Vladimir Putin e le nuove sfide della diplomazia russa - di Mario Forgione

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Vladimir Putin e le nuove sfide della diplomazia russa - di Mario Forgione

Nell’ultima intervista all’agenzia di stampa russa TASS del 24 novembre del 2014, il Presidente Vladimir Putin ha fatto il punto della situazione sullo scenario geopolitico attuale e sulle prossime mosse del Cremlino.

Come di consueto, il Presidente russo ha smentito la solita e ormai sterile propaganda euro-atlantica che dipinge la Federazione Russa come uno Stato aggressore e non rispettoso del diritto internazionale. Le critiche che vengono mosse all’operato del Cremlino, infatti, non si fondano su argomentazioni rigorose accompagnate da opportuni riscontri, ma nascondono una inopportuna russofobia.

In definitiva, Vladimir Putin coglie il nocciolo della questione quando afferma che “non appena la Russia si rimette in piedi, si rafforza e rivendica il diritto di osservare i propri interessi esteri, l’atteggiamento nei confronti dello Stato e dei suoi dirigenti subito cambia.” Questa miopia che colpisce l’intellighenzia euro-atlantica in fatto di analisi politica deriva dalla mancanza di una visione analitica dello scenario internazionale, da una imbarazzante mancanza di cognizioni storiche e politiche.

In realtà, dietro la miopia dell’intellighenzia euro-atlantica in fatto di analisi politica, si cela anche l’adesione ad una logica bipolare delle relazioni internazionali che risulta del tutto erronea rispetto al policentrismo riscontrabile nelle varie realtà regionali.

L’eclissi del sistema bipolare, secondo la lucida analisi di Vladimir Putin, comporta che le relazioni internazionali non sono più sussumibili secondo lo schema logoro dell’ideologismo, ma rientrano in un complesso gioco fatto di interessi comuni e valori condivisi. In definitiva, i singoli Stati devono avere la lungimiranza per difendere al meglio i propri interessi nel rispetto del diritto internazionale e delle sue prerogative. Del resto, la necessità di individuare una linea di politica estera ottimale in un contesto dove le alleanze sono frutto di abilità diplomatiche o derivano dalla comunanza di lingua, religione o civiltà (secondo la formula di Samuel Huntington) permette all’intellighenzia di affinare la visione strategica in una prospettiva di lungo periodo. Il Presidente russo è stato chiaro al riguardo: “Bisogna rendersi conto che il mondo è fatto così, è una lotta per gli interessi geopolitici dietro ai quali si palesano la preponderanza del paese e la sua capacità di generare una nuova economia, di risolvere i problemi sociali, di migliorare il tenore di vita degli abitanti.” La geopolitica e la strategia come palestra per affinare le capacità diplomatiche, questo è il senso delle parole di Vladimir Putin. Ancora, “la lotta per gli interessi geopolitici fa sì che il paese diventi più forte, risolvendo in maniera più effettiva le questioni finanziarie, militari, economiche e, conseguentemente, sociali, oppure che scivoli al terzo posto dei cinque più significativi, perdendo così la possibilità di difendere gli interessi del proprio popolo.”

Questa sapiente linea di politica estera, che coniuga in maniera egregia eleganza e fermezza, ha generato imbarazzo nella cancellerie euro-atlantiche, coinvolte in una spirale di demonizzazione aprioristica della Federazione Russa.

La costante demonizzazione della Federazione Russa operata dagli Stati Uniti ha compromesso le relazioni internazionali tra l’Unione Europea e il Continente Euroasiatico. L’adozione di due pacchetti di sanzioni, rese operative tra l’estate e l’autunno del 2014 da Stati Uniti, Unione Europea e altre nazioni legate a interessi atlantici, sta erodendo le basi per una durevole collaborazione politico-economica con la Federazione Russa. Le sanzioni hanno colpito il settore della cooperazione in materia di tecnologia militare e numerosi istituti di credito, attraverso la chiusura dei mercati borsistici occidentali. In risposta alle sanzioni occidentali, Vladimir Putin attraverso un ukaz presidenziale (decreto con valore di legge immediatamente produttivo di effetti per fronteggiare situazioni di emergenza) ha vietato l’importazione di frutta, carne e derivati del latte dall’Unione Europea. Solo per l’Italia, il danno ammonta a circa un miliardo di euro. Inoltre, se le contro – sanzioni russe dovessero estendersi a tutto l’export italiano, l’Italia rischierebbe di perdere fino a 10 miliardi di euro, visto che il Paese si colloca al quinto posto degli Stati che esportano di più nella Federazione Russa.

