Tutti devono sapere come stanno realmente le cose in Germania

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Tutti devono sapere come stanno realmente le cose in Germania

Perchè in alcuni casi alzarsi in piedi e gridare in mezzo a una folla muta e accondiscendente, specialmente se anestetizzata ormai dallo scoraggiamento, diventa un dovere civile ancora prima che un bisogno mentale? Perchè tutti dovrebbero sapere cosa realmente sta succedendo.

Il ritorno della Grecia

E l’occasione, a volte, ce la fornisce stesso la storia, magari in collaborazione con la cronaca. Di (KSE: 003160.KS - notizie) ieri la notizia di una Grecia al limite della crisi di governo: elezioni anticipate, per Atene, significherebbero la vittoria, probabile della sinistra estrema che, abbandonata l’ideale di un’uscita dall’euro, potrebbe adesso ritornare su un argomento molto più importante per la nazione e forse anche più fattibile per l’intera comunità europea: la ristrutturazione del debito. Argomento spinoso e che non riguarda più solo l singole nazioni, una volta accusate col nomignolo dispregiativo di Piigs di essere le responsabili della crisi greca. A tutt’oggi il pericolo ormai è endemico (epidemico) e coinvolge anche una Francia che ha abbandonato la sua aria snob ed ha abbracciato la più popolare delle battaglie: mercanteggiare sul proprio debito. MA quando si parla di debito il primo pensiero va all’Italia e a quel 130% e oltre nei confronti del proprio Pil. Una zavorra secolare, una condanna che è diventata un segno indelebile, peggiore di quella Lettera Scarlatta che un grande Nathaniel Hawthorne già citava nel 1850 con altri scopi.

Il Pil, sempre lui... Ma questa volta è sostenibile!

Ma una zavorra che in molti casi diventa un peccato originale che in molti ci fanno scontare anche dopo che noi stessi, a forza di lacrime e sangue, ci siamo dati l’assoluzione riuscendo a risollevarci. Cosa succederebbe se, invece, si venisse a scoprire che l’Italia ha il debito pubblico più sostenibile d’Europa? E che una volta tanto, pur essendo un dato citato da un politico (per la precisione dal ministro dell'Economia Pier Carlo Padoan), non si tratta di semplice propaganda?

In due parole i fatti: l’economista Bernd Raffelhüschen, professore di Scienze finanziarie presso l’Università di Friburgo, in Germania si è chiesto cosa succederà nel futuro quando una popolazione invecchiata avrà una necessità maggiore di assistenza sanitaria, e il welfare sarà costretto a ricoprire un peso anche maggiore di quello finora avuto nelle varie nazioni.

Ha quindi preso come parametri di riferimento non solo il famoso debito esplicito, quindi ciò che in passato è stato speso, ma anche il cosiddetto debito implicito, ovvero quanto lo stato si è impegnato a fare per il futuro nei confronti di una popolazione che è già tra le più longeve al mondo, che è già abituata a tagli continuati e che è già mentalmente predisposta a revisioni continue del sistema pensionistico, il tutto considerando il saldo primario dello Stato.

Ebbene, partendo da questa considerazione, si scopre che l’Italia potrà dormire sonni tranquilli, a differenza della Germania. Infatti Berlino dovrà adeguare il suo attuale welfare, tarato su una situazione diversa, verso forme più assistenzialistiche che porteranno allo scoppio di un debito pubblico che, allora, sarà insostenibile proprio per Berlino, creando, quindi, un arrocco tra le posizioni nella scacchiera europea: numeri alla mano si parla di 1.360 miliardi per le sole pensioni nel 2050, mentre l’Irlanda avrebbe un debito complessivo pari al 1.497,2% del PIL.

