Gadda e Moravia: due scrittori a confronto - di Simone Casini

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Gadda e Moravia: due scrittori a confronto - di Simone Casini

Per comprendere nella stessa inquadratura due scrittori distanti come Gadda e Moravia occorre abbandonare i primi piani e affidarsi a obiettivi grandangolari. La distanza che li separa e talora li oppone in termini di scelte letterarie e ideologiche richiede infatti un allargamento del campo visivo che porta al centro il paesaggio di sfondo e che, nonostante alcuni inevitabili problemi di messa a fuoco, permette di illuminare da due posizioni lontane ma parimenti pregnanti alcuni territori significativi della narrativa italiana del Novecento.

Una riflessione del genere tuttavia non avrebbe molto interesse se i due protagonisti avessero percorso sentieri del tutto autonomi o paralleli senza mai incontrarsi. In realtà, fra Gadda e Moravia ci sono state sorprendenti ma non casuali convergenze di ordine biografico e letterario, che hanno prodotto momenti di altissima tensione e manifestato implicazioni rilevanti delle rispettive opere. Si pensi alla contemporanea lettura del Belli, che indica ad entrambi nel dopoguerra la via per una rappresentazione realistica ma non neorealistica del popolo romano, nel Pasticciaccio e nei Racconti romani; oppure al confronto cruciale sulla tomba del padre comune, il padre amato o rinnegato dei narratori italiani, Alessandro Manzoni. è vero che Belli e Manzoni sono riferimenti primari nell’universo gaddiano, forse secondari per quello moraviano; ma non sarebbe difficile invertire il rapporto intorno ai nomi diDostoevskij – come ha suggerito Sergia Adamo nella sua relazione a questo convegno –, di Rimbaud e di Baudelaire, decisivi nella formazione dello scrittore romano ma fonte di suggestioni importanti anche per il milanese. La distanza inoltre non costituisce motivo di indifferenza ma al contrario di reciproco interesse, talora di ostilità e comunque di stima e riconoscimenti, come testimoniano il Gadda lettore di Moravia e il Moravia lettore di Gadda, ai quali dedicheremo rispettivamente, seguendo l’ordine cronologico, l’apertura e la conclusione di questo intervento.

L’apparente arbitrio del confronto così istituito fra Gadda e Moravia accenna per questa via a rovesciarsi in un binomio dialettico significativo se non paradigmatico sul piano culturale, quale chiave di comprensione del nostro Novecento letterario. Ne troviamo conferma in due importanti contributi critici che in tempi recenti si sono posti, sia pure da posizioni profondamente differenti, il problema di una nuova e più persuasiva storicizzazione della letteratura italiana del secolo passato, dopo l’esaurimento di obsolete descrizioni schematiche o ideologiche e dopo decenni di antistoricismo strutturalista, decostruzionista o genericamente postmoderno. Alludiamo in particolare ad alcuni pregnanti interventi di Luigi Baldacci e di Ugo Dotti. NellaGiustificazione che nel 1999 introduce Novecento passato remoto, il grande critico assumeva proprio la fortuna di Gadda e la relativa sfortuna attuale di Moravia quali indici sensibili delle ambiguità del pubblico e in particolare di una borghesia italiana desiderosa sopra ogni cosa di riflettersi in un’immagine «politicamente e culturalmente corretta», e prospettava quindi provocatoriamente un ribaltamento dei giudizi correnti in favore dello scrittore romano. (1) Di impostazione più tradizionalmente storico-letteraria, nel tentativo di ristabilire una relazione forte e necessaria tra società e letteratura, l’intenso saggio di Dotti su Manzoni, la borghesia, il romanzo (Moravia e Gadda) indaga il modo in cui «due significativi scrittori del nostro pieno Novecento (Moravia è vissuto dal 1907 al 1990, Gadda dal 1893 al 1973), consapevolmente e ideologicamente borghesi, abbiano tenuto i loro rapporti con la classe d’appartenenza». (2)

Il presente contributo muove dalla convinzione che la distanza delle premesse narrative e ideologiche in ordine a temi e problemi in certa misura comuni costituisca un fattore di comprensione e di conoscenza.

Gadda lettore di Moravia

Con la recensione che Gadda dedica ad Agostino sul Mondo, nel 1945, il confronto a distanza entra subito nel vivo. Non solo egli scopre in Moravia, con una certa sorpresa, quello stesso interesse per la psicologia del profondo, applicata in particolare alle fasi delicate della formazione della personalità, che ha tanta parte nella propria ricerca soprattutto in quegli anni (si pensi a Eros e Priapo e ai saggi sul narcisismo, per tacere della Cognizione); ma la finzione moraviana, per la sua lucidità intellettuale e formale, è assunta da Gadda addirittura come «referto», con tutta la carica assiologica che da sempre Gadda attribuisce al termine. Non è un riconoscimento da poco. Una finzione che divenga cognizione, atto di conoscenza, documento e referto, e che trasfigurando la propria natura di artificio letterario manifesti una verità umana altrimenti taciuta o deformata, costituisce il termine stesso della ricerca narrativa di Gadda ed è il titolo più alto cui un’opera letteraria possa ambire.