Del resto, le sanzioni varate dagli Stati Uniti e dall’Unione Europea nei confronti della Federazione Russa stanno producendo crepe e fratture proprio negli stati europei caratterizzati da una forte vocazione per le intese con la Russia. Infatti, come riporta un articolo de “Il Giornale” del 27/11/2014, la strategia di Putin per evidenziare le incongruenze e le ambiguità della politica estera atlantica è quella di far emergere tutte le contraddizioni della stessa e spaccare il fronte antirusso. Gian Micalessin, nell’articolo sopra citato, riporta il caso della Germania guidata da Angela Merkel, la cui linea politica rischia di incrinare fortemente i rapporti euro-russi. Infatti, come precisa Micalessin, i contrasti sulla linea politica da adottare nei confronti della Russia “emergono tra le righe di un sommesso, ma assai teso botta e risposta tra la Cancelliera Merkel e il Ministro degli Esteri Frank-Walter Steinmeier.” Il botta e risposta tra la Cancelliera e il Ministro degli Esteri emerge da un serrato confronto nell’ambito dei partiti che partecipano alla coalizione di governo dopo il vertice convocato per approfondire i temi del G20 in Australia. Il Ministro degli Esteri, infatti, ha invitato la Cancelliera a “disinnescare la tensione e mitigare i conflitti.” Si tratta, quindi, di un messaggio forte che mette a rischio anche la tenuta stessa della coalizione di governo. Ancora, proprio alla vigilia del G20 in Australia, Vladimir Putin ha ricordato alla Cancelliera Merkel che le intese commerciali tra Russia e Germania “garantiscono 300.000 posti di lavoro,” oltre al fatto che “in mancanza di contratti quei posti rischiano però di andare perduti.” Del resto, le aziende tedesche presenti in Russia sono circa 6.000 e le ripercussioni economiche derivanti da un eventuale peggioramento della crisi ucraina rischiano di mutare radicalmente il quadro economico tedesco e quello europeo nel suo complesso. L’incontro del 6/11/2014 tra il Comitato orientale dell’economia tedesca e il vicepremier russo Igor Shuvalov (incontro riportato dal quotidiano russo Kommersant) deve essere letto proprio come un tentativo di scongiurare l’irreparabile.

La lucidità strategica del Presidente Russo ha prodotto crepe importanti anche a Washington visto che, dopo un serrato confronto con Barack Obama, si è dimesso Chuck Hagel, Segretario della Difesa degli Stati Uniti. Le dimissioni derivano dalla crescente fronda negli ambienti più influenti della politica estera statunitense, una fronda che si alimenta di giorno in giorno dopo che le relazioni tra Russia e USA hanno raggiunto la loro tensione massima dai momenti della Guerra Fredda.

