Riyadh, un sovrano tira l'altro - di Michele Paris

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Riyadh, un sovrano tira l'altro - di Michele Paris

La morte qualche giorno fa del 90enne monarca saudita Abdullah bin Abdul Aziz è giunta in un momento particolarmente delicato per gli equilibri del Medio Oriente e del suo stesso paese, aggiungendo un ulteriore elemento di incertezza a uno scenario già di per sé potenzialmente esplosivo.

Il decesso - atteso da tempo viste le più che precarie condizione di salute del sovrano - è stato accolto dal cordoglio di molti leader occidentali, impegnati proprio in questi mesi in una rinnovata offensiva contro la minaccia dell’oscurantismo islamista sunnita che dal regno saudita trae ispirazione e sostegno materiale.

Le lodi per colui che per due decenni ha rappresentato il vertice di uno dei regimi più repressivi e retrogradi del pianeta sono state la sostanziale ammissione del ruolo giocato dall’Arabia Saudita di garante dell’ordine promosso dagli Stati Uniti nella regione mediorientale.
Abdullah era asceso ufficialmente al trono nel 2005 già in età avanzata, ma fin dal 1995 aveva di fatto assunto il controllo del potere in seguito all’ictus che aveva reso incapace di governare il predecessore e fratellastro, Fahd.
Il presidente americano Obama, che ha deciso di abbreviare la sua visita in India per recarsi a Riyadh, ha riassunto l’importanza dell’Arabia Saudita di Abdullah, affermando che uno dei “coraggiosi principi” di quest’ultimo è stata la “ferma e appassionata convinzione dell’importanza del legame tra USA e Arabia Saudita come motore della stabilità e della sicurezza in Medio Oriente e non solo”.
Altri ancora hanno ridicolmente definito Abdullah una sorta di “innovatore” o un cauto “riformatore” della società saudita. Di questa presunta attitudine sono pieni i rapporti di innumerevoli organizzazioni a difesa dei diritti civili, le quali continuano a descrivere per l’Arabia Saudita un clima invariabilmente caratterizzato, ad esempio, dalla repressione assoluta di ogni forma di dissenso, dalla negazione dei fondamentali diritti civili delle donne, da punizione corporali e da esecuzioni capitali con metodi barbari anche per crimini lievi.
In maniera ancor più significativa, l’apprezzamento espresso dai vari Obama, Hollande e Cameron per re Abdullah testimonia della disonestà dei governi occidentali che si autoproclamano difensori dei diritti democratici delle popolazioni di tutto il mondo, nonché paladini della lotta al terrorismo fondamentalista.
Sui principi del wahabismo che ispirano il regime di Riyadh conta in sostanza Washington da decenni per combattere ideologie e movimenti contrari ai propri interessi e a quelli dei suoi alleati in Medio Oriente. Da questa visione arcaica della società hanno tratto così ispirazione formazioni fondamentaliste violente, la cui ultima incarnazione è rappresentata dallo Stato Islamico (ISIS), impegnato nella creazione in Iraq e in Siria di un sistema di potere basato sulla stessa interpretazione della legge islamica abbracciata dalla monarchia saudita.
Non solo. Com’è ben noto, l’Arabia Saudita è la principale fonte di finanziamento del terrorismo sunnita, utilizzato come strumento stesso della politica estera del regime - e degli Stati Uniti - dall’Afghanistan occupato dall’Unione Sovietica alla Siria di Assad.
Il “motore della stabilità” saudita sotto la guida di Abdullah ha rivelato poi la sua natura in varie occasione negli ultimi anni, a partire dall’appoggio garantito da Riyadh dapprima a Hosni Mubarak nel pieno della rivoluzione egiziana del 2011 e successivamente al colpo di stato militare del generale Sisi nell’estate del 2013 contro il presidente eletto Mursi degli odiati Fratelli Musulmani.
