Vie di fuga - di Paolo Cacciari

Nella copertina del libro: il toro, simbolo di Wall Street, domato da una ballerina: una delle immagini più utilizzate durante le proteste del movimento Occupy Wall Street
Nella copertina del libro: il toro, simbolo di Wall Street, domato da una ballerina: una delle immagini più utilizzate durante le proteste del movimento Occupy Wall Street

Di seguito alcuni stralci di un capitolo del libro Vie di fuga (Marotta & Cafiero) di Paolo Cacciari. Un saggio su crisi, beni comuni, lavoro e democrazia nella prospettiva della decrescita (in coda l’indice completo).

Raúl Zibechi riferisce che, secondo il subcomandante Marcos, “le grandi trasformazioni cominciano come minuscoli asteroidi irrilevanti per il politico e l’analista che stanno arriba (in alto, ndt)” [257]. Anche il pensiero femminista è di questo parere. Scrive Lea Melandri: “È attraverso modificazioni conflittuali dell’assetto dei micro poteri che si realizzano i mutamenti più radicali dei modi di vita e dei meccanismi di riproduzione sociale” [258]. Della stessa opinione è Vandana Shiva:

I regimi totalitari e dittatoriali si combattono a partire dalle realtà locali, perché i processi e le istituzioni su larga scala sono connotati dal potere dominante. I piccoli successi sono invece alla portata di milioni di individui, che insieme possono dare vita a nuovi spazi di democrazia e libertà. Su larga scala le alternative che ci vengono concesse sono ben poche. Per converso la realtà quotidiana ci offre mille occasioni per mettere a buon frutto le nostre energie [259].

La democrazia intesa prima di tutto come partecipazione è quindi anche un problema di scala territoriale: bisogna riuscire ad abbassare il baricentro delle decisioni, disseminare il potere, creare orizzontalità, pratiche sociali dal basso, reti strette civiche solidali, legami di prossimità, comunalità e comunanze [260]. “Una democrazia di persone”, la chiama Manuel Castells [261]. Ne deriva che la “sovranità” va trascinata giù, giù fino a identificarsinelle condizioni materiali reali, quotidiane delle donne e degli uomini. Non può esserci alcun “interesse generale” sovraordinato che penalizza la vita anche di un solo singolo individuo.

La biblioteca autogestita di Scup (Sport e cultura popolare) a Roma, durante il mercato di economia solidale Ecosolpop.

Lo sapevano anche i padri del liberalismo che temevano che la democrazia si potesse trasformare in “democrazia della maggioranza”. Lo sapeva già Socrate: le maggioranze possono commettere ingiustizie gravissime e, persino, “votare” la propria eutanasia [262]. Ma non c’è maggioranza che possa arrogarsi il diritto di calpestare la dignità anche di un solo essere umano. Vanno riconosciuti beni e diritti inalienabili, indisponibili anche al volere delle “maggioranze”; valori incommensurabili, quindi: non mercificabili e commercializzabili.

La prima regola costituente una società democratica dovrebbe essere la individuazione e la messa-in-comune dei beni ritenuti indispensabili alla con-vivenza civile. La politica dovrebbe essere lo strumento con cui ricercare un accordo tra tutti gli individui per la più equa fruizione dei beni comuni. Non solo delle risorse naturali, ma (come abbiamo visto nel capitolo sui beni comuni) anche di quelle culturali e delle norme e delle istituzioni di cooperazione sociale, comprese quelle che regolano i rapporti economici.

Ha annotato Paolo Flores d’Arcais: “La democrazia è una con-divisione, dove il con e la divisione si intrecciano in equilibrio precario. È una comunità politica pluralistica, dunque inevitabilmente divisa da conflittualità etiche, di opinione, di interessi. Che tuttavia convivono” [263]. L’azione per la predisposizione alla “messa in comune” del fare concreto che produce ricchezza è l’elemento determinante di una società democratica. John Holloway si è inventato un verbo: ‘comunizar’ per riuscire ad esprimere il movimento del ‘mettere in comune’ del fare umano. “In qualsiasi società (compresa quella attuale) esiste una convergenza delle differenti attività, un fattore agglutinante dei diversi soggetti attivi, una qualche forma di socialità, di ‘comunalità’, un qualche tipo di comunanza tra coloro che fanno, una qualche forma del mettere in comune”. Nelle relazioni sociali capitalistiche prevale il dominio del denaro e la mercificazione della ricchezza. Ma si possono fare le cose anche in un altro modo, immaginando concretamente “la creazione di un mondo che è nostro” che si costituisce in un processo di un costante ‘comunizar (mettere in comune) [264]. I riferimenti vanno al movimento zapatista delle Giunte del buon governo in Chiapas, alle fabbriche recuperate in Argentina, al movimento delle baracche di Durban Abahlali BaseMjondolo, ai movimenti urbani in Grecia. E così via. Ma è possibile scorgere molte altre “erbe matte” farsi strada nelle crepe sempre più vistose che si stanno aprendo nel vetusto edificio capitalistico, per usare una metafora cara a Holloway.