Nonostante tutti gli sforzi del fronte atlantista per arginare politicamente ed economicamente la Federazione Russa, l’abile diplomazia del Cremlino ha costruito e implementato una strategia fatta di accordi politici, partnership commerciali e intese strategiche con le varie realtà regionali. Infatti, dopo la guerra civile ucraina iniziata nella primavera del 2014, Vladimir Putin ha risposto al tentativo di isolamento della politica euro-atlantica con una serie di intese strategiche che hanno creato notevole imbarazzo nel blocco atlantico. In estrema sintesi, sono questi i risultati più importanti conseguiti dalla diplomazia russa dopo l’inizio della guerra civile ucraina e l’adozione delle sanzioni da parte dell’Unione Europea e degli Stati Uniti: accordo tra Federazione Russa e Repubblica Popolare Cinese per la fornitura di 38 miliardi di metri cubi di gas all’anno per un valore complessivo di 400 miliardi di dollari (accordo trentennale); incremento degli scambi commerciali tra Cina e Russia in yuan o rubli; progetto per la costituzione di una autonoma istituzione finanziaria per implementare le intese commerciali tra i paesi BRICS; accordo tra Iran e Russia per la fornitura a quest’ultima di petrolio per un valore complessivo di 20 miliardi dollari, mentre la stessa Russia si impegna a fornire prodotti agricoli, macchinari industriali e consulenze per la costruzione di centrali elettriche; istituzione dell’Unione Economica Euroasiatica che, oltre alla partecipazione di Russia, Kazakistan e Bielorussia, saluta l’ingresso anche dell’Armenia; accordi commerciali e politici con la Serbia per la cooperazione nel settore militare e nello scambio di informazioni segrete; rafforzamento dell’Organizzazione per la cooperazione di Shanghai con l’ingresso di altri paesi dell’Asia centrale; firma di 17 protocolli aggiuntivi all’accordo energetico tra Russia e Cina del maggio 2014 e incremento dei traffici commerciali nelle rispettive valute nazionali; esercitazioni militari congiunte tra Russia e Cina, oltre alla vendita a quest’ultima dei più aggiornati sistemi missilistici come l’S-400.

Vladimir Putin si è mosso anche per arginare gli attacchi della finanza speculativa sul rublo attraverso l’acquisto di ingenti quantità di oro. Infatti, secondo dati ricavabili dal World Gold Council, aggiornati al giugno 2014, metà delle riserve di oro in possesso delle Banche centrali è stato acquistato dal Cremlino. Lo scopo del Cremlino è quello di evitare che la debolezza del rublo penalizzi gli investimenti interni e gli scambi commerciali. Il massiccio acquisto di oro, quindi, permette a Putin di fronteggiare anche il calo del prezzo del petrolio, visto che la vendita di idrocarburi pesa per circa il 45% sulle esportazioni. Del resto, come ha precisato un importante esponente politico di Russia Unita (il partito che sostiene Putin nella Duma) che risponde al nome di Evgeny Fiodorov: “ più una nazione ha oro, più avrà sovranità se un cataclisma dovesse abbattersi sul dollaro, euro, sterlina o altra valuta di rifugio.”

Inoltre, come spiega benissimo Dmitry Kalichenko su Globalist Syndacation, l’acquisto di oro da parte del Cremlino è reso possibile dal prezzo relativamente basso del metallo e dall’artificiale potere di acquisto del dollaro. In estrema sintesi, il dollaro ha un alto potere di acquisto perché la valuta americana è utilizzata negli scambi internazionali e si colloca come moneta di riserva mondiale. Questa combinazione di fattori costruita dai mercati borsistici occidentali si sta trasformando in un’arma a doppio taglio di cui Putin si avvantaggia per rispondere colpo su colpo alla sfida geopolitica dell’intellighenzia euro-atlantica. Ancora una volta, la lucidità strategica del Cremlino non si lascia imbrigliare nel gioco delle sanzioni e risponde con l’uso sapiente delle leve che il blocco atlantico cerca di utilizzare per danneggiare gli interessi della Federazione Russa.

La diplomazia russa, come ha spiegato analiticamente il Ministro degli Esteri russo Sergej Lavrov alla XXII Assemblea del Consiglio per la politica estera e difensiva tenuta a Mosca il 22 novembre 2014, si muove nel rispetto del diritto internazionale e non ha motivo di temere l’isolamento. Al contrario, ha spiegato Lavrov: “ I discorsi sull’isolamento della Russia non meritano seria discussione […] Naturalmente, possono danneggiare la nostra economia, e il danno è stato fatto, ma solo per fare del male a coloro che stanno prendendo misure adeguate e, cosa altrettanto importante, distruggendo il sistema di relazioni economiche internazionali, sui quali principi si fonda la nostra economia […] L’Occidente dimostra inequivocabilmente che non si limita a cercare di cambiare la politica russa (cosa di per sé illusoria) , ma cerca di cambiare il governo, e questo nessuno lo nega.”

