Tutte le parole da dimenticare - di Ezio Rocchi Balbi

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Tutte le parole da dimenticare - di Ezio Rocchi Balbi

Quante parole vorremmo proprio non sentire più il prossimo anno. E non ci riferiamo a parole importanti, da esorcizzare, come guerra, fame, terrorismo, razzismo, pedofilia... Come se cancellandole potessimo eliminare quanto di atroce ad esse collegato. Più umilmente vorremmo depennare le tanti frasi fatte, i termini usati a sproposito, quelli martellati come un tormentone, quelle di moda, virali, trasmesse da spot e tv. Quelle che siamo stanchi di sentire. Ormai sono tanti a non sopportarle più, come dimostrano gli otto testimonial scelti dal Caffè che non hanno avuto che l'imbarazzo della scelta nell'individuare le parole che vorrebbero sparissero. Anche subito. Da "social" ad "assolutamente" (peggio ancora se assolutamente sì o no), da "quant'altro" allo svalutato "eccellenza", fino a "padroncino", che dalla Brianza anni Sessanta ha trovato nuova linfa soprattutto in Ticino. Sì, sono tante le parole che si dovrebbero rottamare. Anzi, forse è meglio rottamare anche "rottamare".
Ma come parla? Come parla! Le parole sono importanti" urla Nanni Moretti nel film "Palombella rossa", schiaffeggiando la povera intervistatrice, Mariella Valentini che aveva inanellato una serie di frasi fatte, modi di dire, luoghi comuni. Senza arrivare all'esasperazione di Moretti, in una scena che è rimasta impressa a molti, effettivamente le parole sono importanti. O meglio, dovrebbero esserlo. Purtroppo non è così nella vita reale dove, per quanto ogni termine, ogni vocabolo preso singolarmente goda di una certa neutralità, può diventare insopportabile quando abusato, infilato in ogni discorso, trasformato in un leit motiv al punto tale di aver perso il suo signficato originale. Per tacere delle parole pronunciate abitudinariamente, per sentito dire, magari ignorandone addirittura il significato.
Parole che meriterebbero una bella riga di matita rossa, ma alle quali siamo così "affezionati" che, anziché usarle, finiamo per essere "usati" da esse. L'esempio più evidente è nelle cosiddette parole "di moda", termini che fino a ieri erano poco ricorrenti ma che, poi, condizionati da chissà cosa, entrano in pianta stabile in tutte le nostre conversazioni. Parole "sdoganate", che usano tutti e che diventano rassicuranti, ci fanno sentire in qualche modo parte della società o, quantomeno, della comunità intorno a noi.
È il caso delle parole che diventano lessico comune perché ossessivamente ripetute da uno slogan pubblicitario, o perché parte di qualche famoso "tormentone" che ha reso famoso un comico in tivu. E ce le ritroviamo in bocca, con la convinzione che usandole susciteremmo almeno una parte della stessa simpatia, dello stesso successo. Fortunatamente, come tutto quanto non ha la forza e il pregio di diventare "classico", la stragrande maggioranza di questi termini si dissolve nel tempo di qualche stagione (televisiva). Ma devono avere una forza d'attrazione enorme se diventano, temporanenamente, sostituti di vocaboli sempre usati correttamente. Una forza e un impatto tale che persino gli "addetti ai lavori" ne finiscono infastiditi; come la presentatrice Rsi Clarissa Tami, che pur avendola pronunciata professionalmente innumerevoli volte, non sopporta più che le si replichi "risposta esatta" per confermare una cosa giusta.
Ma se volessimo fare un elenco delle parole insopportabili la lista sarebbe sterminata. Anche perché ognuno ha le sue "allergie" linguistiche. Molti, ad esempio, reagiscono con fastidio - e spesso giustamente - quando s'imbattono in parole anglo-americane che avrebbero un più che degno equivalente nella vecchia lingua italiana.Altrettanti si trovano a disagio quando si abusa di termini gergali, sia essi vengano mutuati dal mondo tecnologico o da quello giovanile che, tra l'altro , ha anche la capacità di coniarne sempre di nuovi, generazione dopo generazione. Il guaio è che certe parole rimangono appiccicate addosso a lungo, e una volta sulla lingua è difficile liberarsene. Come è successo con "cioè", che ha imperversato per anni; o "un minutino". Piano piano, però, sbiadiscono nel tempo e nell'uso, pronte ad essere sostituite da altre che pure, fino al giorno prima, non rientravano proprio nel nostro vocabolario abituale. E capita, spesso, in coincidenza con catastrofici eventi naturali, che colpiscono la fantasia di tutti. Anche quella linguistica. Così parole come "tsunami" si abbinano alla finanza o al commento da bar sport di una partita; e a "tracimare" non sono più solo i flutti oltrepassando gli argini o le barriere artificiali, ma anche i nostri discorsi. C'è da chiedersi come entrerà, ovviamente usato a sproposito, nel nostro parlato quotidiano il recentissimo "bomba d'acqua". Fino a ieri erano semplicemente acquazzoni...