Naturalmente Gadda avanza alcune significative riserve, negando anzitutto un valore esemplare in senso assoluto alla vicenda di Agostino, che insomma non raggiunge la tipicità universale, per intendersi, di un Edipo («Moravia ci descrive un caso fortemente appoggiato alle circostanze suddette – madre ancor giovine, unico figlio – ma non necessariamente esemplare. Un caso fra i possibili casi esemplari», SGF I 608): l’autore della Cognizione, portatore a sua volta di un caso esemplare di diversa natura, meglio di altri percepisce nella luminosa evidenza della prosa moraviana un’implicita perentorietà assertiva che egli non può condividere. L’analogia che Agostino suggerisce tra la consequenzialità mirabile della logica narrativa e il percorso interiore iniziatico del personaggio – che invece chiederebbe tempi e forse modi diversi – pare a Gadda una «forzatura» («la narrazione è alquanto “montata” nella sua ossatura perentoria e nelle coagenti imposizioni della “unità di tempo”»).

Già si intravede in questi giudizi un primo confine tra i due scrittori: Gadda avverte nella sicurezza e nella linearità della prosa moraviana una tendenza a forzare i fatti per amor di logica, così come Moravia – lo vedremo – indicherà nel carattere digressivo della prosa gaddiana un rischio per la coerenza narrativa. Sin dalla recensione del 1945 si delinea inoltre un secondo confine, più appariscente e riconosciuto da entrambi, che è naturalmente quello espressivo, il rapporto antitetico che i due scrittori instaurano con il mezzo linguistico. Si tratta però di un confine pacifico, sul quale prendere atto di una diversità irriducibile riconoscendone i pregi e avanzando semmai qualche autocritica: «è caratteristica della narrazione moraviana», esordisce Gadda, «quell’attitudine a farci dimenticare l’imbratto del discorso, alleviando la pagina d’ogni bagaglio verboso».

Ma, come si è accennato, l’interesse per Agostino nasce dalla contiguità della ricerca psicologica ed è probabile che il romanzo breve fornisca a Gadda riscontri o materiali per l’elaborazione della sua teoria dell’eros. Egli infatti riconosce a Moravia le qualità di un «epico del fenomenalismo dei rapporti umani», un moralista capace di contemplare i fenomeni della coscienza nella loro nuda realtà, senza giudicarli. E discerne nel «referto» moraviano tre distinti momenti, che con qualche «forzatura» lo scrittore romano ha condensato in uno solo: quello «edipico» nel rapporto del ragazzo con la madre, quello «solidale-narcissico» nei rapporti coi coetanei, e quello «omoerotico» accennato nella figura del Saro. è soprattutto al secondo che Gadda presta attenzione: nella «pittura amaramente veridica» dei ragazzi del popolo, priva di aure mitiche o ideali, individua «la mano del miglior Moravia», e la interpreta in chiave di quel modello narcissico, che nei coevi saggi gaddiani costituisce l’elemento decisivo nella costruzione per così dire centripeta della personalità.

è singolare che Moravia e Gadda negli stessi anni abbiano avvertito la stessa esigenza di appoggiare la loro narrativa a una riflessione o a un’analisi per così dire scientifica, ricorrendo agli strumenti della psicologia del profondo. Premesse e finalità sono però profondamente diverse, quasi due distinte teorie della struttura della personalità, che Agostino e l’interpretazione gaddiana diAgostino consentono di esplicitare. è un punto importante perché vi è una stretta relazione con la costruzione narrativa.

La narrativa moraviana sin dai suoi esordi coincide con l’invenzione del personaggio, e attribuisce perciò un valore fondamentale al rapporto che l’autore stabilisce col personaggio. Gli indifferenti, per esempio, non nascono dalla costruzione di una trama, ma dalla concezione di personaggi complessi; e la validità, in termini estetici, di Michele, Carla, o Leo, dipende dall’investimento intellettuale e affettivo che in ciascuno di essi lo scrittore ha saputo trasfondere (difficoltà esistenziale, sentimento di assurdo o di indifferenza per la realtà esterna ecc.). Una partenogenesi del personaggio che rischia talora di istituirne in modo astratto o schematico il carattere: i personaggi di Moravia vivono infatti una realtà interiore ma stentano a stabilire un rapporto con la realtà esterna. Recuperando gli anni della formazione e dell’adolescenza, in Agostino Moravia cerca di superare e per così dire umanizzare l’astrattezza dei suoi caratteri, o quantomeno di giustificarne l’impasse esistenziale all’interno di un processo di maturazione. In altri termini, la riflessione di Moravia in Agostino è funzionale al personaggio più che alla personalità.

In Gadda il personaggio – in quanto specie narrativa della persona – ha uno statuto completamente diverso. Non è il punto di partenza, ma il punto di arrivo: per usare il linguaggio della Meditazione milanese, è la risultante di apporti disparati, provvisoriamente e precariamente nucleati, che definiscono l’individualità. Si pensi per esempio alle fondamentali «note costruttive» delRacconto italiano di ignoto del novecento: Gadda muove da motivi sinfoniciche traducono le dinamiche profonde della società e della storia e che devono essere orchestrati, emanando e coagulando un personaggio rappresentativo.(3) Alla chiusura interiore del personaggio moraviano si contrappone perciò in quello gaddiano l’assenza di un vero centro individuale. Se negli anni delle meditazioni filosofiche e dell’attività ingegneristica Gadda aveva concepito in termini di logica questo nuclearsi provvisorio delle relazioni in individui e il loro successivo disgregarsi, al tempo della Cognizione e del Pasticciaccio lo descrive piuttosto su un piano che genericamente possiamo definire di psicologia del profondo come una dialettica di eros e logos, dove forze centripete (logos) tengono assieme l’individuo e forze dissociative (eros) tendono invece a dissolverlo. All’interno di questa dinamica il modello narcissico svolge secondo Gadda un ruolo primario nell’età formativa, in quanto potente forza centripeta.