Nelle parole del Ministro Lavrov, infatti, si sente l’eco del discorso tenuto da Vladimir Putin al Forum di Valdai lo scorso ottobre: “Il concetto stesso della sovranità nazionale per la maggioranza degli Stati è diventato un valore relativo. In sostanza, è stata proposta la formula seguente: più forte è la lealtà a un unico centro di influenza nel mondo, più alta è la legittimità del regime governante […] Le misure per esercitare pressione sui disubbidienti sono ben note e collaudate: azioni di forza, pressioni di natura economica, propaganda, intromissione negli affari interni, rimandi a una certa legittimità di “infra-diritto” (…). Recentemente siamo venuti a conoscenza di testimonianze di ricatti non velati nei confronti di una serie di leader. Non è un caso che il cosiddetto “grande fratello” spenda miliardi di dollari per lo spionaggio in tutto il mondo, compresi i suoi stretti alleati.”

Vladimir Putin ripete la lezione del giurista tedesco Carl Schmitt, dove nel noto testo intitolato significativamente “I concetti di guerra e di nemico” (1938) si discute circa il tentativo di estendere le ostilità anche ai rapporti economici o diplomatici nel loro complesso. In definitiva, secondo Schmitt, l’individuazione del “nemico” consiste nell’adozione della guerra totale, condotta su fronti anche diversi da quello strettamente militare. In questo senso, “la sua totalizzazione consiste nel fatto che anche settori extramilitari (l’economia, la propaganda, le energie psichiche e morali dei non combattenti) vengono coinvolti nella contrapposizione di ostilità. Il superamento del dato puramente militare comporta non soltanto un ampliamento quantitativo, ma anche un rafforzamento qualitativo; esso non significa perciò un’attenuazione, bensì un’intensificazione delle ostilità.” Questo tipo di logica, sapientemente utilizzato con i meccanismi della propaganda, utilizza gli strumenti delle scienze criminali per estromettere dalla Comunità internazionale gli Stati che non si piegano al ricatto unipolare. Si tratta, in definitiva, di una forma di criminalizzazione tout court per identificare come “aggressori” gli Stati che difendono i propri interessi geopolitici e la propria sovranità nazionale dai tentativi di piegarla alle direttive della finanza mondiale.

Le relazioni internazionali sono lo strumento principe per evitare i conflitti e dare equilibrio alle varie realtà regionali, ma devono essere fondate sul rispetto reciproco e non sulla logica della criminalizzazione, perché le conseguenze di un simile atteggiamento sono pericolose e altamente destabilizzatrici. L’intellighenzia euro-atlantica non ha colto il passaggio epocale avvenuto nel ’91 con l’eclissi dell’URSS e si contorce su se stessa per individuare nuovi “nemici” alla “pace mondiale.” Infatti, secondo Putin, “da qui nascono i tentativi odierni di ricreare un simulacro del mondo bipolare, più «comodo» per la leadership americana. Poco importa chi occuperà, nella loro propaganda, il posto del «centro del male» che spettava una volta all’Urss: l’Iran, la Cina oppure ancora la Russia. Adesso assistiamo di nuovo a un tentativo di frantumare il mondo, fabbricare delle coalizioni non secondo il principio «a sostegno di», ma «contro»; serve l’immagine di un nemico, come ai tempi della Guerra fredda, per legittimare la leadership e ottenere un diritto di diktat […] Durante la Guerra fredda, agli alleati si diceva continuamente: «Abbiamo un nemico comune, è spaventoso, è lui il centro del male; noi vi difendiamo, dunque abbiamo il diritto di comandarvi, di costringervi a sacrificare i propri interessi politici e economici, a sostenere le spese per la difesa collettiva, ma a gestire questa difesa saremo, naturalmente, noi». Oggi traspare evidente l’aspirazione a trarre dividendi politici ed economici tramite la riproposizione dei consueti schemi di gestione globale.”

