Braccio di ferro, in attesa di un New Deal europeo - di Anna Maria Merlo

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Il confronto tra la Grecia e la Ue, viste le prime reazioni dopo la vittoria di Syriza e la formazione del nuovo governo Tsipras, rischia di incagliarsi in fretta in un braccio di ferro distruttivo per tutti, se non si riuscirà a trovare un’uscita verso l’alto dalla crisi. La disoccupazione cresce, non solo in Grecia (gli ultimi dati francesi sono estremamente preoccupanti, con un aumento considerevole nel 2014: 3,5 milioni di senza lavoro, cifra che sale a 5,2 milioni se si conteggiano coloro che sono costretti a un part time, un aumento di 190mila disoccupati nel 2014, che sarà seguito, se nulla cambia, da un altro esercito di 100mila persone senza lavoro in più nel 2015). Solo un new deal europeo, con un collegamento tra soluzione della crisi del debito e piano di investimenti di Juncker (finanziato per davvero e non solo con i 21 miliardi promessi a moltiplicarsi fino a 315), potrà far uscire la zona euro dal pantano, sostengono molti economisti (gli Economistes atterrés hanno appena pubblicato il loro Nouveau Manifeste). Ma le regole della zona euro impongono che ogni programma della Bei sia cofinanziato dagli stati almeno al 50% e per la Grecia anche questa è una soluzione al ribasso, visto che Draghi ha legato l’accesso alla liquidità pro rata alla partecipazione nel capitale della Bce (2% per la Grecia). Un circolo vizioso, per paesi senza margini di manovra finanziaria.

In questi primi giorni di governo Tsipras, la Grecia è stata lasciata sola di fronte ai movimenti della finanza: come c’era da aspettarsi, la Borsa di Atene è crollata (mercoledì meno 9% in seguito alla sospensione delle privatizzazioni imposte dalla trojka, i titoli delle banche greche sono precipitati del 26%), i capitali continuano a fuggire, mentre le Borse europee viaggiano per conto loro, senza subire contraccolpi greci consistenti. I tassi di interesse sul debito privato sono volati a più del 10%. L’irrazionalità potrebbe prendere il sopravvento.

Il Grexit non è del tutto escluso, malgrado la volontà del governo greco e dei cittadini del paese di non uscire dall’euro. L’uscita dall’euro, inoltre, non è contemplata dai trattati: il Trattato di Lisbona prevede l’uscita dalla Ue, per Atene significherebbe abbandonare prima l’Unione per poi rientrarvi (con un voto all’unanimità dei partner), ma senza euro. Per la Grecia, sarebbe oggettivamente un disastro, con la svalutazione che ne conseguirebbe mentre il debito resterebbe in euro, per oltrepassare il 200% del pil. Nessuno vorrebbe più prestare denaro alla Grecia. Un’uscita dall’euro della Grecia, che pesa solo per il 2% del pil europeo, viene considerata da Bruxelles al limite economicamente gestibile, ma politicamente esplosiva: l’instabilità potrebbe raggiungere altri paesi, a cominciare dalla Spagna.

Ma le istituzioni europee si stanno intestardendo sulla sola questione del debito. Ricordano che la Grecia ha avuto 240 miliardi in aiuti diversi dai partner, anche se si dimenticano di dire che una parte consistente è tornata nelle casse dei creditori, che la cifra colossale è servita per salvare le banche e non per sollevare la vita quotidiana dei cittadini greci. Gli europei si riparano dietro il paravento della minimizzazione del “contagio”. Con la crisi, sono stati istituiti vari parafulmini, che limitano la propagazione del crollo ad altri paesi indebitati, dal Mes all’Unione bancaria, fino al quantitative easing lanciato da Mario Draghi il 22 gennaio. Ma tutte queste misure sono state concepite per proteggere i mercati, non le popolazioni. Nei fatti, malgrado i due Memorandum e gli “aiuti” di 240 miliardi, dal 2010 al 2014 il debito greco è diminuito soltanto di una manciata di miliardi (da 330 a 321,7), mentre, a causa del calo della produzione di ricchezza nazionale, la percentuale del peso del debito è aumentata, dal 146 al 175% del pil. Ma i partner, Germania in testa, si intestardiscono sui numeri: non devono essere i contribuenti degli altri paesi a pagare. Il debito greco è a più del 70% nella mani di creditori pubblici, 32 miliardi dell’Fmi, più di 141 miliardi dell’Fesf (fondo europeo di stabilità) e 53 miliardi di prestiti bilaterali da parte degli stati membri (40 miliardi per la sola Francia, ad esempio, una cifra analoga per l’Italia, un po’ superiore per la Germania). Questi sono miliardi a cui i partner hanno dato una “garanzia” e per questo sono stati calcolati nei rispettivi deficit. Gli europei vanno valere di aver già abbassato notevolmente i tassi di interesse imposti alla Grecia e di aver allungato i tempi del rimborso (fino a 30 anni). Insistono sul fatto che, sottraendo gli interessi che la Bce riversa alla Grecia sui titoli del debito che detiene, il “peso” del servizio del debito è inferiore per Atene (2,6% secondo il think tank Brueghel) che per l’Italia (4,7%) o per il Portogallo (5%). Per Bruxelles, quindi, il margine di manovra di Tsipras sarebbe minimo, se decide di non rispettare gli “impegni” dei predecessori, soffocato dalla mancanza di liquidità e assediato dai mercati. La Ue calcola che i bisogni della Grecia per quest’anno siano intorno ai 36 miliardi e spera così, con visione miope, di mettere Tsipras con le spalle al muro e di fargli piegare la testa sotto le forche caudine del rispetto dell’austerità. Ue da un lato e Tsipras dall’altro hanno in mano un’arma nucleare: Grexit e default (rinuncia a rimborsare). Ci vorrebbe un Salt I e II, uno Start e un telefono rosso tra Atene e Bruxelles.

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