è evidente nello sforzo teorico di Gadda, come in quello di Moravia, l’urgenza del problema conoscitivo e narrativo. La recensione ad Agostino rientra a nostro avviso in questa complessa ricerca. Pur muovendo da premesse tanto lontane, Gadda è interessato alla soluzione che Moravia ha indicato a un problema comune. La sua difficoltà a nucleare il personaggio prova ammirazione per la capacità sintetica dello scrittore romano, che invece ha proprio qui il suo punto di forza. Certo, la complessità dei motivi – storici, psicologici, contingenti ecc. – che Gadda intende orchestrare in una figura non può dichiararsi soddisfatta della figura moraviana, radicata e conseguente nel dramma oscuro ma ben circoscritto che la trascina lungo le pagine.

Quarant’anni di polemiche per lo Strega

In occasione del Premio Strega 1952, Gadda e Moravia si trovarono loro malgrado al centro di polemiche che trascendono il merito delle rispettive opere e si prestano all’aneddoto, ma che è opportuno precisare e ricostruire in questa sede. Racconta Maria Bellonci:

Ai primi di maggio (1952) erano stati presentati Frassineti, Patti,Calvino, Monelli, Carlo Emilio Gadda, in un’atmosfera piuttosto calma; ma all’improvviso l’editore Bompiani fece uscire il primo libro delle «Opere complete» di Moravia, I racconti, nel quale erano appunto riuniti per la prima volta i racconti dello scrittore, composti nello spazio di venticinque anni; tutti, anche quelli pubblicati in volumi e volumetti alcuni dei quali esauriti o introvabili. […] Qualcuno si domandò perché questo libro non avrebbe potuto concorrere allo Strega. Poteva, dicemmo. Sembra impossibile, ma Moravia non aveva mai, fino allora, avuto un premio importante. Presentato da Mario Pannunzio e Carlo Muscetta, fu incluso nella lista e subito si scatenarono le proteste. Non valeva, era un libro composto di scritti già editi. Con attenzione rileggemmo il regolamento; quel libro risultò nuovo perché era un’edizione diversa da tutte e particolarmente significativa, tanto che costituì un’occasione per discorsi critici nuovi. A questo punto fu però Moravia stesso ad impennarsi e a pregare i suoi presentatori di non farlo concorrere. Rinunciando, indicava il suo libro favorito nel Visconte dimezzato di Italo Calvino. Si riunì il Comitato Direttivo, si ascoltò il parere di un esperto del diritto d’autore e fu detto a Moravia che la sua partecipazione non subiva impedimenti. Egli chiese di pensarci su; e qui accadde il colpo di scena. (4)

Il colpo di scena è il decreto della Congregazione del Sant’Uffizio – datato 2 aprile 1952, promulgato il 20 maggio e pubblicato il 27 sull’Osservatore Romano – che metteva all’Indice dei libri proibiti l’intera opera di Moravia, insieme a quella di André Gide, da poco scomparso. (5) La condanna (ritirata nel 1966) si inseriva peraltro in un clima di forti tensioni politiche e culturali che contribuì a radicalizzare un confronto letterario altrimenti normale: va tenuto conto per esempio dell’imminenza di scadenze elettorali importanti come le amministrative romane del luglio e le politiche dell’anno seguente; del tentativo in corso nel primo semestre del ’52, da parte di settori della curia romana, di trovare una rappresentanza politica più intransigente verso il comunismo; e di alcuni progetti di leggi restrittive in materia di stampa.

Il 27 maggio dopo le ore quindici – continua Maria Bellonci –, ora in cui la radio annunciava che i libri di Moravia erano stati messi all’Indice dal Santo Uffizio, lo scrittore superò i suoi dubbi ed entrò nella gara. Che cosa accadde allora, come i giornali si impadronirono dell’avvenimento, come si cercò di trovarvi retroscena intricati o congiure politiche, chi non ha vissuto quei giorni stenterà ad immaginarlo. (Bellonci 1995: 37).

Il dibattito per lo Strega si caricò infatti di nuovo significato e il 27 giugno la vittoria di Moravia, che ottenne una schiacciante maggioranza dei suffragi, andò ben oltre il merito letterario delle opere in lizza assumendo un valore di protesta del mondo della cultura contro il decreto ecclesiastico: 145 suffragi contro i 36 a Gadda, i 29 a Monelli, i 24 a Piatti, e i 22 a Calvino.