I trucchetti della Germania

Uno studio che è già di qualche tempo fa (risale a metà del 2013), ma che conferma ancora un volta, la miopia della politica europea nel voler a tutti i costi far rientrane le nazioni in una serie di parametri, forse anche fondamentalmente giusti, ma che non hanno alcun valore sul lungo termine e tanto meno nessuna base economica. La prova arrivi da quel famoso limite del deficit pubblico al 3% del PIL, fissato dal trattato di Maastricht nel 1992, oltre il quale nessun paese dell’eurozona può permettersi di indebitarsi: quale teorema finanziario lo sosterrebbe? Nessuno. Solo le esigenze del governo francese, allora guidato da François Mitterrand che aveva appena vinto le elezioni, favorito anche da un programma elettorale fatto di promesse troppo costose per i conti pubblici. Non potendo razionalizzare la situazione in fretta, decise di porre un limite del tutto arbitrario alle spese. Incaricati della cosa, due funzionari semisconosciuti, uno dei quali nemmeno ufficialmente assunto, Roland de Villepin e Guy Abeille che decisero di utilizzare come parametro il PIl (già conosciuto da tutti) e come limite, il 3%, ma solo perchè il 2 avrebbe messo il governo troppo sotto pressione.

Da premettere che ogni nazione sovrana ha il sacrosanto diritto di scegliere da sè le regole, ma una cosa è quella di imporle a casa propria, un’altra è quella di costringere altre nazioni a seguirle. Nazioni che hanno un background economico, sociale, culturale diverso e che potrebbero non vedere adatta una norma, del tutto arbitraria, e ormai vecchia di quasi 40 anni.

La crisi: chi ci ha guadagnato, realmente?

Purtroppo il problema di fondo è sempre lo stesso: la scelta di omogeneizzare (troppo) le singole realtà europee, virando la scelta verso parametri molto più bassi di quelli di partenza, che favoriscono sempre e solo i soliti protagonisti. Al di là del facile complottismo, infatti, è bene ricordare che la Germania è anche la prima nazione che guadagna dalla deflazione e non una, ma ben tre volte.

In primis, dal passato e cioè da quando, durante la bolla del credito in Sud Europa (quando la Spagna era in pieno miracolo economico), silenziosamente ne gonfiava i debiti attraverso entusiastici prestiti che gli permisero nel 2010 di accumulare circa 500 miliardi di crediti su un totale di 700. Facile quindi capire perchè Berlino abbia tentato in tutti i modi di evitare a tutti i costi la svalutazione dell’euro. Meglio puntare su una politica di austerità a tutti i costi che porti alal desertificazione industriale il sud dell’Europa, favorendo perciò un altro asso nella manica di Berlino: l’export di qualità. Anche se gra parte del suddetto export vede altre nazioni come “indotto”. A Berlino il grato compito di apporre semplicemente il marchio di qualità e poco altro.

La società tedesca e la comoda deflazione

Come anche Vito Lops ha ricordato, inoltre, la struttura della società economica tedesca, per lo più, è formata da titoli finanziari, fondi pensione e, in generale, una forte esposizione alle attività finanziarie che sarebbero enormemente penalizzate da una risalita dell’inflazione che invece vedrebbero avvantaggiarsi il settore immobiliare. E chi in Europa ha una forte predominanza di padroni di casa? Esatto: l’Italia.

Italia che è stata anche vittima (letteralmente) di un trattamento svantaggiato per i parametri adottati nell’esame del suo sistema bancario durante gli ultimi stress test, cosa di cui si è già parlato recentemente.

E a proposito di banche un’ultima nota: a fine 2013, l'esposizione della Germania sulle liabilities e quindi sulle passività di bilancio per le banche è stata di 218 miliardi di euro su una somma che per tutta l’Eurozona era di 343 miliardi di euro. Numeri che portano a una conclusione in particolare: se il peso del Pil tedesco in Europa si aggira intorno al 30%, è anche vero che il 63% di questo Pil è esposto sul sistema bancario di una singola nazione. E per di più gran parte di quel sistema bancario non è rientrato sotto il controllo della Bce (Toronto: BCE-PA.TO - notizie) .

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Scritto da Rossana Prezioso | Trend Online

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