Quando l’antirazzismo fa… autogol - di Enrico Galoppini

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Quando l’antirazzismo fa… autogol - di Enrico Galoppini

Quella di “razzismo” è, nelle società occidentali moderne, una delle accuse più infamanti. Se sei bollato come “razzista” la tua immagine viene infangata e la tua carriera può subire seri danni.

Lo stesso dicasi per chi si ritrova stigmatizzato come “antisemita”, ma anche come “omofobo”. Vi è poi l’epiteto “sessista”, affibbiato a chi potenzialmente potrebbe commettere un… “femminicidio”!

Tutto quest’affannarsi a trovare dei “cattivi sociali” è condotto sotto le insegne della lotta alla “discriminazione”. Concetto quanto mai caro a chi anima questo sito e che ha spiegato al momento di presentarlo ai suoi lettori.

Secondo questa accezione secondaria del concetto di “discriminazione”, chi discrimina commette un’ingiustizia, mentre l’idea originaria rimanda esattamente al contrario, ovvero all’applicazione della giustizia!

Il che non è affatto strano, trovando l’inversione delle parole la sua ragion d’essere in un ribaltamento, di centottanta gradi, dei significati che esse esprimono. A sua volta, ciò riflette un cambiamento di stato d’animo, il quale può essere visto come una difficoltà a concepire un concetto nella sua forma più pura per fare posto ad una sua comprensione più limitata e ridotta.

Per inciso, è soprattutto questa la premessa dell’odierna costante caccia ai “razzisti” eccetera da parte dell’apparato mediatico, infarcito di persone pressappochiste che si rivolgono a masse di sudditi abituati a reagire per riflessi condizionati.

Questa volgarizzazione dei concetti secondo il sentire degli individui meno acuti e qualificati conduce a sua volta ad una dittatura del pensiero, che è qualcosa di molto più democratico, nel vero senso del termine, di quanto i più siano disposti a credere.

In altre parole, la pretesa di volgarizzare ogni idea ed ogni concetto, abolendone di fatto i significati originari e qualitativamente più elevati, è una condizione imprescindibile di un regime democratico.

Che come tutti i regimi ha bisogno di un consenso.

Un consenso estorto però con tecniche molto più raffinate e pervasive rispetto a quelle dei cosiddetti “totalitarismi”.

Oggidì, infatti, nulla sfugge al controllo moralistico dell’antirazzismo e dell’antidiscriminazione in genere. Politica, arti, cultura, e persino economia ed imprenditoria (si pensi al “caso Barilla”), sono continuamente radiografate e passate al setaccio, alla ricerca di qualche “mostro” da gettare in pasto a quell’altro cerbero che è l’opinione pubblica.

Della religione non stiamo neanche a parlare, tale è la pressione esercitata dall’apparato mediatico sul Papa e la Chiesa, fino all’ultimo parroco di campagna.

In tutto questo sistema di “normalizzazione” e di adeguamento secondo i desideri dell’agenda mondialista, lo sport ha davvero un ruolo trainante e formativo. E non ci riferiamo all’attività sportiva in sé, che è salutare, quanto all’uso propagandistico ossessivo che ne viene fatto. Anche attraverso alcuni suoi uomini-simbolo.

Come Mario Balotelli, che finché è rimasto in Italia ha costituito l’ingrediente pressoché quotidiano delle “iniziative antirazziste” legate allo sport, ma che ora, in Inghilterra, è incappato nella censura del medesimo meccanismo che egli, volente o nolente, aveva contribuito ad alimentare.

L’occhiuta vigilanza del moralisticamente corretto l’ha colto in fallo (è il caso di dirlo) su una delle tante reti sociali nelle quali ciascuno spiattella il primo pensiero che gli passa per la mente. Una battuta che coinvolge un po’ di popoli, tra cui “gli ebrei”, ed il pastrocchio è fatto.

Apriti cielo, ed apriti “l’inchiesta” della Federazione calcistica inglese, nella patria del “fair play” e di tutta quest’apprensione per qualsiasi cosa venga detta o pensata che finalmente sono riusciti, dopo anni di condizionamento, ad importare anche da noi.

Così è davvero patetico vedere “Supermario” ridotto ad ostentare la mamma adottiva ebrea nel tentativo di scusarsi (“I apologize…”) e forse d’ingraziarsi chi lo sta mettendo alla gogna per motivi che probabilmente esulano dal “razzismo”.

Evidentemente non ha ancora capito che chi manovra l’antirazzismo usa lui, nero e immigrato, come chiunque altro gli faccia comodo, a seconda del contesto e delle priorità, riservandosi la possibilità di gettare il proprio “testimonial” nel cestino una volta che questo non serve più, per un motivo o per l’altro.

E se poi questi – dopo aver contribuito a rafforzare uno stereotipo, quello degli “italiani razzisti” – compie il madornale errore di dire male, in maniera altrettanto stereotipata, degli ebrei, viene ascritto per direttissima alla categoria più infame che ci sia, quella dei “razzisti”.

Non è indegno e ridicolo tutto questo?

Prima, la valanga d’insinuazioni a carico degli italiani, senza che nessuno si sia mai scomodato come si fa adesso per una battuta preconfezionata sugli ebrei. Ora il j’accuse contro un calciatore che, bravo o no che sia, è finito in un meccanismo di cui forse non ha capito bene il senso, quando piuttosto dovrebbe essere semplicemente orgoglioso e soddisfatto di quello che è (e che ha!), senza prestarsi in alcun modo al gioco di chi, dopo tanti successi nelgotha dell’antirazzismo, l’ha finalmente indotto ad incappare in quest’umiliante quanto inopinata ‘autorete’.

Fonte: ildiscrimine

Commenta il post