Così la carne diventa business globale - di Matteo Cavallito

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

Così la carne diventa business globale - di Matteo Cavallito

Il piatto si fa sempre più grande. Ma a servirlo in tavola sono pochi e selezionati colossi globali. È il quadro tracciato a gennaio dal lavoro della Heinrich Böll Foundation di Berlino e della Ong Friends of the Earth Europe (FOE). La domanda mondiale di carne, hanno spiegato nell’ultimo rapporto Meat Atlas, è in crescita un po’ ovunque. Ma, se nelle economie sviluppate la crescita risulta ridotta (al limite della stagnazione), le altre aree del mondo stanno trainando il settore.
L’Asia – grazie all’India (dove la produzione di carne di bufalo è addirittura raddoppiata dal 2010 a oggi) e alla Cina – sta sperimentando una crescita senza precedenti dei consumi (per questi e altri dati vedi la a pag. 28) non diversamente dagli altri mercati. Secondo i ricercatori di FOE, il tasso di crescita della domanda nelle economie emergenti dovrebbe toccare quota 80% da qui al 2022. Gli Usa si confermano primi produttori mondiali di carne bovina anche se le stime per il 2013 (i dati definitivi non sono ancora disponibili) ipotizzano una contrazione del settore compresa tra il 4 e il 6%.
La Cina resta leader assoluto nella produzione di carne di maiale, mentre l’Africa registra crescite significative in Egitto, Marocco, Sudafrica, Nigeria ed Etiopia, anche se i livelli di consumo continentali sono ancora relativamente bassi: 20 chili pro capite all’anno equivalenti a meno della metà della media mondiale e a circa 1/4 del valore registrato nelle economie più sviluppate. Il consumo nel continente africano, in ogni caso, è comunque superiore a quello medio rilevato in tutto il mondo 60 anni fa.
Il banchetto dei giganti
In questo quadro di espansione a dominare sono comunque in pochi. Lo si intuisce dal peso crescente delle economie di scala che spingono il settore verso la concentrazione come conseguenza della concorrenza sui costi. Dal 1992 al 2009, ricorda il rapporto FOE, il numero dei maiali presenti negli Stati Uniti è rimasto sostanzialmente invariato. Quello degli allevatori, in compenso, si è ridotto del 70%. Le prime dieci compagnie alimentari attive nel mercato della carne hanno fatturato, nell’ultimo anno per il quale sono disponibili i dati, qualcosa come 190 miliardi di dollari. Una cifra equivalente al Pil dell’Irlanda. La combinazione tra un trend di crescita e un mercato concentrato produce varie conseguenze, a cominciare dalla capacità di “fare il prezzo”. E qui il ragionamento si allarga, perché molte sono le variabili in gioco. Da un lato, come si diceva, c’è la possibilità di sostenere costi più bassi, prima conseguenza del vantaggio “dimensionale”.
È la logica degli allevamenti intensivi, con tutte le sue conseguenze in termini di filiera, prezzi e mercati paralleli, mangimi, ma anche antibiotici. Ma è anche la logica, per dirne una, che ha accompagnato l’anno scorso la maxi operazione di acquisizione del colosso Usa della carne di maiale Smithfield Food da parte della cinese Shuanghui International. Una transazione da 4,7 miliardi di dollari, nuovo record per un’operazione del genere sull’asse Cina- Stati Uniti.
In Cina si produce più o meno la metà della carne di maiale consumata ogni anno nel mondo (109 milioni di tonnellate), ma i costi di produzione, ha rilevato Wu Shangzhi, il presidente della CDH Investments – una delle maggiori società di private equity cinesi (che agisce anche per conto del fondo pensione nazionale) nonché primo azionista di Shuanghui – sono molto più alti che negli Stati Uniti. Nel Paese, nota il New York Times, prevalgono i grandi allevamenti mentre in Cina i piccoli produttori sono ancora la maggioranza. Il risultato è che per produrre la stessa quantità di maiale gli americani, rispetto ai cinesi, spendono circa il 60%. Per questo l’acquisizione della major statunitense dovrebbe garantire al colosso di Pechino un significativo risparmio sui costi nei prossimi anni.
Il fattore finanziario
Ma il bello, a quanto pare, deve ancora venire. Perché la Shuanghui, che l’anno scorso ha registrato ricavi per 6,3 miliardi di dollari e oggi si chiama WH Group, si prepara ora a quotarsi in Borsa nella promettente piazza di Hong Kong. L’offerta pubblica iniziale (Initial public offer, Ipo) dovrebbe fruttare 5,3 miliardi. Ma chi controlla WH? Nel giugno scorso, notava ancora il quotidiano Usa, a spartirsi metà delle quote, oltre ovviamente a CDH, c’erano alcuni autentici pesi massimi: il fondo sovrano di Singapore, la società di investimento New Horizon Capital – una private equity che annovera tra i fondatori anche il figlio dell’ex primo ministro di Pechino Wen Jiabao – e la banca d’affari Usa Goldman Sachs.

Domanda: cosa c’entra Goldman Sachs con il mercato delle materie prime (commodities)? La risposta la fornisce una cifra, 1,25 miliardi di dollari, vale a dire i profitti dell’attività di commodity-trading realizzati dalla banca nel solo 2012. Un dato da non sottovalutare in considerazione del peso che i mercati finanziari hanno assunto da tempo per il comparto della carne. Il boom delle materie prime, infatti, non ha risparmiato certo gli animali e i loro prodotti.
Le componenti “carne” e “latticini” del Food Price Index della Fao viaggiano oggi in prossimità dei loro record storici (rispettivamente a 185 e 268,5 contro gli 89,9 e 80,9 punti registrati nel 2002) evidenziando una clamorosa crescita dei prezzi. A pesare è la crescita della domanda, ma anche lo sviluppo del mercato finanziario parallelo dei futures nel quale operano sia i produttori del settore che gli investitori (società finanziarie e in misura minore le banche) non direttamente coinvolti nel comparto. Ovvero gli speculatori duri e puri.
I prezzi dei futures sui bovini e i maiali scambiati alla Borsa di Chicago (la principale piazza mondiale delle materie prime) sono oggi ai massimi storici. Negli ultimi dieci anni, dicono i dati dello US Department of Agriculture, il prezzo medio della carne di maiale nei supermercati americani è aumentato del 40%, quello della carne bovina del 36%.

Fonte: Valori (Rivista)

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