Gadda aveva partecipato con un’opera minore, il Primo libro delle Favole, ma con qualche speranza. Tuttavia, non fu tanto la vittoria di Moravia a indispettirlo, sebbene protestasse, come vedremo, in una lettera a Contini, per l’irregolarità della sua partecipazione, quanto invece le offensive insinuazioni giornalistiche che lo avevano coinvolto direttamente nelle polemiche e lo avevano presentato come il candidato del partito clericale antimoraviano. La sua amarezza e la sua irritazione trovano sfogo – com’è ormai noto dopo la postuma pubblicazione del 1988 – in una lettera del 7 luglio 1952 all’amico Gianfranco Contini, nella quale Moravia è fatto oggetto di una mirabile sfuriata degna di Gonzalo Pirobutirro. Eccone la prima parte:

Lo Strega è stato conferito a Moravia: giustamente, avuto riguardo al merito generale. = Il suo libro è arrivato (a passi felpati) 20 giorni dopo la scadenza del concorso e comprende lavori già editi in volume. Non è giusto accusare di lesa maestà moraviana i concorrenti «ripetutamente invitati» come me. Io non solo mi sono legittimamente iscritto a tempo debito, con libro uscito a tempo debito, ma fino alla scadenza delle presentazione et ultra, ignoravo, come tutti ignoravano, che Moravia avrebbe presentato un libro, auspice la famiglia Cecchi, e col rumoroso codazzo degli strombazzatori di sinistra; i quali hanno pubblicato che le mie Favole sono «sostenute dai preti». Se è Moravia che ha varato questo siluro di tutta puzza, bisogna dire che il suo cervello è quello di un autentico deficiente: e che la spondilite e l’eredolue gli è arrivata alla ipòfisi, o pituita. O è malafede anaria. (6)

Tra gli «strombazzatori di sinistra» può essere identificato in primo luogo Carlo Muscetta che, come si è visto, era uno dei due «presentatori» dei Raccontimoraviani agli Amici della Domenica del Premio Strega. A lui sembra infatti riferibile sotto lo pseudonimo stendhaliano di «Abate Blanès» l’articolo incriminato, pubblicato su Milano Sera (non Paese Sera come scrive Gadda nella lettera) il 26 giugno 1952, vigilia dell’assegnazione del Premio, col penoso titolo Tacciono gli avversari dello scrittore Moravia: Gadda ci cova? (7)L’«Abate Blanès» fa il quadro dei candidati della cinquina, sostenendo energicamente Moravia rispetto ai concorrenti:

Si noti bene: la presentazione era avvenuta qualche settimana prima che il Sant’Uffizio mettesse all’Indice l’autore degli Indifferenti; e poiché è da escludere che Pannunzio o Muscetta abbiano amici o informatori fra i prelati della Congregazione, si deve ritenere affatto estranea alla candidatura ogni intenzione polemica contro il noto provvedimento. Ma i suffragi raccolti da Moravia sono stati così larghi da far pensare che, ignorando ogni moralismo e settarismo ecclesiastico, i votanti hanno voluto confermare un giudizio critico ormai acquisito dalla storia della letteratura. Senza Inverno di malato (per citare solo uno dei racconti raccolti in questo volume, che sarà il primo di tutte le opere di Moravia, annunciate dall’editore secondo un piano organico) alla letteratura di questi ultimi trent’anni mancherebbe un vero classico del decadentismo contemporaneo. […] Dare ai suffragi un significato del tutto contingente sarebbe diminuire un omaggio storico allo scrittore. Le parole del Sant’Uffizio passano. Quelle di Moravia (quelle di Moravia artista) restano.

Le frecce di Muscetta si appuntano su Gadda, mentre liquida senza troppa difficoltà Patti e Monelli e rinvia Calvino, pur apprezzato, agli anni a venire. A parte un generico riconoscimento a «uno dei letterati più ingegnosi e più colti dei nostri anni», Gadda rientra per l’articolista nella «controffensiva clericale» contro Moravia, gestita come un misterioso complotto degno di Sue:

Ora i suoi avversari clericali non si sono rassegnati ad assistere al suo trionfo, e son passati ad una sotterranea controffensiva. Ma il risultato non previsto è che da ogni parte, questa o quella commissione ha fatto sapere a Moravia che sarà lieta di dargli il premio. è una reazione spiegabilissima, che ogni anatema non manca mai di suscitare. Riusciranno i clericali a trovare un libro da contrapporre ai Racconti di Moravia per contendergli il successo? In giro si mostrano riservatissimi, ma il loro silenzio non promette nulla di buono: Gadda ci cova.

Col suo Primo libro delle favole (Neri Pozza, pp. 118, lire 750) Carlo Emilio Gadda ha avuto solo 19 voti contro i 78 di Moravia. Non vuol dire, mi diceva un bene informato. Bisogna vedere ora chi c’è dietro. E chi c’è dietro? C’è Leone Piccioni. E dietro Piccioni, c’è Andreotti, e dietro…

Lasciando al mio amico queste indagini, diciamo così, retrospettive, cercherò di spiegare al lettore cosa siano le favole di Gadda. Una parte cominciò ad essere divulgata nel 1939 «anno dell’era delFetente, il XVII» (come ne avverte l’autore in una laboriosa nota bibliografica). Le pubblicarono giornaletti e almanacchi letterari dove si faceva un po’ di fronda antifascista in gergo allusivo, inaccessibile ai gerarchi di grossa pasta (quelli di pasta più fine fingevano di non capire, e tutto restava lì). Gadda, che è uno dei letterati più ingegnosi e colti dei nostri anni, dà in queste favole la misura del suo virtuosismo linguistico, mettendo a frutto i dialetti e i classici, pedanteria e arguzia. La tetraggine, l’accidia, l’ozio interiore già in altri tempi, leggiadri quanto il «ventennio nero», distillarono l’umorismo arciletterato dei Burchielleschi, di Fidenzio e di altri belli spiriti. Qui siamo di fronte a nuove variazioni, ma sempre nello stesso genere. Come le xilografie di Mirko che ornano il volume, la prosa di Gadda è una contraffazione giocosa del sermon prisco. E il modello dichiarato è Leonardo, complicatissimo d’ironia, sensi riposti e capricci verbali. Trascelgo qualcuna delle favole più semplici per darvene un’idea.

