Cibo, media e spettacolo - di Andrea Chinappi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Cibo, media e spettacolo - di Andrea Chinappi

Al giorno d’oggi il cibo rappresenta il nucleo di una questione di estrema importanza sociale ed è diventato il protagonista indiscusso di grandi trasformazioni. Il filosofo tedesco Ludwig Feuerbach nella metà del XIX secolo asseriva ” L’uomo è ciò che mangia”, cercando in questo modo di giustificare il suo materialismo radicale e anti-idealista ma allo stesso tempo sottolineando quanto il cibo rappresentasse un modo di pensare e un modo di essere dell’individuo. Nel cibo che mangiamo possiamo leggere la storia che si cela dietro di esso ma anche scoprire la nostra situazione sociale, le scelte che abbiamo fatto e la nostra sensibilità verso questo e le sue tradizioni. E come è vero che siamo ciò che mangiamo, in un’epoca dominata dall’atto visivo perenne, è vero anche che siamo ciò che guardiamo.

Il cibo negli ultimi anni ha subito un processo di mediatizzazione di enorme portata; 70 programmi tv con un pubblico mensile che tocca i 35 milioni di spettatori, più di 1000 siti online, 25000 food blogger. Insomma, un fenomeno mediatico in grado di assorbire e creare tendenze e diversificare i consumi. In questo modo l’atto gastronomico, che sia crearlo o consumarlo, si rivolge soltanto a sé stesso, assumendo una valenza solo se mediatizzato. Un esempio tra tutti è la mania di condividere immagini della pietanza al momento del pasto sul social network, quasi a dover donare una reale consistenza al cibo attraverso il giudizio altrui.

Il cibo, nella sua deriva consumistica, ha creato due diverse coscienze collettive e modi di vivere il cibo. Da una parte il cibo come puro consumo senza estetismi e ricercatezze, come semplice carburante, dunque ritratto della società individualista dedita soltanto al successo personale. Questo è il campo del cosiddetto junk food, cibo spazzatura, che risponde alla governance delle grandi aziende gastronomiche fast food, tra le quali capeggia McDonald, i cui i danni sulla salute umana sono ben conosciuti. Dall’altra parte il cibo come spettacolo, le cui regole a dettarle sono i nuovi guru del cooking show ( Masterchef o Real Time per citare qualche programma), il nuovo star system dei fornelli. Queste nuove celebrità, i cui volti compaiono ovunque, dalle pubblicità alle riviste di gossip, hanno progressivamente separato il cibo dal popolo, innalzandosi a conoscitori esperti ( ai limiti della divinità) della materia trattata con il compito di istruire su ciò che è possibile fare o non fare in cucina. Insomma, la spettacolarizzazione del cibo ha segnato la crisi del modello del pasto preparato in casa: un paradosso a tutti gli effetti. Ad una gigantesca mediatizzazione del cibo è corrisposto infatti un progressivo allontanamento delle persone dai fornelli ( così come al dilagare di programmi sportivi è aumentato il tasso di obesità), dovuto ad un sentimento di inadeguatezza rispetto ai canoni dettati in televisione.

Tra i giovani le tendenze concernenti il cibo sono sintomo di complessi psicologici ben più gravi. L’anoressia dilagante tra le giovani teenager ad esempio ha come risvolto social la condivisione di foto di piatti, probabilmente mai mangiati, o ancora la tendenza sempre più popolare nelle metropoli occidentali a mangiare cibo giapponese sushi, considerato magro. L’ ultra-mediatizzazione del cibo può essere riassunta infine attraverso un fenomeno che va sotto il nome di foodporn. Questo termine è stato coniato nel 1984 dalla scrittrice femminista Rosalind Coward la quale nel libro Female Desire-Women’s. Sexuality today ha assegnato all’estetica del piatto la capacità di stimolare un desiderio paragonabile a quello sessuale. Nell’ultimo decennio il foodporn, con l’intervento dei social network e dei nuovi strumenti digitali, è diventato una vera e propria tendenza in grado di pervertire il rapporto dell’individuo con il cibo, una sorta di voyerismo gastronomico. Nel foodporn l’ossessione estetica della nostra società converge con gli eccessi del consumismo, per cui il godimento è mutilato, ridotto a pura contemplazione inappagata; così come la smania della linea, la dittatura dell ’essere in forma hanno reso l’accesso al cibo difficile e il cibo stesso è diventato qualcosa di proibito,quasi un vizio, il piatto fotografato, di cui spesso gli ingredienti sono sconosciuti, succulento in grado di far ipersalivare, è diventata la nuova pornografia. Il professor Perullo docente di Estetica e Filosofia del Gusto presso l’Università degli Studi di Scienze Gastronomiche di Pollenzo, definisce il foodporn come «la presentazione visuale di un atto gastronomico studiata per amplificare a dismisura il desiderio attraverso la manipolazione dell’immagine o del suo contenuto calorico, fino alla glorificazione dell’oggetto-cibo come sostituto di un atto sessuale».

Alla luce di questi fenomeni è evidente e necessaria una rivalutazione dell’atto gastronomico in sé, spogliandolo della carica consumistica e mediatica che ha progressivamente assunto in questi decenni di iper-commercializzazione della realtà e del vissuto, ricordandoci che mangiare è innanzitutto un atto di partecipazione e di rispetto verso l’essenza del cibo, dunque verso la sua storia e i suoi protagonisti, di convivialità più che di omologazione, simposiaco più che individuale, umano più che mediatico, sociale più che social.

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