Svizzera. Casinò nella morsa degli usurai cinesi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Svizzera. Casinò nella morsa degli usurai cinesi

Non abbiamo Chinatown. Non ci sono interi quartieri diventanti ormai "zone franche", governate - come accade a Milano o Berlino - da meccanismi di regolazione sociale interni, impermeabili. Eppure la Confederazione già da tempo monitora la presenza cinese. Sin dal 2007. In questi anni lo scenario è profondamente mutato. Diverse inchieste hanno dimostrato che la criminalità cinese è presente anche in Svizzera. E che il Ticino, come dimostrano tre inchieste della magistratura italiana per fatti di usura sul tavolo verde dei casinò, non è affatto immune da infiltrazioni. D'altronde in Italia si contano ufficialmente, come spiegato nel saggio "I cinesi non muoiono mai" (Chiarelettere editore), 150mila persone con passaporto di Pechino, la metà in Lombardia, da dove arrivavano "gli strozzini".

Sembrano i personaggi di un cartone animato: Zhao, Zhou, Zao. In realtà sono i nomi di chi tirava i fili di una banda di usurai che prestava soldi con interessi pronta cassa a partire dal 10 cento da spendere sul tavolo verde dei casinò di Mendrisio, Lugano e Campione d'Italia. "I prestiti potevano arrivare sino a 10 mila franchi, perché spesso venivano fatti in valuta svizzera", spiega Serena Ferrari, vice capo della squadra mobile di Milano. È la polizia che ha arrestato, dopo due anni d'indagini, pedinamenti, intercettazioni telefoniche e documentazione fotografica, 5 cinesi, 3 donne e 2 uomini, mentre un sesto complice è latitante. Facevano tutti su e giù dalla Lombardia al Ticino sfruttando anche il servizio bus che quotidianamente parte da Piazzale del cimitero monumentale di Milano verso le case da gioco. Le vittime sono un centinaio. Le indagini, tuttavia, non sono finite. E potrebbero estendersi, in seconda battuta, in Ticino. Perché gli investigatori hanno trovato un registro con cifre, luoghi, nomi e cognomi. Dalle 127 pagine dell'ordinanza d'arresto, firmata dal giudice di Milano Natalia Imarisio, emerge però già uno spaccato di un fenomeno in crescita.
I sei, ad esempio, si facevano dare in pegno il permesso di soggiorno, oppure gioielli e orologi. E chi non restituiva i soldi era vittima di agguati, pedinamenti e minacce pesanti. Come quelle a una donna che alla vigilia di Natale di due anni fa venne avvicinata a Mendrisio da un cinese che chiedeva indietro 17 mila franchi: "Cercherò i tuoi parenti in Cina", le disse. Altri ricevevano decine di telefonate. "I componenti della banda - spiega ancora Serena Ferrari - seguivano le operazioni da vicino, in alcuni casi imbarcandosi nei bus diretti in Svizzera. Altre volte erano presenti di persona nelle sale dei casinò". Altre volte ancora - come documentato dalle intercettazioni telefoniche - incontravano le loro vittime prima della dogana di Chiasso o all'interno delle sale. Una donna racconta che una sera chiese un prestito e le venne data una "fiches" da 5'000 franchi. I cinque erano conosciuti nella comunità cinese lombarda, li chiamavano la "gang dei mangiapelle" e uno di loro aveva anche un negozio nella Chinatown milanese.
"L'usura legata al gioco è un reato che comincia a diffondersi con una certa preoccupazione", spiegano ancora alla Questura di Milano. Perché quest'ultima inchiesta è ormai la terza in poco più di due anni. Nel marzo scorso erano stati i carabinieri, sempre di Milano, a scovare una società finanziaria che prestava soldi ai cinesi che poi andavano a giocarseli ai casinò, con interessi al 10 per cento ogni tre giorni. Anche stavolta le case da gioco erano ignare di quanto accadesse. L'operazione aveva portato a tre arresti. E come nel caso di questi giorni erano state le vittime a denunciare i loro aguzzini. "Un fatto non dico raro, ma sicuramente non abituale", spiega Francesco Calderoni, docente di Transcrime, il centro di ricerca e analisi dei fenomeni criminali, dell'università Cattolica di Milano e dell'università degli Studi di Trento: "Dico questo perché quella cinese è una comunità tradizionalmente chiusa che tende a regolare al suo interno eventuali fratture o tensioni che possono sconfinare poi in segnalazioni alla polizia". Qualcosa, insomma, sta cambiando. Anche a Chinatown.
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