Anche in Italia le esperienze portate avanti dai movimenti dal basso della cittadinanza attiva – da quelli per i referendum sull’acqua e l’energia, per le proposte di legge di iniziativa popolare sui diritti del lavoro, per creare liste di cittadinanza locali, per la difesa del territorio, della salute e del lavoro [265] – dimostrano l’esistenza alla base della nostra società di straordinarie intelligenze collettive, di saperi diffusi, di capacità di elaborazione di proposte concrete e di disponibilità a sperimentare forme di gestioni condivise, solidali, lungimiranti dei beni comuni. Da qui è possibile sperare in una rigenerazione della politica, in una positiva evoluzione delle forme stesse della democrazia e delle istituzioni pubbliche.

Democrazia disfunzionale

Come abbiamo visto nei capitoli precedenti, la truffa/estorsione della crisi economica permanente, perseguita e gestita spregiudicatamente dai gruppi dominanti e dalle corporates per ricacciare le classi lavoratrici in una condizione di maggiore subordinazione, evidenzia i fallimenti delle promesse sostanziali della democrazia rappresentativa: equa distribuzione delle ricchezze prodotte, partecipazione popolare ai processi decisionali, sicurezza sociale e assicurazione delle condizioni di sviluppo umano individuale per-tutti-e-per-ciascuno. Insomma, è entrata in crisi la democrazia come quella condizione generale capace di consentire una libera formazione ed espressione della volontà di tutti gli esseri umani. Più propriamente, si tratta del fallimento della democrazia liberale nata per stabilire un equilibrio tra gli ideali alti della democrazia e gli “animal spirits” del capitalismo. Ha scritto Carlo Donolo:

La forma della democrazia liberale si è dissolta nelle entropie della globalizzazione e della mercificazione globale. […] Non si tratta di deviazioni dalla norma e dalla normalità, ma di caratteri intrinseci non emendabili. In sostanza, per avere nuovi mercati occorre avere non solo meno stato sociale ma anche meno stato di diritto, e bisogna asservire il più possibile la politica alle esigenze della redditività privata [266].

Paradossalmente, da quando le dottrine neoliberiste sono diventate egemoniche, il modello sociale più ammirato e imitato dalle élite al potere è il “capitalcomunismo” cinese. La globalizzazione come teoria dei “vasi comunicanti” comporta il livellamento al basso delle condizioni di lavoro e di reddito delle fasce popolari. In nome del dogma della crescita economica le istituzioni pubbliche vengono “riformate” in “democrazie dispotiche”. Le derive tecnocratiche, presidenzialiste e populiste delle “costituzioni reali” di molti Stati europei e dell’Unione europea stessa, lo stanno a dimostrare. Le norme monetarie di bilancio entrano a far parte dei dispositivi costituzionali. È il trionfo della ragione economica su ogni altro aspetto della vita sociale; delle Ragionerie di Stato sulla ragionevolezza umana. Con ciò si potrebbe sostenere che l’idea democratica è disfunzionale alla riproduzione allargata dell’accumulazione capitalistica. Lo stesso parlamentarismo è considerato una “perdita di tempo” e le rappresentanze politiche sono viste come una pletora da “semplificare”, ridurre e tagliare. Emblematica è la sorte che è stata riservata al Senato italiano.

Davvero illuminante un documento della JP Morgan, uno dei giganti della finanza globale, in cui si lamenta un eccesso di democrazia in alcuni Paesi europei. “Le costituzioni e le soluzioni politiche nella periferia meridionale, poste in essere dopo la caduta del fascismo, hanno una quantità di caratteristiche che appaiono inadatte a un’ulteriore integrazione nella regione”. [267]

È già stato scritto che: “I parlamenti, le elezioni, i referendum, le stesse ‘parti sociali’, sono apertamente denunciati come un intralcio. Il passaggio dichiarato dal regime parlamentare a una società autoritaria è possibile ed imminente.” Poiché: “I veri luoghi di potere e di decisione si spostano in organismi paralleli, segreti e sempre più centralizzati” [268].