Gli esempi trascelti hanno buon gioco nel dare un’immagine riduttiva delleFavole («Ma sopra tutte mi è piaciuta la favola 83, chiara, vera e definitiva come un emblema: “Il verme solitario si esteriorizza pezzo a pezzo”»). Vi è insomma nell’articolo di Muscetta materia più che sufficiente per far esplodere l’ira di Gadda, che infatti prosegue la citata lettera a Contini commentando così l’articolo di Milano Sera:

«Dietro Gadda c’è Piccioni, dietro Piccioni c’è Andreotti, e dietro Andreotti… puntini… eccelsamente vaticani» (Testo di «Paese Sera»). Sì, dietro me e dietro il bel trenino di cazzinculi, ci starebbe il Pacelli! Piccioni mi ha dato gentilmente il suo voto di amico o di buon compagno, come Angioletti «ateo integrale», come me lo hai dato tu. Che c’entra il Papa? Per quanto disastrosa sia l’opinione che un milionario an-ario (come li chiami tu) possa avere di una zitella con tre corone in testa, la pianti di fare il martire del libero pensiero! e di darsi a ritenere come l’unico martire! Io sono martire quanto lui e più di lui: Eros&Priapo non si può stampare. E non ci sono coiti, mentre lui ha potuto inondare di male chiavate i suoi romanzi. L’Indice lo ha messo all’indice, come ha messo all’indice il Pescarese: è il meno che poteva fare, nella pia quanto vana speranza di salvare dal manustupro le sue zitelle e i suoi seminaristi. Macché martire! (Gadda 1988b: 84)

Non sappiamo se Gadda abbia reagito anche pubblicamente all’offensivo articolo di Muscetta e a insinuazioni simili. Sembra però che si sia limitato a questo sfogo privato, se Moravia mostra di non saper nulla dell’ira gaddiana contro di lui fino a quando Gianfranco Contini, nel 1988, pubblicò a sua cura le lettere dello scrittore lombardo. Moravia poté quindi rispondere alle accuse del rivale solo a quarant’anni di distanza, nella sua ultima intervista autobiografica rilasciata ad Alain Elkann e pubblicata nel 1990:

Gadda, che concorreva al premio con un suo libro, lo prese come un complotto contro di lui da parte mia, mentre invece fino all’ultimo momento non sapevo nulla né della condanna del papa né del premio Strega; e scrisse a Gianfranco Contini una lettera oltremodo ingiuriosa nei miei riguardi. Questa lettera è tanto più sorprendente in quanto Carlo Emilio Gadda aveva scritto un bellissimo articolo di critica suAgostino e sta a testimoniare la ben nota e dolorosa nevrosi di quell’uomo straordinario. A proposito del Premio Strega voglio qui raccontare un aneddoto che, se Gadda fosse ancora vivo, potrebbe smentire la mia da lui asserita tendenza all’intrigo. Quando pubblicaiLa disubbidienza, nel 1948, fu subito chiaro che il libro avrebbe potuto facilmente vincere il premio Strega. Tanto facilmente che una mattina mi vidi venire a casa una delegazione di scrittori, capeggiata da Vitaliano Brancati, che mi chiese di ritirarmi dal premio per far vincere un altro concorrente: Angioletti, in quanto la figlia di Angioletti doveva sposarsi e il denaro del premio, in una simile occorrenza, sarebbe stato molto utile. Mi ritirai, sebbene non avessi un soldo; e questo lo dico soltanto adesso perché la lettera di Gadda a Contini è stata recentemente ristampata nell’epistolario curato da Contini stesso. La disubbidienza fu poi invitata da Vittorini per concorrere al premio Saint Vincent, ma soltanto per fare da spalla al libro di un suo allievo, che difatti ebbe il premio. Che debbo dire dei letterati in genere? Meglio tacere. (8)

Meglio tacere, indubbiamente, sullo spinoso capitolo dei premi letterari. Interessa invece notare la polarizzazione politica (in senso lato) che la figura, l’iniziativa e anche le intenzionali provocazioni di Moravia a partire da questo momento imprimono al dibattito culturale italiano. Il giudizio ammirato di Gadda per i meriti letterari di Agostino ha ormai lasciato il posto a una diffidente attenzione verso il «milionario» che si atteggia a «martire del libero pensiero».

Scrittori di fronte a Manzoni

Tralasciando in questa sede episodi minori, come l’Amleto al Teatro Valle nel ’52, (9) o altri aspetti rilevanti, come la predilezione comune per la poesia di Belli, (10) il capitolo maggiore nei rapporti tra Gadda e Moravia è costituito dal confronto intorno a Manzoni. Tra le letture novecentesche del capolavoro manzoniano, quelle contrapposte dei nostri due scrittori si distinguono per la novità talora provocatoria degli argomenti, che hanno il merito di avvicinare la riflessione critica alle questioni vitali della narrativa novecentesca, e di «gettare un sasso, anzi un macigno» – per dirla con Gadda – nelle acque tradizionalmente quiete del manzonismo. Ancora una volta l’iniziativa moraviana costringe Gadda a vestire i panni – più apparenti che reali – del paladino della tradizione, e a reagire con una forte e appassionata apologia all’incisivo attacco che Moravia porta al suo autore prediletto. è un confronto di notevole interesse anche per l’incomprensione di fondo che divide le due posizioni critiche.

