Il disastro di Bhopal, 30 anni dopo - di Maria Tavernini

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Il disastro di Bhopal, 30 anni dopo - di Maria Tavernini

Era da poco passata mezzanotte a Bhopal, nello stato del Madhya Pradesh, in India centrale, quando una densa nube tossica spinta dal vento avvolse la città addormentata.

Il gas filtrò dalle finestre delle case, dalle lamiere della baraccopoli alla periferia della città. Si stima che almeno 1.500 persone siano morte nel sonno, soffocate.

Molti si svegliarono di soprassalto, con gli occhi e la gola in fiamme. Vomitavano sangue, non riuscivano a respirare. La gente urlava e scappava in tutte le direzioni, senza capire, senza sapere cosa fare. Chi riuscì a mettersi in salvo e a sopravvivere, oggi racconta scene apocalittiche.

Circa 40 tonnellate di isocianato di metile (Mic) - una sostanza altamente tossica - venute accidentalmente a contatto con l’acqua nella fabbrica di pesticidi Union Carbide generarono per reazione una nube gassosa pesante due volte l’aria che in poco tempo raggiunse l’adiacente bidonville e la città di Bhopal, uccidendo 3.787 persone solo quella notte.

Anche se non vi sono dati certi, stime governative riportano oltre 15 mila vittime, mentre Amnesty International parla di oltre 22 mila morti e 570 mila intossicati.

Era il 3 dicembre del 1984 e quella notte sarà ricordata per il più grave disastro industriale della storia. L’incidente ambientale e umano di Bhopal, uno degli avvenimenti più controversi della storia indiana recente, rimane ancora oggi una ferita aperta nella memoria collettiva nazionale, nonché un grave esempio di negligenza da parte delle grandi multinazionali verso i Paesi in via di sviluppo. Ma procediamo con ordine.

La fabbrica in questione è la Union Carbide India Limited (Ucil), consociata della multinazionale americanaUnion Carbide, specializzata in insetticidi. Lo stabilimento indiano, inaugurato nel 1980 sotto gli auspici dell’allora primo ministro Indira Gandhi, subì una grave scossa con la crisi del 1982, che portò a tagli e licenziamenti.

L’anno seguente, sull’orlo del fallimento, fu decisa la fine della produzione e la chiusura dell’impianto, dove però restavano 63 tonnellate di isocianato, con sistemi di sicurezza disattivati e un personale ridotto all’osso.

Con la chiusura del sito emergono le responsabilità della multinazionale, secondo gli esperti, colpevole di non aver adottato nella fabbrica di Bhopal adeguati standard di sicurezza. Responsabilità che fanno sentire il loro peso fino a oggi e alle quali la Union Carbide continua a sottrarsi.

“Inoltre, subito dopo il disastro, i dirigenti dell’Ucil non rivelarono la natura dei composti perché il pesticida era protetto da brevetto impedendo, di fatto, ai medici di trovare un antidoto e curare le vittime”, spiega l’attivista indiano Satinath Sarangi, che da anni si batte per portare giustizia a Bhopal.

“L’agente eziologico della ‘malattia di Bhopal’ resta tutt’oggi sconosciuto”, conferma l’Indian Council of Medical Research.

Più di 500mila persone a Bhopal soffrono oggi di disturbi invalidanti legati alla fuoriuscita del Mic di trent’anni fa: difficoltà respiratorie, disturbi alla vista, complicazioni al sistema riproduttivo, malformazioni congenite, alta incidenza di cancro e danni al sistema nervoso. Questa è la terza generazione di vittime dell’Ucil.

Uno studio del Centre for Science and Environment (Cse) - un think tank indiano che si occupa di ambiente e sviluppo - rivela che il suolo e la falda acquifera continuano a essere contaminati con metalli pesanti, agenti chimici e pesticidi residui del sito dismesso e mai completamente bonificato, dove restano 350 tonnellate di rifiuti tossici abbandonati.

“Bhopal è stata colpita da due tragedie: una, nell’immediato, e l’altra emersa (con la contaminazione) negli anni a seguire”, ha dichiarato la direttrice del Centre for Science and Environment (Cse) Sunita Narain.

(Qui sotto il trailer del film Bhopal: a prayer for rain, una produzione internazionale con Martin Sheen, Mischa Barton, Kal Penn e Rajpal Yadav diretti dal regista indiano Ravi Kumar, in un dramma-storico che ripercorre il disastro della Union Carbide).

Intanto, la multinazionale americana ha pagato solo in minima parte per i danni causati. Nel 1987 furono rinviati a giudizio la Union Carbide, l’Ucil e otto dirigenti indiani, insieme all’amministratore delegato all’epoca dei fatti, Warren Anderson.

Le accuse: “Omicidio colposo e lesioni gravi attraverso l’esercizio irresponsabile di attività altamente pericolose”. Nel 1989 la Corte Suprema Indiana raggiunse un accordo extragiudiziale con la Union Carbide: 470 milioni di dollari a fronte dei 3 miliardi richiesti, solo in parte giunti alle vittime.

La domanda di estradizione, però, non si formalizzò mai. La multinazionale e il suo ex amministratore delegato non si presentarono mai alle udienze in India, e furono così dichiarati latitanti. Ed è solo nel 2010 che il tribunale di Bhopal arrivò a una condanna per negligenza grave (con pena ridotta) per Warren Anderson, ormai novantenne, e sette dirigenti indiani dell’Ucil, poi scarcerati su cauzione.

Nel 2001 la Union Carbide venne acquisita dalla seconda azienda chimica al mondo in termini di produzione, la Dow Chemicals (la stessa che produceva napalm e agente orange durante la guerra in Vietnam). Ma il colosso statunitense - che doveva presentarsi lo scorso 14 novembre 2014 al processo a Bhopal - ritiene di non dover rispondere delle azioni della Union Carbide, che ha “già sufficientemente risarcito le vittime”.

La morte di Warren Anderson a fine settembre 2014 in una clinica della Florida non ha fatto che aumentare il senso di frustrazione tra i superstiti, esploso in un moto d’ira per le strade di Bhopal.

“Ha ucciso 25mila persone ed è morto senza pagare per le sue colpe”, ha dichiarato Rachna Dhingra dell’Ong International Campaign for Justice in Bhopal, alla vigilia del trentennale.

Le fa eco Rashida Bee, una sopravvissuta che ha perso cinque membri della sua famiglia e ha fondato un sindacato di donne vittime dell’Ucil: “Fortunati sono coloro che morirono quella notte”, racconta.

Un sentimento condiviso da molti sopravvissuti a Bhopal, per i quali non è ancora stata fatta giustizia.

Maria Tavernini è una reporter italiana che vive a Nuova Delhi.

Fonte: thepostinternazionale

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