In questo senso, il sistema delle relazioni internazionali nato con la Conferenza di Yalta nel febbraio del 1945 non è più funzionale alla comprensione delle nuove dinamiche geopolitiche in atto perché i presupposti per la sua applicazione non esistono più. Infatti, in un contesto internazionale di contrapposizione frontale tra due superpotenze l’identità del “nemico” è facilmente individuabile perché la si definisce in negativo, proiettando le negatività strutturali sull’avversario. Questo tipo di logica, che ha visto la contrapposizione tra Stati Uniti, Unione Sovietica e rispettivi satelliti fino al dicembre del 1991, deve essere consegnata alla storia perché l’eclissi dell’URSS ha mutato il quadro geopolitico in maniera radicale. In realtà, in un sistema bipolare, il “gioco delle alleanze” si regge sul fatto che per ciascuno degli Stati coinvolti nel confronto politico-militare l’adesione ad un blocco piuttosto che ad un altro resta l’unico modo per salvaguardare i propri interessi. Inoltre, nel sistema bipolare nato con la Conferenza di Yalta l’adesione e la conseguente partecipazione all’alleanza non è motivata solo da ragioni militari o esclusivamente strategiche, ma anche da ragioni ideologiche. Del resto, un sistema di questo tipo permette alla singola superpotenza di risolvere lo scopo dell’alleanza nella protezione da una aggressione che proviene dal blocco contrapposto e questa funzione tende ad assorbire tutti gli interessi dei singoli Stati satelliti (funzione ricoperta della NATO e dal Patto di Varsavia).

Il blocco euro-atlantico, quindi, non ha intuito il passaggio epocale costituito dall’eclissi dell’URSS nel dicembre del ’91 e continua ad adottare il medesimo schema. Uno schema pericoloso, non più funzionale per comprendere la complessità della situazione geopolitica attuale. Anzi, come spiega ancora Putin in una recente intervista per Global Research, “abbiamo assistito a due ondate di espansione della NATO dal 2001. Se non ricordo male, sette paesi – Slovenia, Bulgaria, Romania e tre Paesi Baltici, Estonia, Lettonia e Lituania, hanno aderito alla NATO nel 2004. Altri due paesi si sono uniti nel 2009. Queste erano svolte notevoli nei giochi della geopolitica.” In definitiva, l’alleanza dei paesi NATO persegue sul medesimo schema logico della guerra fredda e non si accorge dei pericoli insiti in un simile atteggiamento palesemente aggressivo.

Gli effetti di una simile strategia sono devastanti per i paesi che, sotto il ricatto degli USA, vi prendono parte. Infatti, oltre alle menomazione della sovranità nazionale, gli Stati perdono le leve economiche e politiche per difendere i propri interessi geopolitici. Le notizie di queste ore non sono confortanti. L’Italia si appresta a ricevere l’ennesimo contraccolpo economico dopo l’adozione delle sanzioni nei confronti della Federazione Russa: la sospensione del progetto per la costruzione del gasdotto South Stream. Dopo l’accordo del novembre 2007 tra ENI e GAZPROM per la costruzione del gasdotto capace di collegare la Russia con l’Unione Europea e assicurare alla stessa una fornitura di 63 miliardi di metri cubi di gas all’anno, l’amministratore di GAZPROM (A. Miller) ha confermato la sospensione dell’accordo a causa dell’ostracismo di molti paesi europei coinvolti per il transito delle pipeline energetiche. Le parole di Miller seguono l’ennesimo capolavoro diplomatico di Putin: l’aumento delle forniture alla Turchia per tre miliardi di metri cubi di gas all’anno attraverso il gasdotto Blue Stream. Inoltre, Putin e il Presidente Erdogan hanno raggiunto l’accordo per la costruzione di un nuovo gasdotto lungo il confine greco – turco per rifornire i consumatori del Sud Europa. La Saipem, società del Gruppo ENI, ha perso l’8% in borsa e le conseguenze potrebbero essere ancora più gravi sul fronte delle forniture energetiche all’Italia, visto che anche la pista libica presenta notevoli incertezze per l’instabilità geopolitica dell’area.

Ancora una volta, l’Italia e l’Europa nel suo complesso si assumono i rischi per l’adozione di una politica estera del tutto in contrasto con l’area geopolitica di pertinenza. Serve nuova linfa nel settore delle relazioni internazionali, ma soprattutto occorre onestà intellettuale, senso della patria e lucidità strategica. Impariamo dai russi, per iniziare.

Fonte: Millennium

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