Nel saggio moraviano, pubblicato nel 1960 come introduzione ai Promessi sposi nei «Millenni» Einaudi, (11) dobbiamo distinguere una parte più caduca, legata alla contingenza storica o allo sviluppo dialettico dell’analisi, e un’argomentazione più profonda, che merita attenzione e, come spesso accade, è in stretto rapporto con la sua ricerca di scrittore. Reduce da un viaggio in Unione Sovietica compiuto nella primavera del ’56 (solo tre mesi dopo la famosa denuncia dei crimini di Stalin da parte di Chruščëv al XX congresso del partito) e autore di un’originale riflessione sui rapporti tra letteratura e potere in Russia (consegnata soprattutto ai saggi di Un mese in Urss), Moravia nel ’60 delinea provocatoriamente «un Manzoni sovietico», una sorta di ždanovista del cattolicesimo: uno scrittore insomma di alto ingegno e di fede sincera che tenta la rappresentazione integrale di una realtà storica nella convinzione che essa debba identificarsi necessariamente e pienamente con l’ideologia professata. In analogia con la categoria in auge di «realismo socialista» Moravia ipotizza insomma quella di «realismo cattolico» per descrivere i limiti dell’opera di Manzoni. L’uno e l’altro realismo sono da intendersi per Moravia come arti di propaganda, in accezione tipicamente moderna. Ogni ideologia totalitaria, per essere vera e pretendere l’adesione delle coscienze, aspira a manifestarsi senza forzature nella realtà e come realtà: da questo punto di vista, una letteratura realistica dovrebbe risultare una testimonianza spontanea, ingenua e perciò indiscutibile dell’ideologia. Perciò la propaganda moderna chiede nientemeno che la poesia, cioè la sincerità dello scrittore e la piena aderenza del mondo poetico alla rappresentazione ideologica. L’ideologia aspira a trasformarsi e innalzarsi in poesia, ovvero in valore letterario. è anche troppo evidente in tutto questo la parte caduca dell’intervento moraviano, che vede nei Promessi sposi un’opera di propaganda cattolica paradossalmente attuale nel contesto novecentesco.

Ma liberato da schematismi e paradossi e ricondotto alla più originale ricerca dell’autore, il saggio su Manzoni costituisce l’ennesima verifica che Moravia instancabilmente conduce sui capolavori della letteratura a proposito di alcune costanti narrative per lui essenziali. Il valore di un’opera – che con una significativa ripresa crociana qui e altrove egli chiama «poesia» anche se riferito alla prosa – risiede anzitutto nel rapporto vitale che l’autore riesce a stabilire coi suoi personaggi. Da questo punto di vista, nel saggio su Manzoni non contano tanto le etichette culturali, spesso efficaci ma discutibili e provocatorie («realismo cattolico», «decadentismo»), quanto piuttosto i giudizi di valore: Moravia riconduce a intenti propagandistici («realismo cattolico») le figure meno riuscite dei Promessi sposi, e viceversa attribuisce a una dimensione più inquieta e irrisolta («decadentismo») la riuscita di personaggi come Gertrude, o don Abbondio, o i due promessi sposi, ritenuti «le due figure più belle e originali». Nel Moravia di questi anni è sempre più forte – grazie al confronto drammatico con le ideologie totalitarie novecentesche – la convinzione che il romanziere è portatore di una sua «ideologia», di natura profondamente diversa dalle ideologie storiche, meno organica ed esplicita, la quale prende forma e matura nel romanzo e dal romanzo. A questa consapevolezza sempre più lucida e a questa forte rivendicazione di autonomia dell’arte è improntata tutta la ricerca narrativa moraviana.

Con l’acume di scrittore esperto, Moravia avverte il fallimento dei Promessi sposi, in quanto tentativo di realismo cattolico e opera di propaganda, proprio nella «conversione», ovvero nel tema che in senso ideologico e narrativo avrebbe dovuto costituire il fulcro del romanzo cattolico, in quanto passaggio dal male al bene (personaggi come l’Innominato e fra’ Cristoforo risultano a suo avviso poco credibili perché non viene abbastanza «spiegata» la loro malvagità di partenza). Se la «conversione» appare il punto debole del romanzo, il tema della «corruzione» ha invece nel romanzo un’importanza tale che annuncia il miglior Manzoni, il Manzoni appunto decadente, il grande narratore della corruzione della peste, della guerra, ma anche di Gertrude o di don Abbondio:

la spia dell’astrattezza del realismo cattolico la fanno soprattutto le conversioni di Cristoforo e dell’Innominato, ossia le trasformazioni, tramite la religione, dei personaggi negativi in positivi. Ora diciamo che il Manzoni eccelle invece nella rappresentazione della corruzione e dei personaggi corrotti. Che cos’è la corruzione? è il contrario giusto della conversione: in questa il personaggio va dal male al bene, in quella dal bene al male […]. Altresì il Manzoni eccelle nelle rappresentazioni di quelle che chiameremo la corruzione pubblica. Che cos’è la corruzione pubblica? è il contrario della rivoluzione, se è vero, come è vero, che quest’ultima sta ad indicare l’equivalente pubblico della conversione, ossia il passaggio dal male al bene. (Moravia 1964: 322-23)

