In Giappone si coltiva al chiuso. Vicino a Fukushima

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

In Giappone si coltiva al chiuso. Vicino a Fukushima

Le “fabbriche vegetali” sono luoghi al chiuso per coltivare ortaggi. Uno dei primi esempi è stato costruito dalla Toshiba. Lampade fluorescenti e aria condizionata per ricreare le condizioni adatte alle piante.
Colline battute dal vento e campi innaffiati dalla pioggia. In Giappone non sono più imprescindibili per chi voglia dedicarsi all’agricoltura. O, meglio, lo sono, ma esiste anche un’alternativa, che potrebbe garantire la produzione di ortaggi anche nelle aree colpite dalla contaminazione
radioattiva successiva alla catastrofe nucleare di Fukushima. Si tratta delle “fabbriche vegetali”, ovvero luoghi chiusi adatti alla coltivazione di ortaggi di vario genere.
Uno dei primi impianti di questo genere e la Toshiba Clean Room Farm Yokosuka, nella prefettura di Kanagawa, firmata dall’omonimo colosso dell’hi-tech, i cui primi ortaggi sono stati piantati proprio in queste settimane. L’orto “indoor” produrrà mais coltivato in un liquido arricchito di elementi nutritivi, spinaci, insalata e la mizuna, una varieta di rucola giapponese. Tutti prodotti che godranno di una “aspettativa di vita” particolarmente elevata: nei duemila metri quadrati della fabbrica e presente una quantita di microbi circa mille volte inferiore rispetto alle coltivazioni tradizionali, il che permette di conservare molto piu a lungo le piantagioni anche senza alcun utilizzo di pesticidi.
A illuminare gli ambienti sterili sono lampade fluorescenti con un livello di emissioni di luce ottimizzato in ragione del tipo di vegetali coltivati, mentre un sistema di aria condizionata mantiene temperatura e umidita costanti. Il tutto e poi verificato da sistemi informatici che misurano anche i ritmi di crescita dei prodotti. Ma, a parte ciò, il metodo resta quello dell’agricoltura classica: se la struttura è tecnologicamente all’avanguardia, i tecnici della Toshiba non hanno introdotto nulla di hi-tech nella coltivazione in sé, né alcuna trasformazione genetica: «I semi utilizzati – hanno spiegato in un comunicato – sono identici a quelli che si usano nei campi aperti. E non sono presenti prodotti Ogm».
Una domanda crescente di cibo sani
Il fatto che l’idea sia nata in Giappone non e un caso. Nell’isola asiatica l’eta media degli agricoltori e di 63 anni. Ciascuno di loro sfrutta solitamente dei piccoli appezzamenti di terreno: le nuove fabbriche potrebbero costituire un’alternativa e attirare giovani che altrimenti sarebbero poco propensi a lavorare i campi. Ma, soprattutto, la popolazione nipponica domanda con sempre maggiore insistenza cibi sani. A partire dal primo scandalo della mucca pazza, nel 2001, fino alla catastrofe nucleare di Fukushima, nel 2011, la sensazione dei giapponesi è quella di non essere piu sicuri di ciò che mettono in tavola.

«L’interesse dei consumatori per un’alimentazione sana, protetta da prodotti chimici e dai terreni inquinati, cresce costantemente», ha spiegato in un comunicato la Toshiba. «D’altra parte – ha ricordato Hiroshi Shimizu, del laboratorio di ingegneria agricola dell’universita di Kyoto, al quotidiano francese Le Monde – nella regione dove è situata la centrale nucleare le colture all’aperto sono diventate quasi impossibili a causa della contaminazione radioattiva del suolo».
Le previsioni di Toshiba, in termini di capacità produttiva, parlano di 3 milioni di insalate all’anno, che saranno inviate a supermercati e ristoranti, e che dovrebbero fruttare all’azienda nipponica una cifra pari a 2,17 milioni di euro. Un business sul quale, non a caso, si sono lanciate numerose altre aziende nipponiche: nel 2012 il numero di orti al chiuso aveva già superato le due centinaia. E il caso, ad esempio, della società Granpa di Ishinomaki che, nella regione settentrionale del Paese, ha optato per un impianto alimentato grazie all’energia solare. O della Showa Danko, che ha inaugurato un impianto nel 2013 nel villaggio di Kawauchi, a poche decine di chilometri dalla centrale di Fukushima. Imprese che hanno puntato su tecnologie esportabili, a fine di poter essere utilizzate in luoghi nei quali l’evoluzione climatica o l’aumento della popolazione hanno modificato le colture tradizionali.
Il futuro, dunque, sara questo? Non è detto. Esistono infatti dei limiti alla coltivazione al chiuso, e riguardano principalmente i prodotti coltivabili. Se gli ortaggi a foglia (insalate, spinaci o erbe aromatiche) si adattano particolarmente bene alle colture hi-tech, lo stesso non si puo dire, ad esempio, delle patate o dei cereali. «E questi ultimi – ricorda Shimizu – restano la principale fonte di alimentazione a livello mondiale». 

di Andrea Barolini

Fonte: Valori (Rivista)

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