La mano di Abdullah aveva anche determinato, sempre nel 2011, la precoce neutralizzazione della rivolta sciita nel vicino Bahrain contro la monarchia sunnita al potere. L’Arabia Saudita aveva inviato un contingente militare per reprimere nel sangue il movimento di protesta, per poi rivolgere l’attenzione alle proprie irrequiete province orientali a maggioranza sciita.
In generale, l’incontro stesso di Stati Uniti e Arabia, uniti da un’alleanza fondata su principi reazionari così come sui “petrodollari”, ben lontano dall’essere un motore di pace e stabilità, ha prodotto conseguenze rovinose per i popoli del medioriente e dell’Africa settentrionale.
Il successore di Abdullah, in ogni caso, è il fratellastro Salman bin Abdulaziz, 79enne e, secondo molti, già profondamente debilitato dall’Alzheimer. Anche per questo, il successore di Salman è stato annunciato subito dopo il decesso di Abdullah e sarà l’ex direttore dell’intelligence del regno, Muqrin bin Abdul Aziz, a 69 anni relativamente giovane per gli standard della gerontocrazia saudita. Muqrin viene dato come vicinissimo al monarca deceduto e, di conseguenza, la sua nomina a principe ereditario deve essere risultata gradita agli Stati Uniti.
Che a tenere le redini del regno sia il nuovo sovrano, Salman, oppure Muqrin, vista l’infermità mentale già attribuita al primo, la leadership di Riyadh dovrà fare i conti con una serie di emergenze nella regione e con la crisi stessa in cui si dibatte il paese.
Nel vicino Yemen, per cominciare, il regime installato dagli USA e dall’Arabia Saudita è di fatto crollato nei giorni scorsi in seguito all’avanzata dei ribelli Houthis, rappresentanti della popolazione di fede sciita che occupa le aree settentrionali di questo paese e che Riyadh accusa di essere appoggiati dal proprio principale rivale strategico, l’Iran.
In Siria, poi, il finanziamento e la fornitura di armi all’opposizione anti-Assad garantiti da Riyadh ha contribuito in maniera diretta all’esplosione dell’ISIS, diventato ormai una minaccia per i suoi stessi (ex) benefattori sauditi che hanno deciso così di partecipare alla campagna militare guidata dagli Stati Uniti.
Lo stesso piano per favorire il crollo del prezzo del petrolio, verosimilmente studiato con Washington per colpire paesi come Iran e Russia, potrebbe presto ritorcesi contro l’Arabia Saudita. Il rifiuto di tagliare la propria produzione di greggio e quella dei paesi OPEC da parte di Riyadh e dei suoi più stretti alleati nel Golfo Persico sta creando problemi di bilancio non indifferenti al regime, tanto più che la stabilità interna viene mantenuta, oltre che con metodi ultra-repressivi, grazie a ingenti spese pubbliche per sostenere un generoso sistema di welfare.
Anche i rapporti con l’alleato statunitense appaiono un poco meno solidi rispetto al recente passato, viste le incrinature registrate in particolare a causa della relativa distensione tra USA e Iran, suggellata dai negoziati in corso sul nucleare di Teheran.
Frizioni, poi, c’erano state tra Abdullah e l’amministrazione Obama sia per la decisione americana di sganciarsi da Hosni Muabarak quando la posizione del dittatore era diventata insostenibile di fronte alle oceaniche manifestazioni di protesta sia in seguito alla marcia indietro di Washington sui bombardamenti contro le forze di Assad in Siria nell’estate del 2013.
Sul fronte interno, infine, il numero sterminato di principi che formano la famiglia reale saudita è tradizionalmente fonte di intrighi e di manovre per la spartizione di potere e ricchezze. Lo scontro tra le varie fazioni della casa regnante potrebbe così riaccendersi presto, in concomitanza con l’inasprirsi delle crisi nella regione o nell’eventualità tutt’altro che da escludere di una nuova successione al trono in un futuro non troppo lontano.

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