L`export di democrazia nel Vicino Oriente - di Marco Mari

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

L`export di democrazia nel Vicino Oriente - di Marco Mari

La cartina geografica del Vicino Oriente che conosciamo oggi, è frutto del trattato franco-inglese Sykes-Picot degli anni Venti del secolo scorso. Le due più grandi potenze coloniali di allora si spartirono equamente quell’area in modo da poterla gestire agevolmente, suddividendola in protettorati e staterelli creati in modo da essere sempre instabili e a rischio rivolte. Tutto lo scacchiere mediorientale è percorso da lotte tribali e religiose alle quali solo la presenza di dittatori ha potuto tenere un freno. Esempi sono il defunto, perché abbattuto, Saddam Hussein ed i monarchi assoluti dell’Arabia Saudita, ancora al potere perché fedeli alleati degli Usa. Visto il crescente trambusto che percorre l’intera area da alcuni anni, c’è da porsi un interrogativo: che succede nel Vicino Oriente? C’è la mano americana che vuole ridisegnare quella mappa per i suoi giochi geopolitici e allo stesso tempo Israele che vuole approfittarne per regolare un po’ di conti con la Siria e l’Iran tradizionali alleati dei palestinesi. Le manovre di Washington sono scattate oltre 20 anni fa con la guerra a Saddam Hussein, quindi all’Afghanistan e più di recente con la guerra Nato a Gheddafi in Libia e le varie primavere arabe scatenatesi in Nord-Africa e non riuscite solo per la presenza di governi militari o pseudo-tali, e con il tentativo, non riuscito, di rovesciare il presidente siriano Assad. Il rischio resta che l’intero mondo arabo possa esplodere con esiti incalcolabili. Il progetto Usa “per un nuovo Medio Oriente” fu anticipato in un documento redatto nel 1997 da Rick Peters tenente colonnello ora in pensione, che pensò nel 1997 di riscrivere la cartina geografica dell’intera area. L’operazione non era da sviluppare tramite l’invasione con un vero e proprio esercitò come avvenuto in Vietnam, operazione che non avrebbe avuto l’appoggio dell’opinione pubblica americana, bensì provocando un movimento destabilizzatore in loco. La stessa Al-Qaida fu all’origine una costola della Cia per scacciare i russi dall’Afghanistan. Il progetto poi è proseguito in altre forme nell’Iraq post-Saddam finito nell’influenza dall’Iran, nella Libia post-Gheddafi, anarchizzata tra le varie tribù e gruppi terroristi e infine in parte dell’Iraq e della Siria dove l’Isis, forza che vuole la rinascita del Califfato Islamico, ha raccolto diverse sigle collegate ai salafiti e agli wahabiti di Al-Qaida finanziate da Washington e dai vari suoi alleati regionali (monarchie del Golfo e Turchia) e usate per detronizzare Assad in Siria fin dal 2012. E’ difficile pensare ad una simile armata ben addestrata ed equipaggiata nonché mediaticamente assai abile senza aiuti “occidentali” nell’addestramento e nel finanziamento. Le guerre costano, eccome se costano (ne sa qualcosa l’Ucraina di Poroshenko che in otto mesi ha speso 5 miliardi di dollari per distruggere, senza successo, i filo-russi del Donbas). Ora come spesso accade agli Usa, il giocattolo è impazzito e l’ISIS si è ribellato e pare intenzionato a creare uno Stato islamico che vuole riproporre eventi datati 1400 anni fa (per capirci: in un caso l’espansione islamica in Europa venne fermata da Carlo Magno attorno all’800 d.C.). Se l’ISIS si propone, sostenuta dalle alleate monarchie del Golfo, di imporre il dominio sunnita sulle altre minoranze islamiche e di dare vita a uno Stato fondato sui rigidi precetti del Corano per poi espandersi altrove, nella stessa area la Turchia persegue una riproposizione del dominio già detenuto dall’impero Ottomano. Senza contare che, sempre nel campo occidentalista c’è anche Israele, potenza nucleare locale che combatte la sua guerra per la supremazia sull’intero scacchiere. Gerusalemme ha sempre fatto leva sugli Stati Uniti per tenere a bada i suoi nemici storici: Siria, Libano, Iran, Libia, ma oggi pare che le cose stiano cambiando: E’ vero che Gheddafi è morto, che Assad ha i suoi problemi di difesa come pure li hanno i libanesi, ma il cruccio attuale di Tel Aviv è Teheran che ambisce allo sviluppo autonomo della tecnologia atomica per “usi civili” che possono facilmente trasformarsi in militari (oggi solo Israele è dotato di armi nucleari quantificabili in 400 testate). Uno spaccato regionale problematico. Ecco perché gli Usa sono intenzionati a semplificare le cose facendo cadere governi rissosi e Stati sempre in lotta fra loro sostituendoli con nuovi attori deboli e sempre bisognosi di aiuto: dunque sottomessi in un “Medio” Oriente balcanizzato. Il risiko americano prevede pure un piano B per quella zona del mondo, ovvero lo stesso Medio Oriente senza più privilegi di cooperazione e finanziamento con Israele. D’altro canto c’è la Russia. Che non ignora né sottovaluta l’incendio del fondamentalismo islamico la cui ombra lunga arriva fino al Caucaso dove la insorgenza islamista non è mai stata spenta del tutto, anzi è attivissima. E forse questo risveglio islamico in Cecenia e negli Stati vicini potrebbe essere l’ennesimo disturbo di Washington lanciato contro Mosca per indebolire Putin, l’unico che non si è ancora piegato alla volontà Usa come invece fecero i suoi ‘illustri’ predecessori: Gorbaciov (che pubblicizzava la pizza americana) e Eltsin (noto alle cronache non come “statista” ma per le sue colossali sbronze, per l’allevamento di oligarchi privatizzatori e per i reggiseni slacciati alle sue collaboratrici) che avevano reso la Russia una succursale di McDonald. Quello che oggi purtroppo è più che mai il vecchio continente. Nel frattempo “l’unica potenza indispensabile” come scriveva Zbignew Brzezinski guru della politica rep-dem Usa, continua a scatenare crisi nelle aree calde del pianeta per creare il Nuovo Ordine Mondiale a sua immagine e somiglianza spacciato ai creduloni come esportazione della democrazia. Del capitalismo e dello sfruttamento assoluto. - See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23633#sthash.xKqIQtZ4.dpuf

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