Mauro Baranzini, l'uomo dell'economia: " Keynesiano al midollo ma attento a spendere"

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Mauro Baranzini, l'uomo dell'economia: " Keynesiano al midollo ma attento a spendere"

Keynesiano fino al midollo. Anzi Post. Ma con Tex Willer sul comodino. "Magari assieme a un Ken Follett o a testi di storia e antropologia, discipline che mi appassionano molto. L'amore per il Ranger dei fumetti è invece una tradizione di famiglia, anche mio figlio ne possiede una ricca collezione". Incontriamo il professor Mauro Baranzini nel suo studio all'Università della Svizzera italiana. Tra pochi giorni, giovedì 11 dicembre alle 17 nell'Auditorio del campus di Lugano, l'economista ticinese si congederà con una lezione di commiato dall'ateneo di cui è stato uno dei padri fondatori. Ma il suo non sarà un'addio allo studio, "solo" all'insegnamento. "Inizierà un'altra fase della mia vita. Si potrebbe dire che ricomincia una nuova carriera, fatta soprattutto di ricerca, di seminari e di convegni. Non insegnerò più all'Usi ma, pur restando sempre con la famiglia in Ticino, sarò molto più presente all'Accademia dei Licei di Roma e a Cambridge in Inghilterra. Inoltre potrò scrivere in tranquillità i miei articoli scientifici e i libri. Ne ho cinque sul tavolo da finire". La crisi del pensionato per Baranzini, che è nato a Bellinzona il 31 agosto di 70 anni fa, è scongiurata.
È una serata di nebbia, nel buio oltre il vetro del suo ufficio si sente la pioggia. È uno dei tanti, anzi troppi, venerdì senza sole. Lasciamo cadere la domanda inevitabile: quando finirà questa crisi economica? "Devo essere onesto fino in fondo: non lo sappiamo. Succede che me lo chiedano gli studenti, la stessa gente per strada oppure i giornalisti. Io cerco di dribblare la domanda, perché prevedere non è il compito dell'economista. Il mio maestro a Cambridge diceva sempre che gli economisti sono come i generali, sempre pronti a discutere, con la bocca piena delle guerre passate e mai pronti per le guerre a venire. Se l'economista è onesto dovrebbe rispondere: questi sono gli scenari, il passato ci ha dato questa lezione, la lettura del futuro è molto incerta, ma non facciamo previsioni economiche". Eppure qualcuno si lascia andare al vaticinio sulla durata della crisi: "Molti studiosi sostengono che siamo entrati in una fase di stagnazione secolare. Un po' come è capitato al Giappone dal 1992 ad oggi. Nessuna crescita, esplosione del debito pubblico, disoccupazione in aumento. Io credo che non si tornerà agli estremi degli anni '30, con la disoccupazione al 25-30%, però se ci guardiamo in giro qualche Paese si trova in questa situazione. D'altra parte è evidente che stiamo affrontando questa lunga crisi con degli strumenti d'intervento che non sono più quelli di una volta. Sono molto meno efficaci. Penso, ad esempio, al debito pubblico degli Stati che negli anni '30 non era così alto. Senza lance per combattere il margine di manovra s'è ristretto. Forse dovremo abituarci a un mondo senza crescita quantitativa, ma al massimo qualitativa. Inutile sottolineare che, come padre di quattro figli, mi preoccupo per i giovani che vivono la precarietà del mercato del lavoro, i salari bassi, l'incertezza del futuro...".
Certo, l'incertezza delle variabili. Che per l'inglese John Maynard Keynes (1883-1946), lo studioso che Baranzini segue da una vita come una stella polare, era addirittura assoluta. "La scienza economica - sottolinea l'ex decano, dal 2005 al 2009, della Facoltà di scienze economiche dell'Usi - riguarda il comportamento di miliardi di consumatori, di centinaia di milioni di produttori, il cui agire è sovente irrazionale e dunque, secondo la mia modestissima opinione, prevedere il futuro è estremamente difficile, perché ci sono sempre delle variabili totalmente sconosciute". Per squarciare porzioni di futuro il metodo migliore sta nell'affidarsi al passato: "Se mi chiedesse, ad esempio, se contuerà il cambio fisso del franco sull'euro a 1,20 le risponderei: non lo so, però è probabile che tra uno, due o cinque anni la Banca Nazionale non ce la farà più a mantenere il cambio attuale e torneremo sulla falsariga degli ultimi 40 anni. Un periodo in cui il franco svizzero si è rivalutato del 900% contro la sterlina e la lira italiana e del 500% contro il dollaro".
