Il Dottor Zivago, un capolavoro e tante polemiche - di Caterina Provenzano

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Il Dottor Zivago, un capolavoro e tante polemiche - di Caterina Provenzano

(Il Dottor Zivago) è ritenuto un capolavoro esemplare di romanzo storico e sociale. Un romanzo dal carattere esplicitamente razionale che suscitò violente polemiche e atti intimidatori quando fu pubblicato, il 23 novembre del 1957. A distanza di cinquant'anni, il romanzo "Il dottor Živago" di Borís Pasternàk viene celebrato in tutta Europa non senza ricordare la persecuzione intellettuale e morale che l'autore ha dovuto subire dal regime comunista e dai servizi del Kgb che lo costrinsero alla povertà e all'isolamento. Un'edizione prestigiosa e fuori collana è stata stampata in questo mese dalla Casa editrice Feltrinelli.
Il romanzo è lunghissimo, quasi settecento pagine in cui è raccontata la storia - per certi versi autobiografica - di Živago, per un periodo compreso tra il 1905 e il 1930. La narrazione copre quindi i trent'anni cruciali della Russia. Anni in cui ciò che succede al dottor Živago succede a milioni di Russi a causa della fallita rivoluzione del 1905, a causa della Prima guerra mondiale, a causa della Rivoluzione d'Ottobre, della guerra civile, della carestia, della Nep e, infine, della dittatura comunista consolidata.
Non è stato facile pubblicarlo. In Russia il romanzo non potette circolare neanche in bozzetti. L'Italia si guardava attorno con circospezione. Molti intellettuali non volevano - o non poterono - diffondere il romanzo perché coscienti che si trattava di una spietata denuncia, senza equivoci, di quel regime sovietico perpetrato ai danni dei cittadini russi. Il clima politico italiano non era favorevole alla pubblicazione: ciò significava rompere con il Partito Comunista Italiano. E per questo che la pubblicazione fu rifiutata da Giulio Einaudi o, come ricorda Vittorio Strada, il più grande teorico della letteratura russa, "fu una pubblicazione mancata per insufficiente tempestività, per deficit organizzativo". Gli intellettuali che ruotavano intorno alla casa Editrice fecero di tutto per far sì che la pubblicazione non avvenisse, almeno non subito. Intervennero personalmente Palmiro Togliatti, Rossana Rossanda e Pietro Ingrao. Anche Italo Calvino, consulente editoriale per Einaudi, cercò di ritardarne la pubblicazione.
Ma il romanzo vide la luce lo stesso. In Italia prima che in Urss. Fu pubblicato in prima mondiale da Feltrinelli, giocando sull'inerzia e l'indecisione della Einaudi. Trentuno edizioni in un anno, fu la fortuna della casa Editrice anche se si consumò la rottura tra la Feltrinelli e il Pci. Il libro si diffuse in tutta Europa e fu tradotto in tutte le lingue, ma con esso circolò anche il "Caso Pasternàk". Qualche mese dopo dalla pubblicazione, nel 1958, gli fu conferito il Premio Nobel per la letteratura. Venne poi espulso dall'Unione Nazionale degli Scrittori. Il governo russo gli precluse la possibilità di ritirarlo, se lo avesse fatto non avrebbe potuto far ritorno in patria. Da quel momento visse nel gelo glaciale della politica e della letteratura ufficiale, un esilio forzato dal quale venne a liberarlo la morte, nel 1960. Nonostante tutto, la fama di scrittore crebbe a dismisura, a testimoniare che le forme di genialità e l'arte in generale non si possono sopprimere.
Ricordare Pasternàk oggi significa esprimere un sentimento commosso verso uno fra i più grandi poeti del Novecento. Un poeta vero, miracolosamente sopravvissuto alla "generazione dei suicidi" e dei massacri, di quasi tutti i suoi amici. Il dottor Živago è un romanzo ritenuto un capolavoro esemplare di storia, vita sociale e conflitti individuali difficile da non identificare con quel periodo storico per molti ritenuto freddo e glaciale come la sensazione che traspare dalla lettura quando si incontrano i manti bianchissimi della Siberia, il luogo simbolico d'esilio del dottor Živago/Pasternàk.
Il romanzo fu pubblicato in Russia solo nel 1988, dopo la perestroika. Mentre nel 1989, Yevgueny Pasternàk, figlio dell'autore, compirà quel viaggio in Svezia per ritirare un Premio rimasto lì da oltre 30 anni.

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© Caterina Provenzano

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