L`euro (e il dollaro) verso il crack

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Mentre il dollaro continua a rafforzarsi, in scia alle scelte di politica monetaria da parte della Fed (il rialzo dei tassi), il crollo del prezzo del petrolio, determinante nell'economia russa, ha fatto perdere al rublo il 50% del suo valore di inizio anno.
I corvi occidentali hanno subito gridato alla crisi economica della Russia. Ma non è così: le riserve in oro e valuta estera di Mosca ammontano a 430 miliardi di dollari, il debito del Paese è al 13% del Pil e nonostante le difficoltà (crescita modesta del prodotto interno lordo), il bilancio è in surplus.,+23 mld di dollari. E questo i media omologati occidentali si guardano bene dal sottolinearlo.
Insomma, per Mosca non si prospetta affatto uno scenario in stile 1998, quando, su pressione della speculazione atlantica, le riserve crollarono a 11 miliardi di dollari e il barile arrivò a stazionare in area 10 dollari, portando il Paese sull'orlo della bancarotta.
E’ evidente che l’attuale crisi valutaria è uno strumento speculativo offensivo atlantico, ed è parte della guerra in atto tra Usa e Russia, sanzioni comprese.
Una tesi (New Western Outlook)
Il tentativo ordito a tavolino è di ripetere l’operazione del 1986 del dipartimento di Stato e dell’Arabia Saudita per far collassare la Russia. Allora i sauditi fecero crollare i prezzi del petrolio, innescando la grande svendita dell’economia russa con la complicità degli oligarchi.
Oggi, però, gli oligarchi o sono stati arrestati, o sono fuggiti all’estero o sono stati ampiamente ridotti nei loro poteri di controllo dell’economia russa.
L’arma del ribasso del prezzo del petrolio, ottenuto dal cartello delle petromonarchie arabe da John Kerry in accordo, nel settembre scorso, con il re saudita Abdallah e il principe Bandar, ha poi una controindicazione per gli Usa: la possibile bancarotta dello sbandierato ma molto vulnerabile profitto da petrolio di scisto, il “sistema” distruttivo dell’ambiente inventato dagli Usa e a giugno scorso commercializzato in Europa da Obama come possibile sostituzione dalla dipendenza dall’import di gas russo.
Questa volta pare proprio che i sauditi, come si è visto alla recente riunione dell’OPEC, vogliono far scoppiare la bolla dello scisto petrolifero statunitense per riaffermare il controllo della vecchia Arabia Saudita sui mercati mondiali del petrolio. I sauditi infatti, anche in sede Opec si sono rifiutati di fermare la caduta dei prezzi del greggio, andando a scalfire il prezzo concorrenziale (circa 68 dollari al barile) del petrolio da scisto bituminoso.
Il petrolio di scisto non convenzionale è più costoso da estrarre rispetto al petrolio convenzionale. Soltanto l’ascesa straordinaria dei prezzi del petrolio, al di sopra dei 100 dollari al barile negli ultimi cinque anni, aveva reso lo scisto redditizio.
Ora le banche di Wall Street che hanno prestato miliardi ai produttori di scisto statunitensi riesaminano i loro portafogli e considerano se richiamare tali prestiti o per lo meno non concederne altri a sicura perdita. Tanto più che il petrolio di scisto, a differenza di quello convenzionale, richiede investimenti crescenti per perforare nuovi pozzi mentre i vecchi si esauriscono molto più velocemente rispetto ai convenzionali.
I costi di produzione del petrolio di scisto non convenzionale variano da 50 a 100 dollari al barile (ai quali debbono aggiungersi notevoli costi di infrastrutture, stoccaggio e trasporto). Invece i costi del petrolio convenzionale degli Stati Uniti vanno da 10 dollari in su. Sotto gli 80 dollari saranno inevitabili le riduzioni delle perforazioni da scisto.
Questa primavera possiamo aspettarci che numerose compagnie petrolifere di scisto rischieranno fallimento.
Ma è mai possibile che il mondo accetti ancora questa bufala USA dello scisto?
E questa è una delle ipotesi.
La tesi atlantica contrapposta ipotizza invece seri pericoli per l'economia russa e per la leadership di Putin. Naturalmente fatta propria da tutti gli editorialisti-economisti anche italiani al soldo del governo Usa (e pro eurocrazia), del Fondo monetario internazionale, della BCE a Francoforte e di quei “mecenati” della Goldman Sachs di Londra.
Anche l’economista Jacques Sapir afferma che si tratti di un tentativo degli Stati Uniti per destabilizzare la Russia. Avanzando tuttavia anch’egli l'ipotesi sui Paesi Opec intenzionati ad indebolire l’industria petrolifera Usa.
Un'altra ipotesi è quella di Dmitry Kalinichenko: Putin scommetterebbe sulla fine accelerata del dollaro e sta accumulando oro, comprato a basso costo: oro svalutato artificialmente dall’Occidente per tenere alto il valore del dollaro.
Nel terzo trimestre 2014, gli acquisti da parte della Russia di “oro fisico” sono i più alti di tutti i tempi, a livelli record. Nello stesso periodo, le banche centrali di tutti i paesi del mondo hanno acquistato 93 tonnellate del prezioso metallo, dopo 14 trimestri di acquisti ininterrotti. Ma, di queste 93 tonnellate, ben 55 sono state acquisite dalla Russia.