erocchi@caffe.ch
@EzioRocchiBalbi
Eccellenza
Ignazio Cassis
53 anni, consigliere nazionale plr
Non la sopporto più. È tutto all'eccellenza, dagli ospedali al centro studi, alla start-up... E poi è quasi sempre usata in termini autoreferenziali. Anche "frontalieri" e "padroncini," i termini più abusati in Ticino... possibile che non ci siano altri problemi di cui discutere? Segnalo inoltre la scomparsa di parole, giuste, come "tema" e "problema"; ormai ci sono solo "tematiche" e "problematiche". Via, una bella riga rossa sopra.
Lazzarone
Edo Carrasco
42 anni, ex calciatore, dirige la Fondazione Gabbiano
Visto che non posso cancellare la parola "disoccupazione", vorrei fosse abolito il termine "lazzarone", almeno per quanto riguarda i giovani. Mi infastidiscono tutte le definizioni negative usate per definire una presunta inadeguatezza, incapacità dei giovani, soprattutto quelli che vivono in un disagio che, tra l'altro, non hanno certo creato loro. Invece i giovani d'oggi sono dinamici, mobili, parlano le lingue. Insomma, meritano.
Padroncino
Giorgia Tarchini
39 anni, direttrice Tarchini Group
Abbiamo impiegato decenni per rivalutare la piccola imprenditoria, l'artigiano specializzato, e poi rispolveriamo dagli anni '60 un brutto termine come "padroncino" appiattendo tutte le professionalità. Non mi illudo di eliminare "selfie", che temo ci terrà compagnia per anni e anni, ma posso rottamare "salve"? Non vuol dire niente, è per chi non ha il coraggio di dire ciao o la cortesia di un semplice buongiorno o buonasera.
Social
Andrea Fazioli
36 anni, scrittore
La vita è diventata "social", ma a furia di usarla, e fraintenderla, c'è il rischio che questa parola si riveli inversamente proporzionale al senso di "sociale". E ho paura che il termine diventi, al contrario, l'emblema della solitudine. Spesso si confonde una moltitudine di rapporti virtuali con quelli reali, quelli sociali appunto. Non mi piace anche "risorse umane", mutuato da human resources che ci porta a dimenticare che si tratta pur sempre di persone.
Praticamente
Clarissa Tami
31 anni, conduttrice televisiva
Praticamente, quindi, cioè... tutte quelle parole usate come intercalare a tal punto da non farci più caso. Al punto da farmi innamorare, quando spuntano termini aulici o desueti, come "paraninfo", che mi costrigono a consultare il vocabolario. Una che non sopporto più sentire è "risposta esatta" al posto di un semplice sì. Sarà deformazione professionale, ma ritrovare nella vita di tutti i giorni dei termini così quizzaroli mi dà un po' la nausea.
Assolutamente
Renato Martinoni
62 anni, saggista e docente di letteratura italiana
Non si comprende come ci si sia fatti contagiare da questa moda dell'"assolutamente sì" e "assolutamente no", come se non ci si accontentasse di un semplice, e più corretto, "sì" o "no". Ma che bisogno c'è di aggiungere, a sproposito poi, l'avverbio rafforzativo? Anzi, per non sbagliare, eliminiamo dall'uso "assolutamente" e non ci pensiamo più. E potrei fare un lungo elenco di parole figlie di mode linguistiche, che sono tutte parecchio stupide.
Quant'altro
Pierre Rusconi
65 anni, consigliere nazionale udc
Continuo a non capire cosa voglia dire "quant'altro", usato sempre da chi parte deciso elencando tutta una serie di cose e si ferma a due aggiungendo, appunto, quant'altro. Poi, per favore, abbiamo una lingua bellissima, perchè usare "road map"o"job act"? Tagliare le spese, evidentemente non fa figo, non fa politico, se si preferisce usare "spending review". Aspettando di capire perché le spese non vengono tagliate mai...
Marketing
Paola Matasci
50 anni, responsabile marketing Matasci Vini
Può sembrare paradossale detto da chi lo fa per professione, ma vorrei sparisse la parola "marketing". È così abusata e millantata che ormai non vale più niente: fanno tutti marketing, da chi distribuisce volantini a chi spaccia decisioni frutto di un indiscutibile studio. Di marketing naturalmente. E se potessi cancellerei tutte le parole volgari. Mi disturbano le parolacce usate come intercalare, inframezzate a casaccio in qualsiasi discorso.

Fonte: www.caffe.ch

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