakis non potevano che sparare in alto per raccogliere il possibile: chiedere 100 per ottenere 30. E così è andata.
Per il governo greco, adesso, le difficoltà si spostano in patria. Bisognerà far digerire alla frangia più intransigente di Syriza e soprattutto alla popolazione il rinvio di una parte delle misure umanitarie, come la luce e le case a prezzi popolari. D'altra parte, tre greci su quattro vogliono rimanere nell'euro e devono accettare che è impossibile riuscirci senza compromessi. L'uscita dall'austerità e la ricostruzione del Paese sono obiettivi di lungo termine.
L'unica certezza è che, fin qui, la cura della Troika ha fatto bene solo alle banche tedesche e francesi, che fra il 2009 e il 2014 hanno ridotto la propria esposizione verso la Grecia rispettivamente da 45 a 13,51 e da 78,82 a 1,81 miliardi dollari, scaricando il peso sulle spalle dei contribuenti europei. Per l'economia ellenica, invece, la medicina si è rivelata tossica.
Se ci fosse ancora bisogno di prove in questo senso, venerdì l'Ocse si è prodotta in un siparietto grottesco quanto significativo, pubblicando online il rapporto annuale "Going for Growth". Nel testo compariva una classifica dei Paesi in base al grado di risposta dato dalle riforme nel periodo 2007-2014. E chi c'era al primo posto? Già, la Grecia. Un Paese che solo nel 2009-2014 ha visto la disoccupazione salire dal 16 a 25% e il debito schizzare dal 125 a 175,5% del Pil, a sua volta crollato del 25%.

Basta fare due più due per capire cosa pensare di quelle riforme. Deve averlo notato anche qualcuno d'influente, visto che, subito dopo la pubblicazione, l'Ocse si è affrettata a cancellare quella tabella, per poi reinserirla in un formato molto meno visibile (ormai le informazioni circolavano in rete, l'autocensura completa sarebbe stata clamorosa). Chissà se la telefonata è partita da Bruxelles o da Berlino.

Fonte: www.altrenotizie.org

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