Il giudizio moraviano dovette comunque sembrare a Gadda un’incursione in casa sua, e riaprì forse la ferita nascosta del Premio Strega. Manzoni per Gadda non è un riferimento generico, ma è il modello più vicino e diretto, se non l’unico, della sua stessa ispirazione narrativa, come ha sottolineato Aldo Pecoraro (Pecoraro 1996). A Manzoni, com’è noto, lo scrittore aveva dedicato sin dal 1924 pagine di altissima commozione intellettuale e di profonda comprensione, ai limiti dell’identificazione, durante l’elaborazione del Racconto italiano di ignoto del Novecento che, come i Promessi sposi, avrebbe dovuto essere l’orchestrazione sinfonica di temi disparati in una rappresentazione unitaria della realtà storica. L’Apologia manzoniana, poi pubblicata in testo autonomo nel 1927, si presenta come una difesa di don Lisànder contro le letture riduttive e attenuate del suo capolavoro in nome di un’intuizione profondamente originale e potente del tentativo operato dal gran lombardo. L’incursione di Moravia, nel 1960, dà luogo alla seconda apologia manzoniana di Gadda, intitolata Alessandro Manzoni tagliato in tre dal bisturi di Moravia.

Come si è detto, per Gadda il valore di un’opera risiede nella sua capacità di trasfigurarsi da finzione in documento veridico, e non stupisce perciò ritrovare nel giudizio sui Promessi sposi, ad un livello di superiore adesione, parole simili a quelle che abbiamo incontrato nel giudizio su Agostino: «Amiamo nel Manzoni l’artista, ossia il romanziere e lo storico: il consapevole giudice di quegli aspetti della continua irragione umana che nel complesso racconto e nell’ironia sempre vigile dei Promessi sposi hanno un così ampio, ininterrotto, inevitabile cioè fatale documento» (Moravia diviso in tre dal bisturi di Moravia, SGF I 1178). è una prospettiva critica incentrata sul risultato artistico e documentario (nel senso più ampio del termine), radicalmente diversa da quella di Moravia, per il quale conta soprattutto il rapporto diretto tra ideologia e opera, tra autore e personaggio, e nella «sincerità» di questo rapporto individua le ragioni della riuscita o non riuscita artistica. Mentre Moravia imputa perciò alle debolezze dell’uomo le debolezze dell’opera, Gadda scinde decisamente i due piani e anzi vede nei difetti umani dello scrittore il costo pagato all’eccellenza del risultato. (12)

Gadda concede senza difficoltà a Moravia la presenza nei Promessi sposi di un elemento di «propaganda» in contrasto con altri elementi più profondi, originali e inquieti («lo strato sensibilità politica e sociale del Manzoni, che Alberto dice grandissima, com’è realmente» e «lo strato dei sentimenti “genuini”, anche se talora “oscuri”, del Manzoni»). Allo stesso modo, concede che la grandezza e l’incanto del capolavoro manzoniano nasca da questi ultimi piuttosto che dall’elemento propagandistico: «Se Alberto intende dir questo, sottoscrivo al giudizio. Non tutto un romanzo, e non il meglio, d’un romanzo, discende (a mio avviso) da una premeditazione concettuale, da una pianificazione dialettica. Mi pare che l’intento propaganda sia soltanto un aspetto (forse il più povero) dell’alta e vasta creazione manzoniana» (Manzoni diviso, SGF I 1179-180). Ma è evidente in queste concessioni un ridimensionamento del ruolo che le «ideologie» – intese come sistemi concettuali e affettivi che precedono e determinano l’opera – svolgono nel processo artistico, laddove invece Moravia riconosce loro un fattore primario.

Il rischio di incomprensione è insomma molto forte da entrambe le parti, come testimonia la terminologia. Gadda per esempio critica giustamente gli anacronismi adoperati da Moravia («Non sarebbe stato più semplice dire, lasciando le terminologie d’uso odierno letterario e sociale…»), ma poi propone sostituzioni improprie o incerte («L’aggettivo “decadente”, che non mi piace, lo sostituirei con la qualifica “naturalistico” e magari “deterministico” e magari “drammatico”»), e infine ricorre a concetti propriamente gaddiani: «interdipendenze e contrasti che hanno valore di realtà combinatoria – e Moravia dice “realismo”».

Moravia lettore di Gadda

Abbiamo cominciato con Gadda lettore di Moravia nel ’45, concludiamo con Moravia lettore di Gadda vent’anni dopo. L’inversione dei ruoli rispecchia almeno in parte anche un’inversione dei rapporti, peraltro ormai distanti e per certi aspetti compromessi, tra i due scrittori.

Nel dicembre del 1965 Moravia pubblica sull’Espresso la sua introduzione alPasticciaccio per la versione americana di William Weaver. Ne emerge un giudizio ammirato e senza riserve (poi confermato nella tarda intervista a Elkann del 1990), incentrato su una lettura di Gadda come grande «scrittore comico»:

il romanziere comico è conservatore. Mi spiegherò con un’immagine: vi sono romanzieri per i quali un generale è prima di tutto e soprattutto un uomo, un’anima, un carattere psicologico, una mente un temperamento, e sono i più frequenti; e vi sono i romanzieri, molto più rari, per i quali un generale è prima di tutto e soprattutto un individuo in uniforme, con gli stivali, la greca sul berretto, i galloni, le stelle sulla manica, le decorazioni. Ossia ci sono romanzieri che credono che il mondo non è quello che sembra e di conseguenza ha un significato; e romanzieri che credono invece che il mondo è quello che è e non significa niente. Carlo Emilio Gadda appartiene, con caratteri suoi propri, alla seconda categoria. Ora la comicità scaturisce con facilmente da un mondo privo di significato, cioè assurdo: basta prenderlo sul serio, come appunto fanno i conservatori, per quello che è, senza domandarsi quello che dovrebbe o potrebbe essere. D’altra parte, a questo conservatorismo, diciamo così, costituzionale, se ne aggiunge negli scrittori comici, un altro, come dire? di tornaconto. La comicità presuppone infatti un mondo immobile e che non si possa cambiare; giacché il cambiamento presuppone una direzione cioè un significato. (13)

