Aristotele e l'immigrazione - di Camillo Langone

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

«Quanti hanno accolto uomini d'altra razza, la maggior parte sono caduti in preda alle fazioni». Non sono parole di un politico leghista del 2014 ma di un pensatore di oltre duemila anni fa, Aristotele, la cui autorità intellettuale era certificata dall' ipse dixit : lo ha detto lui, quindi niente dubbi e discussioni.

Lo ha detto lui, il grande filosofo greco, che il multietnico produce multiscontri, e l'articolo sarebbe finito qui, non ci sarebbe bisogno di procedere oltre se i politici leggessero Aristotele anziché tweet, se ancora si formassero su quel suo testo fondante intitolato appunto Politica .

Per migliaia di anni è stato perfettamente ovvio che uomini di stato e uomini di lettere concordassero sulla necessità di contrastare le invasioni e le immigrazioni incontrollate che alle invasioni troppo somigliano. Dante Alighieri, per citare un altro peso massimo, nel Paradiso condanna addirittura l'inurbamento degli abitanti del contado: sarebbe stato meglio tener fuori da Firenze i villici di Campi Bisenzio... Mentre Maometto viene spedito direttamente all'inferno: altro che dialogo, altro che preghiera comune. Anche Petrarca non aveva nulla a che fare coi nostri odierni intellettualini al cuscus, e qui penso al premiostrega Francesco Piccolo e al premiostreghino, ossia vincitore dello Strega Giovani, Giuseppe Catozzella, che vedono negli sbarchi di Lampedusa il realizzarsi di sorti magnifiche e progressive. «Dall'Arabia io non credo ci sia venuto mai nulla di buono» scrive invece il poeta delle chiare, fresche e dolci acque nel 1370.

Agli intellettualini al cuscus andrebbero fatti rileggere (o più probabilmente leggere per la prima volta) i poeti latini del V secolo, tutti, nessuno escluso, traumatizzati dalle invasioni: Paolino di Pella a cui i barbari uccisero i famigliari e rubarono tutto, Sidonio Apollinare che venne incarcerato dai visigoti perché si era loro opposto, Draconzio incarcerato dai vandali per un'accusa di tradimento, Boezio assassinato dal re ostrogoto Teodorico per aver difeso la libertà romana, ossia la libertà degli indigeni italiani, e Rutilio Namaziano il cui poema è un triste elenco di rovine fumanti, città abbandonate, strade in rovina. Sono cose che capitano quando i nativi vengono sopraffatti anche numericamente da nuovi arrivati che, pur attratti dalla civiltà, non sono capaci di conservarla non possedendone la cultura. Le assonanze con il presente sono fin troppo palesi. La prima è che pure nel V secolo le invasioni erano, prima che militari, demografiche: non coinvolgevano solo eserciti ma interi popoli con donne e bambini. Proprio come adesso con «Mare Nostrum». Namaziano racconta delle vie consolari ormai impraticabili ed è a lui che ho pensato quando poche settimane fa percorrevo una Cesena-Orte che dovrebbe essere una superstrada e che è una sottostrada a pezzi, il peggior asfalto che le gomme della mia auto abbiano mai visto e un rosario di cantieri dimenticati da Dio e dall'Anas. Tentando di valicare l'Appennino senza spaccare gli assi ho capito cosa possa significare il dissesto dello Stato centrale. Mi sento parecchio Namaziano anche ogni volta che mi ritrovo su certi treni regionali dove sono l'unico italiano a parte il macchinista e l'eventuale controllore (a volte c'è e a volte non c'è siccome Trenitalia a una cert'ora, su certe linee, rinuncia a farsi pagare il biglietto).

Ancora fra Sette e Ottocento era normale che i supremi ingegni dessero alle stampe testi oggi additabili come xenofobi. Ad esempio i Discorsi alla nazione tedesca di Fichte o il Misogallo in cui Alfieri criticò aspramente non solo la rivoluzione francese ma i francesi tutti. Nel 1860 il filosofo federalista Carlo Cattaneo, contrario all'unità d'Italia così come si andava centralisticamente realizzando, disse a Garibaldi: «Per essere amici bisogna che ognuno resti padrone in casa sua». Ed è una concetto validissimo anche nel nostro molto diverso contesto. Poi è arrivato un Novecento in cui per fare carriera letteraria era di grande giovamento aderire al comunismo, l'ideologia alla base del presente masochismo occidentale.

Nel 1925 il comunista Louis Aragon scrive: «Noi siamo i disfattisti dell'Europa. Siamo quelli che danno sempre la mano al nemico». Secondo Alain Finkielkraut «l'antirazzismo è il comunismo del XXI secolo» e questo spiega come oggi la certificazione antirazzista sia indispensabile per fare affari nell'editoria, alla stregua della certificazione antimafia indispensabile per fare affari nell'edilizia. Ma una manciata di autori veramente grandi, quindi non intellettualini al cuscus, resistono ai tribunali del conformismo e quando capita esprimono sull'immigrazione un pensiero libero e realistico: in Italia Geminello Alvi e Guido Ceronetti (e prima ovviamente Oriana Fallaci); in Francia Renaud Camus, Maurice Dantec, Régis Debray, Michel Houellebecq, Richard Millet, in Inghilterra Martin Amis, V.S. Naipaul, Roger Scruton, George Steiner («È molto facile stare seduti qui a casa a Cambridge, e dire che il razzismo è orribile; ma venitemi a chiedere di ripeterlo dopo che una famiglia giamaicana con sei figli si è stabilita accanto a casa mia e suona reggae tutto il giorno»). Però nessuno è ancora riuscito a superare il vecchio Aristotele in sintesi e pragmatismo.

Fonte: Il Giornale

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