Assodato che economia e previsioni meteorologiche nulla dovrebbero avere in comune, resta la curiosità di sapere quanto il professor Baranzini nella vita di tutti i giorni risenta delle teorie che lo hanno conquistato. La risposta è scherzosa: "Facendo parte di quella corrente di pensiero economica che si ispira a Keynes, dovrei essere un grande consumatore. La tesi keynesiana è che bisogna consumare tanto perché si produca tanto e si creino dei posti di lavoro, generando valore aggiunto e gettito fiscale e via dicendo. Le dirò che tra i miei amici post keynesiani, incluso il sottoscritto, siamo tutti dei grandi tirchi e diciamo che siano gli altri a spendere, ma non noi". È una battuta, ovviamente, ma che serve allo studioso per ribadire come "gli economisti siano pieni di contraddizioni. Lo stesso Keynes diceva sempre che almeno nella culla dovremmo essere tutti uguali, ma lui non aveva figli e ha lasciato un patrimonio immenso. Se invece avesse avuto un figlio, avrebbe contraddetto quello che ha sempre sostenuto". Perché le carte che un individuo si ritrova in mano in avvio di partita sono importanti, anche se poi le variabili di gioco lo sono spesso di più. Così è stato per la passione di Baranzini: "Credo che la mia scelta sia stata condizionata dal fatto che ero figlio di una famiglia operaia. Mio padre era ferroviere, faceva un lavoro duro e scarsamente retribuito. Mia mamma era invece figlia di contadini. Perciò l'unica possibilità per un giovane di Giubiasco senza molte risorse finanziarie era di fare la maturità alla scuola di commercio di Bellinzona. Dopo di che con la maturità, che era cantonale e non federale, era possibile l'accesso solo alle facoltà di scienze economiche. Ho esitato con Milano, ma per fortuna sono andato a Friburgo, perché credo che non avrei mai condiviso la visione dei bocconiani. Lì, feci velocemente il dottorato, poi andai a Zurigo. Ricordo che i grandi maestri di Friburgo dicevano: se vuoi continuare a studiare economia devi partire e sono partito...".
Sono gli anni di Oxford, "un periodo eccezionale", iniziato nel 1971 e durato 13 anni, e anche lì c'entra il caso. Il bando di concorso, per una borsa di ricercatore esordiente al Queens College di Oxford, gli viene segnalato dal cugino Giorgio Baranzini, già docente e condirettore della Commercio di Bellinzona. Il ragazzino coi calzoncini corti di Giubiasco spicca il volo che lo porterà ad incontrare ed apprendere da "maestri eccezionali, diversi dei quali vinsero il Nobel". Tra questi anche Sir James Mirrlees: "Mi riceveva il venerdì dalle 14 alle 16. Ricordo che mi maciullava, mi diceva lei mette in calce le note più importanti invece di inserirle nel testo. Comunque alla fine approvò e disse che era un buon dottorato. Fu importante mia moglie Evelina che mi incitò a non mollare quando tornavo a casa distrutto da quegli incontri. Ebbi poi la grande fortuna che il docente responsabile del Queens College di economia diventò bursar, ossia il gestore del fondo finanziario del college, e mi chiese se volevo prendere il suo posto e così rimasi dieci anni a Oxford". Dove infine diventa direttore degli studi di economia.
Ciò che accadde dopo è noto e può essere sintetizzato per balzi temporali. Rientrato nel 1984 in Svizzera, vince nel 1987 la cattedra di economia politica all'Universita? di Verona. È un anno cruciale perché viene coinvolto da Luigi Generali, "una persona fuori dal comune che non si fermò davanti ai ripetuti no delle banche svizzero tedesche", nel progetto di un Centro di studi bancari per la formazione dei dirigenti e dei quadri intermedi. "Il Centro - ricorda - partì nel 1990 e fu una sorta di embrione dell'Usi o comunque una buona scuola per capire che cosa bisognava fare. Nel 1994, il 10 ottobre, il municipio di Lugano col sindaco Giorgio Giudici e Giorgio Salvadè incaricarono il sottoscritto e i professori Luigi Dadda e Sergio Cigada, di preparare un progetto per le due facoltà di Lugano". S'apre qui la parentesi che, dopo una miriade di incarichi in prestigiose università e onorificenze, come il Premio internazionale per le scienze economiche dell'Accademia dei Lincei, si chiuderà l'11 dicembre. Farà un bilancio? "No, vi voglio sorprendere".

Autore: Stefano Pianca
Fonte: www.caffe.ch
spianca@caffe.ch
@StefanoPianca

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