Il circo del Quirinale - di Luca Giannelli

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Un partito come il Pd in preda a convulsioni interne dove i prodiani tutt’altro che dimentichi del tradimento dei 101 sono già tornati alla carica per il loro ex candidato presidente. Un capo di Forza Italia che nessuno può più definire “indiscusso” già proteso su un nome che possa assicurargli quella grazia cui non sembra aver mai smesso di pensare (e i nomi sono quelli di sempre: Amato, Letta, Casini…). Un presidente del consiglio che anche per il Quirinale intende applicare il metodo che l’ha contraddistinto fin qui e di cui l’attuale governo è compiuta espressione, in piena continuità con la storia partitica italiana, quello secondo il quale a contare, più che la competenza è l’affidabilità politica (che tradotto premia le mezze figure obbedienti, meglio ancora se giovani, meglio ancora se donne…). Un movimento come i Cinque stelle talmente impegnato a risolvere i tanti dissidi interni e da sempre così poco proclive ai giochi di potere da non poter costituire per nessuno un interlocutore affidabile. E metteteci anche un’informazione quasi sempre interessata, dove gli editori puri sono più rari della foca monaca, che come sempre mischia congetture e aspettative, previsioni e sostegni ai vari papabili.

Se il toto-ministro andato in scena di recente sulla Farnesina per la stampa italiana si è rivelato una vera Caporetto collettiva (una ventina di nomi lanciati in mischia, mancava solo quello di Gentiloni!), si capisce bene come sul nome del futuro inquilino del Colle si sia già potuto scatenare un circo del miglior Barnum, finte sirene comprese. Come pompieri quando scoppia un incendio, giornali e televisioni non possono che allargare i teloni, per poter dire poi “io l’avevo detto”, o anche “io l’avevo suggerito”. Dagli e dagli, a furia di allargare, tra la trentina di nomi già rimbalzati in superficie era finito anche Riccardo Muti, tornato di recente sulla cresta delle cronaca con le dimissioni a quel disastrato Teatro dell’Opera di Roma, dove Alemanno l’aveva convinto ad assumere gli scomodi panni da front man. All’inizio il direttore d’orchestra tanto caro a fiorentini per i suoi trascorsi al maggio musicale si era limitato a far da respingente (“ma perché non mi fate continuare a dirigere che mi piace tanto?”, poi però -ieri- era stato “Il Fatto quotidiano” a tornare alla carica, titolando sulla rivelazione di uno dei figli di Muti (il terzogenito, Domenico) a proposito di una telefonata con la quale era stata prospettata al maestro questa possibilità E’ una proposta seria del premier, ne abbiamo parlato in famiglia”. Subito, si era messo in azione l’ABS governativo con tanto di comunicato (da Algeri): “Notizie strabilianti, retroscena e presunte rivelazioni destituite di ogni fondamento, il premier non sente Renzi da anni”. E il figlio a sua volta che confermava: “Mai parlato di una telefonata di Renzi a mio padre”, circostanza in effetti mai riportata dal “Fatto” che resta sul punto. Tutto risolto, dunque? No. Anche perché lo stesso Muti, che nessuno potrà mai accusare di simpatie sinistrorse, ha tenuto a ribadire -chissà perché- di essere uno dei pochi artisti a pagare le tasse in Italia e di aver fatto carriera senza raccomandazioni (“ho fatto la gavetta”). Lo ha fatto a Firenze, accanto al sindaco Nardella, fedelissimo di Renzi, talmente fedele da poter farsi eventualmente ambasciatore per chi lo ha preceduto e lanciato….

Renzi e il suo fedelissimo banalissimo coro (mai un lampo, mai un sussulto) continuano a dire, a raccomandare, a supplicare che successione di Napolitano e percorso delle riforme debbano restare problemi distinti. Nessuno ovviamente ci crede. L’impresa è oggettivamente impossibile, con un Berlusconi sempre ossessionato da questioni che si chiamano grazia e incandidabilità ben felice di far rientrare il discorso all’interno di un patto col Nazareno sempre più affollato e al contempo sempre più segreto, e nemmeno l’aiutino concesso tre quattro giorni fa dal presidente che aveva risposto picche alla richiesta di rinvio fattagli da Renzi (decido io quando e come, in piena autonomia) è servito a granché. E il governo si ritrova ora, dopo tanti impegni, tanti annunci e tante slide a fare i conti con un garbuglio di grane difficile da dipanare, con un patto che è più un’intesa personale che un accordo tra due forze politiche (Forza Italia e Partito Democratico) tutt’altro che compatte al loro interno, e con un Movimento Cinque stelle che si ritrova ora a dover decidere del proprio futuro, con divisioni che solo gli osservatori superficiali possono dividere in due categorie: pro Grillo e pro Renzi. Se la telefonata con proposta incorporata fatta a Muti rimane avvolta nel mistero, quella fatta da Renzi ad Artini (suo antico compagno di scuola in quel triangolo di priovincia fiorentina stretto tra Rignano, Figline e Reggello fresco espulso dal movimento di Grillo e Casaleggio), è uscita grazie alla microfonatura di “Piazza pulita”, alla luce del sole. McLuhan definiva il telefono un medium freddo, ma basta seguire un po’ la cronaca degli ultimi anni con le sua intercettazioni per capire quanto fosse fuori strada. E anche la telefonata Renzi-Artimni è stata calda. Calda e eloquente. Anzi, meglio, eloquente per un verso, per un altro fuorviante. Eloquente dell’egocentrica torrenzialità di un Renzi al quale il povero Artini non riusciva a dire di essere microfonato e quindi “a rischio”, ma ancora prima della difficoltà di un presidente del consiglio che a dispetto della sicurezza ostentata all’esterno appare a caccia disperata di numeri in parlamento; ed eloquente anche dello stato di agitazione permanente e collettiva in casa cinque stelle: la reazione spropositata di Artini che dopo aver parlato di informazione “indegna” ha addirittura abbandonato la trasmissione, parlava da sola. Il nome di Riccardo Muti forse è già bruciato, anche se l’idea che vedere un direttore d’orchestra alle prese con gli hunger games della politica nostrana è d’indubbia attrattiva, ma ecco che già comincia a farsi spazio -chissà per quanto- il nome di un altro artista digiuno di politica, anche lui impegnato per lavoro a costruire: non suoni ma edifici. Si chiama Renzo Piano e fa l’architetto, senza che la carica di senatore a vita corra il rischio di rubargli troppo tempo…

Fonte: L'intellettuale dissidente

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