Sta di fatto che per gli stessi scienziati britannici e la “Us Geological”, l’Europa non potrà sopravvivere senza l’offerta energetica russa, cioè se il petrolio e il gas della Russia saranno sottratti dal bilancio globale dell’offerta energetica.
Quindi la mossa dell’Occidente – svalutare l’oro per rivalutare il dollaro – gli si ritorce contro: quell’oro, Putin lo sta comprando sottocosto.
Piano perfettamente condiviso dal leader cinese Xi Jinping.
La Banca Centrale Russa può utilizzare l’oro delle sue riserve per pagare le importazioni, se necessario: importazioni ovviamente provenienti dai Brics, date le sanzioni occidentali. Conviene a tutti, a cominciare da Pechino: per la Cina, la volontà della Russia di pagare le merci con l’oro occidentale è molto vantaggiosa: Pechino ha già annunciato che cesserà di aumentare le riserve auree e valutarie denominate in dollari. Considerando il crescente deficit commerciale tra Usa e Cina (la differenza attuale è cinque volte a favore della Cina), questa dichiarazione tradotta dal linguaggio finanziario dice: “La Cina non vende più i suoi prodotti in cambio dei dollari”.
Come la Russia, anche la Cina continuerà ad accettare i dollari come mezzo di pagamento intermedio per i propri prodotti. Ma, appena presi, se ne sbarazza immediatamente, sostituendoli con l’oro. Il metallo prezioso detenuto da Usa ed Europa, e pesantemente svalutato, finisce quindi rapidamente in Russia e in Cina, ma anche in Brasile, in India, in Kazakhstan e negli altri paesi Brics.
E se l'ipotesi è attendibile,è impensabile che gli Stati Uniti accettino una sconfitta epocale e planetaria così bruciante.
E qui entriamo in zona-pericolo.
Tradizionalmente, l’Occidente utilizza due metodi per eliminare la minaccia all’egemonia mondiale del modello fondato sul petrodollaro e ai conseguenti eccessivi privilegi occidentali. Uno di questi metodi è costituito dalle “rivoluzioni colorate”. Il secondo metodo, di solito applicato dall’Occidente se il primo fallisce, sono le aggressioni militari e i bombardamenti.
«Ma nel caso della Russia entrambi questi metodi sono impossibili o inaccettabili per l’Occidente», afferma Dmitry Kalinichenko. Intanto, tutta la popolazione russa è con Putin: impossibile fabbricare una “rivoluzione colorata” per eliminare il capo del Cremlino.
Restano le armi, cioè i missili. Ma la Russia non è la Jugoslavia, né l’Iraq, né la Libia.
«In ogni operazione militare non-nucleare contro la Russia, sul territorio della Russia, l’Occidente guidato dagli Stati Uniti è destinato alla disfatta. E i generali del Pentagono che esercitano la vera guida delle forze della Nato ne sono consapevoli».
Una guerra nucleare?
«Sarebbe egualmente senza speranza», perché la Nato «non è tecnicamente in grado di infliggere un colpo che disarmi completamente la Russia del potenziale nucleare». La rappresaglia equivarrebbe all’apocalisse: sarebbe «la nota finale e l’ultimo punto dell’esistenza della Storia», cioè «la fine della vita sul pianeta, fatta eccezione per i batteri».
E l’Europa centro-occidentale?
Se la Russia è ormai votata all’autarchia (come autorevolmente afferma la stessa presidente della Banca centrale russa, Elvira Nabiullina) e alla cooperazione con Cina e Brics – stante la perversa sottomissione dell’eurocrazia di Bruxelles ai diktat angloamericani – quale futuro si prospetta per la cosiddetta Unione europea e in particolare per la zona euro?
E’ evidente la grave crisi dell’euro. Sono ormai molti e i più lucidi tra gli economisti che paventano una crisi irreversibile del sistema della moneta unica nel giro di due anni. Un crollo dalle conseguenze catastrofiche per i cittadini comuni.
Di qui la necessità – sempre più emergente – di approntare una salda rete-paracadute per limitare la ventata di desolazione e di miseria che potrà abbattersi sui popoli della cosiddetta “Unione”.
Come da proposta avanzata (Giorgio Vitangeli, La Finanza Italiana, v. www.leganazionale.org) al segretario della lega Matteo Salvini, è il momento di restituire – attraverso un referendum abrogativo dell’arrogante legge Imu-Banca d’Italia per le norme che riguardano l’ex banca centrale italiana – al popolo italiano la proprietà di una Banca Nazionale in grado di battere moneta alternativa per evitare il crollo dell’economia. E di pretendere l’immediata restituzione delle riserve auree italiane indebitamente e a grave rischio-perdita detenute dalla Federal Reserve di Nuova York. Tenendo ben presente che la stessa Bundesbank ha avanzato tale richiesta di restituzione, almeno parziale, ben due anni fa non ottenendo alcuna risposta Usa.
Siamo di fronte ad una crisi epocale che rischia di cambiare l'assetto economico e politico del mondo.
L'unica cosa certa,è che prezzi di oro e petrolio,ora come non mai sono frutto di decisioni politiche che nulla hanno a che vedere con pure questioni economiche.
Decisioni che si inquadrano principalmente nella guerra in atto tra Usa e Russia (e più velatamente con la Cina). Mosca non vuole assolutamente sottostare al piano Usa di un Nuovo Ordine Mondiale e all'impero ormai insopportabile del dollaro,e che li vede contrapposti anche in vari teatri militari,a cominciare dall'Ukraina.
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