Una Repubblica fondata sulla Pubblicità - di Marco Maggio

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Una Repubblica fondata sulla Pubblicità - di Marco Maggio

Michelangelo Tagliaferri è senza dubbio alcuno uno dei massimi esperti in comunicazione del nostro Paese. Fondatore dell’Accademia di Comunicazione di Milano, ginnasio storico e ancora fondamentale per ogni aspirante figura della pubblicità e del marketing, già consulente di Forza Italia e dell’Ulivo,è considerato un guru indiscusso quando si tratta di Spettacolo, per dirla con Debord. Pietro Ricca lo ha intervistato per Il Fatto Quotidiano a proposito della figura di Matteo Renzi e alcune delle sue osservazioni meritano di essere riproposte. (http://tv.ilfattoquotidiano.it/2014/12/04/renzi-e-prodotto-pubblicitario-parola-di-tagliaferri-decano-della-comunicazione/318377/)

Lui [Renzi] è squisitamente la pubblicità, dopo la pubblicità. Si ferma a prima del prodotto. È l’evoluzione naturale della comunicazione di Berlusconi. Renzi è il testimone di una marca.Per lui il Pd significa partito di Renzi, è una seconda marca, la marca dei rottamati, di cui lui si è fatto testimonial, facendola coincidere con se stesso”.

Tagliente, Tagliaferri (nomen omen) conosce i meccanismi segreti della pubblicità e ci mette in guardia: [Renzi] è un professionista della politica, spietato nel colpo di mano, usa un linguaggio che rassicura ma non fa davvero sognare”. Oltre gli slogan, “non esiste alcuna sequenza logica in quel che dice”. Nessuna sequenza logica, se non quella spettacolarizzante propria della Pubblicità più antica, neppure nella tanto chiacchierata copertina concessa dall’altro Matteo (Salvini) alla rivista gossipara ‘Oggi’. Dalla felpa, simbolo a sua volta politico di “antiformalità politica”, a metà tra l’amuleto portafortuna e una dichiarazione di anticonformismo carica di narcisismo, alla cravatta cadente sull’addome nudo (e, volendo esser cattivi, un po’ cadente esso stesso). Da Berlusconi ai due Matteo, dove sta la differenza? Rispondiamo usando le parole di Tagliaferri: “Berlusconi non ha recitato la parte del comunicatore. Berlusconi è stato se stesso, sempre. Renzi, invece, è un prodotto pubblicitario”. O, come continua, “Berlusconi metteva le fiches [ogni allusione e doppio senso sono ingenuamente involontari], mentre Renzi no. C’è da chiedersi chi metta le fiches al posto suo…”.

È chiaro, almeno da un punto di vista prettamente comunicazionale, che la strategia del Matteo orgogliosamente lombardo si iscrive all’interno della più classica tendenza politico-pubblicitario degli ultimi vent’anni: persuadere. Persuaderci della sua prestanza (politica), della durevolezza della performance (politica), della virtù meno apparente (“la più indecente”, come direbbe Faber) e di tutte le altre doti necessarie ad esser considerato adatto a governarci.

Affidereste l’Italia a quest’uomo?” è infatti la domanda che troneggia sulla foto di copertina. Chiaramente una provocazione, un’antifona retorica, un subdolo tentativo di suggerire quel “sì” sempre meno indispensabile per essere chiamati “Presidente del Consiglio”. Cosa sono, entrambi, nelle loro ontologiche differenze come nelle somiglianze palesi, se non la pubblicità di loro stessi? Sono loro, la campagna elettorale perenne che devono vincere. Vi ci sono identificati globalmente, compiutamente, totalmente o anzi totalitariamente. Sono, forse a loro insaputa, già a capo della dittatura di loro stessi. Monarchi indiscussi di una Repubblica fondata sulla Pubblicità. Eppure, quando si tratta di “pubblicità”, si pensa tuttora, alle soglie del 2015, solamente ai canali attraverso i quali essa scorre, talvolta ai suoi contenuti espliciti e raramente a quelli impliciti, quasi mai alla potenza della sua diffusione. Mai, invece, si pensa a persone fisiche in grado di essere canale, contenuto e diffusione della loro stessa pubblicità. Mai, insomma, si intuiscono persone come pubblicità esse stesse. Da Berlusconi a Renzi, passando per il fiero Salvini, la parabola della “persona-pubblicità” trova oggi una morale mediocre quanto gli sponsor che l’hanno sostenuta. Infine, come non condividere il pensiero di Tagliaferri quando afferma:

“Ho voglia che gli italiani conoscano di più la grammatica e la sintassi della comunicazione. Perché se gli italiani conoscono di più la grammatica e la sintassi della comunicazione sono in grado di valutare attentamente qual è il messaggio”.

Grazie Professor Tagliaferri.

Fonte: L'intellettuale dissidente

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