Il giudizio sulla «comicità» di Gadda, che dunque non ha in sé nulla di riduttivo e che anzi ha il merito di porsi in controtendenza nella critica sullo scrittore milanese, acquista però un carattere singolare, nel passo citato, in quanto appare formulato in base a un concetto tipicamente moraviano del «comico». Il rifiuto di sovrapporre alla nuda esistenza delle cose «significati» culturali o ideologici, il ricorso alla tautologia («il mondo è quello che è»), e alla categoria esistenzialistica dell’«assurdo» sembrano infatti rinviare alle opere coeve dello scrittore romano – come L’attenzione (1965) e letteralmente Il mondo è quello che è (1966) – più ancora che a quelle di Gadda. Mentre si può condividere il giudizio complessivo, tali categorie risultano invece poco appropriate per comprendere e definire la natura del «comico» gaddiano, che non è riducibile al meccanismo critico e ironico, di specie intellettuale, che svuota le cose dai significati culturali imposti.

Una sorprendente riprova di questo strano garbuglio di esatte intuizioni e improprie forzature è costituita, nel passo citato, dall’immagine del «generale», che pochi anni dopo avrebbe trovato puntuali riscontri nelle carte inedite di Gadda. Osserva infatti con stupore Gian Carlo Roscioni nel 1969, dedicando appunto al tema Che cosa è un generale un fortunato capitolo del suo fondamentale studio su Gadda La disarmonia prestabilita: «Il caso vuole che, in una pagina della Meditazione milanese (quindi del 1928), Gadda abbia scelto lo stesso esempio di Moravia, per esporre, sulla falsariga della critica dell’io, le sue idee sulla natura e la funzione dell’uomo» (Roscioni 1995: 107-08). Giustamente Roscioni precisa però che in Gadda l’immagine del generale ha un valenza diversa: «Il generale», aveva scritto Gadda nel lontano ’28, «non era quel fantoccio, con quel berretto, ma un mucchio o groviglio di relazioni attuali, un organo, non differente dall’occhio, buono o gramo». (14)Non è dunque un pomposo involucro vuoto di significato, ma al contrario il fulcro provvisorio di una rete di relazioni e quindi di significati che vanno oltre la persona. Mentre Moravia ricorre a una logica di tipo semiotico e linguistico, Gadda da sempre interpreta i dati della realtà secondo i parametri di una logica combinatoria.

«In un solo punto Moravia sembra aver colto nel segno», continua Roscioni: «un generale, in fondo, è per Gadda una non-persona. Non però perché egli veda in esso “quel fantoccio, con quel berretto”, ma perché cerca di immaginare quello che c’è al di là, non soltanto dell’uniforme del generale, ma della persona che l’indossa. Nemmeno l’individuo in sé – e qui forse comincia il vero dissenso con Moravia – costituisce una valida categoria, un sicuro punto di riferimento della conoscenza e della rappresentazione» (Roscioni 1995: 108). L’acuta osservazione di Roscioni ci rimanda al punto di partenza: alla diversa natura dei problemi narrativi e del baricentro artistico. Moravia muove dal nucleo solido e esistenzialmente nudo dell’individuo, privo sì di relazioni garantite con la realtà esterna, ma tale comunque da fondare il personaggio; come ha notato Giacomo Debenedetti in quegli stessi anni, il personaggio-uomo moraviano è addirittura in grado di assorbire superare la grande crisi novecentesca del romanzo e dell’eroe o antieroe romanzesco. (15) Al contrario la narrativa gaddiana tende a dissolvere la non-persona nella rete infinita delle relazioni reali che lo costituiscono.

Forse l’intuizione più pertinente di Moravia, in rapporto alla comicità gaddiana, è proprio in quel giudizio sul «conservatorismo» dello scrittore milanese che, dopo quanto detto, evoca gli altri giudizi, meno appropriati ma coerenti, sul suo presunto «clericalismo» o sull’«apologia» del passato e della storia. La fiducia nelle magnifiche sorti e progressive toglie sostanza al presente e al tempo stesso lo carica di illusioni e promesse. Viceversa la sfiducia nei significati metastorici e ideali induce i grandi conservatori a prendere sul serio – e quindi comicamente – le forme dell’attualità. Moravia non poteva sapere quanta precarietà tragicomica Gadda avvertisse nelle labili forme attuali di un divenire senza altre certezze che quelle del povero logos degli uomini. Ma rende omaggio alla maiuscola serietà di Gadda (e noi al cortese ospite britannico) con queste parole: «si pensi ad un intellettuale britannico per il quale fossero tabù la Monarchia, la Banca d’Inghilterra, la Chiesa Anglicana, la Home Fleet ecc. ecc.» (Moravia 1965).

http://www.gadda.ed.ac.uk/Pages/journal/supp3atti1/articles/casinconf1.php

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