Senza alternative - di Luciano Fuschini

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Senza alternative - di Luciano Fuschini

Per qualche giorno ha tenuto il campo il dato clamoroso del 63% dei non-votanti in Emilia-Romagna, il feudo del PCI-PDS-DS-PD dove la percentuale dei votanti è sempre stata fra le più alte non solo in Italia ma in Europa. Si è parlato del rapido tramonto di M5S, incapace di tradurre in politica ilvaffanculismo, si è parlato di una sinistra scollegata dai problemi veri del popolo, che non sono i diritti dei gay né l’ obbligo di accoglienza degli immigrati, si è parlato della fine irreversibile del berlusconismo e di Salvini come referente più forte delle sensibilità di destra.

Si è parlato di logoramento del renzismo.

Tutti discorsi che si esauriscono in un breve lasso di tempo.

Resterà il 49% del candidato renziano in Emilia-Romagna e il 61% di quello del PD in Calabria.

Ne abbiamo un riscontro recentissimo nelle elezioni per il Parlamento europeo.

Votò solo il 50% degli aventi diritto, ma dopo pochissimi giorni nessuno lo ha ricordato più. Da allora Renzi e la sua corte di giovinetti e giovinette, nonché di attempati opportunisti ex bersaniani ed ex di tutto, non hanno fatto altro che vantare il 40% degli “italiani” che hanno votato PD. Il fatto che si trattava del 40% di un 50% è stato completamente rimosso. Ora sarà rimosso il 49% del 37%. Resterà il 49% in Emilia-Romagna, 61% in Calabria.

In conclusione, ai fini politici contano le percentuali ottenute dai partiti fra chi è andato a votare. L’astensione è il gesto moralmente nobile ma politicamente sterile di chi rifiuta tutto il baraccone di una democrazia rappresentativa ormai degenerata in un rito insensato.

Non l’astensione ma la creazione di un partito o di un movimento capace di mobilitare la grande massa dei disgustati dovrebbe essere l’obiettivo da perseguire.

Purtroppo ogni tentativo è miseramente fallito non per i limiti soggettivi di chi l’ha tentato ma per la difficoltà oggettiva dell’impresa.

Quello che per comodità e rapidità chiamiamo capitalismo è giunto al capolinea, per quanto possa vantare qualche successo temporaneo in qualche area del mondo o nella spinta del PIL verso uno 0,2% in più grazie al QE. È giunto al capolinea perché dopo circa tre secoli, un niente nella storia dell’umanità, si scontra con l’inesorabilità dei limiti. Limiti della possibilità di crescita, limiti nello sfruttamento delle risorse e dell’ambiente, limiti nell’arricchimento smodato di una minoranza a scapito della grande maggioranza, limiti nella pressione demografica, limiti di una dinamica frenetica che mercifica tutto e devasta le menti, in definitiva limiti in quell’eccesso che esige misura, proprio quello che il sistema non tollera. Il tentativo di introdurre una misura nel sistema per salvarlo, almeno una misura nelle sperequazioni delle ricchezze, è stato sperimentato col modello keynesian-socialdemocratico. Ha avuto un successo di cui hanno usufruito le generazioni oggi mature e anziane dell’Occidente, ma non è riproponibile perché non esiste più alcuna delle condizioni che lo resero possibile. D’altra parte, tutti i modelli alternativi al capitalismo sono o falliti o relegati a un lontano passato oggi anacronistico.

Quello che è stato chiamato comunismo era nient’altro che la variante moderna di una tipologia sociale, politica ed economica che Marx denominò “modo di produzione asiatico”: uno Stato onnipotente incarnato dalla figura di un Re-Imperatore divinizzato fino all’imbalsamazione in un mausoleo dopo la sua morte, un potere concentrato nel Re-Imperatore e nella sua cerchia di guerrieri, sacerdoti e burocrati (gli scribi dei faraoni e i mandarini dell’impero cinese), mentre un popolo asservito di sudditi poteva comunque usufruire delle terre concesse in usufrutto dall’unico proprietario, lo Stato del Re-Imperatore, e dei grandiosi lavori pubblici (dighe, lavori idraulici di canalizzazione, costruzione di grandi edifici) nonché degli ammassi di cereali e derrate a cura dello Stato come garanzia di sopravvivenza nelle annate di carestia.

L’URSS dei capi imbalsamati sulla Piazza Rossa e la Cina di Mao col suo mausoleo in piazza Tien An Men sono state l’ultima manifestazione di quella tipologia, che ora ha una coda grottesca nella Corea del Nord. Il comunismo in Occidente si è realizzato solo nei monasteri medievali. Non erano soltanto luoghi di preghiera e di elaborazione culturale. Erano anche centri di produzione, di consumo e di un modesto commercio. La proprietà della terra circostante il monastero e degli attrezzi di lavoro nel laboratorio era della comunità. I prodotti del lavoro erano usufruiti in comune. Erano centri di autoproduzione e autoconsumo. L’unico riscontro moderno di questa tipologia sono stati i kibbutz di Israele, un breve esperimento iniziale fin troppo pubblicizzato propagandisticamente e finito nel nulla. Questo è l’unico comunismo degno del nome: comunità che si autoregolano, centri di autoproduzione e autoconsumo dove denaro e commercio hanno un ruolo limitato, collegati fra loro in una federazione di liberi Comuni.

Perché una simile alternativa abbia una qualche consistenza occorre una catastrofe talmente grande da ridurre drasticamente la popolazione mondiale e da cambiare totalmente la mentalità dominante.

Ecco il vero dramma dei nostri anni, unici nella storia a noi nota: vedere che il sistema globale è giunto alla fine ma non riuscire a concepirne un’alternativa realistica. Condannati a sprofondare nel fango di una decadenza mostruosa, assistiamo impotenti al dilagare della follia.

Anche i miseri risultati di un’insignificante competizione elettorale ci parlano di un’impossibile alternativa in un disastro epocale.

Fonte: Il giornale del Ribelle

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