È forse giusto e inevitabile che una storia lunga due secoli e mezzo di tentativi di “compatibilizzazione” tra capitale e democrazia finisca così male. La crisi toglie il velo progressista e liberale ad uno sviluppo economico fondato su insostenibili premesse di sfruttamento del lavoro e di saccheggio delle ormai rarefatte risorse naturali. Sta di fatto che la principale impalcatura su cui si regge la “nostra civiltà” politica ed economica (vale a dire la supposta sinergia tra democrazia e mercato) sta cedendo. Ha scritto Guido Rossi: “La democrazia e il capitalismo hanno rovesciato il loro rapporto: il capitalismo ha invaso la democrazia e le leggi ovunque non toccano il potere dellecorporation” [269]. La lex mercatoria ha preso il sopravvento. Calano così paurosamente sia il consenso effettivamente espresso dai cittadini-elettori, sia i benefici conseguiti dai cittadini-contribuenti. Nell’era della “democrazia dei consumatori”, lo scambio politico che attraverso il voto si realizza tra il cittadino (che cede ad un rappresentate dello stato “liberamente scelto” la sua quota parte di sovranità popolare) e lo stato stesso, è in perdita secca: nulla di serio viene restituito all’elettore-consumatore. Né sembra realistico pensare che alla fine del tunnel della crisi le cose verranno ripristinate così come le avevamo lasciate nei “trenta gloriosi” anni postbellici del compianto “compromesso socialdemocratico”. Quelle condizioni non esistono più. Nessuno è più disposto a fare credito alla vecchia Europa. Nessun Piano Marshall è in vista. Nessun Paese “sottosviluppato” è più disposto a concedere petrolio e materie prime gratis.

Rappresentanza embendded

Ha scritto Arundhati Roy a proposito del “crepuscolo della democrazia”:

Che cosa ne abbiamo fatto della democrazia? In che cosa l’abbiamo trasformata? Che succede una volta che si è consumata, svuotata, privata di senso? Cosa succede quando ciascuna delle sue istituzioni si è fatta metastasi fino a trasformarsi in una entità maligna e pericolosa? Cosa succede ora che capitalismo e democrazia si sono fusi in un unico organismo predatorio dell’immaginazione limitata e costretta, incentrata quasi esclusivamente sull’idea della massimizzazione del profitto? Viene da chiedersi se sia rimasto qualche legame tra elezioni e democrazia [270].

La risposta non può che essere negativa. Basti pensare alla questione fondamentale del finanziamento della politica. Attingendo da diverse fonti [271] ne viene fuori un quadro spaventoso per la credibilità della democrazia rappresentativa a partire dal “modello” americano, rigidamente bipolare e con scelta nominale dei candidati. La “industria dei gruppi di pressione” (le agenzie di lobbying) negli Usa ha un fatturato di 6 miliardi di dollari l’anno e dà lavoro a 35.000 addetti (17.000 accreditati solo a Washington). Alcuni esempi: la NBNA (carte di credito) ha speso per attività di lobbying 17 milioni di dollari in cinque anni. L’industria del legname 8 milioni di dollari e le miniere del carbone 3,4 milioni solo nella ultima campagna elettorale presidenziale. Lecompagnie elettriche 20 milioni. I petrolieri 35 milioni. L’industria farmaceutica mantiene un organico di due lobbisti per ogni membro del Parlamento (chissà se anche questi li chiamano “informatori scientifici”?). Lebanche schierano una media di 2,4 lobbisti per ogni membro del Parlamento e spendono 600 milioni di dollari per convincere i parlamentari a prendere decisioni a loro favore. Le assicurazioni sanitarie nell’anno della “quasi-riforma” di Obama (il 2010) hanno speso 300 milioni di dollari. Le principali banche di Wall Street, mentre agonizzavano nella crisi finanziaria del 2008, trovavano comunque il modo di versare a Democratici e Repubblicani cifre enormi: 6 milioni di dollari la Goldman Sachs, 5 la Citigroup, 4 la JP Morgan, 3 la Merrill Lynch. E via di seguito. Come si sa, tale disinteressata generosità portò l’amministrazione statunitense ad assumere la decisione di salvare dalla bancarotta il sistema finanziario impegnando i denari dei contribuenti e stampando banconote a rotta di collo (….) Anche le compagnie petrolchimiche europee hanno finanziato alcuni senatori statunitensi scettici sui pericoli del riscaldamento climatico in occasione dell’ultima campagna elettorale di metà mandato: la Bayer ha speso 108.000 dollari, la Basf 61.000, la BP 25.000, la Solvay, 40.000 la Gdf/Suez 21.000, la Lafarge 34.000 e così via. Tutto registrato e trasparente. Con una sentenza della Corte Suprema degli Stati Uniti le “persone giuridiche collettive”, cioè le imprese, sono state equiparate alle persone fisiche nella illimitata possibilità di finanziare le campagne elettorali (….) ” [272].

In Europa le cose non vanno affatto meglio. A Bruxelles i lobbisti accreditati sono 15.000. Ci sono deputati che si affidano ai loro servizi per scrivere leggi, preparare emendamenti, formulare interrogazioni… ( …. ). Dell’Italia non parliamone. Si stima che i lobbisti a Roma siano 1.200 facenti capo a varie agenzie specializzate di Public Affair Manager, ma non c’è una normativa, né un registro. Affollano le anticamere delle commissioni parlamentari, degli assessorati, delle presidenze. Mancano serie inchieste su quello che fanno. Forse perché c’è meno trasparenza rispetto ad altri Paesi (anche se i bilanci dei partiti, con i nomi dei relativi finanziatori per importi superiori ai 50 mila euro, vengo pubblicati sulla Gazzetta Ufficiale ogni anno), forse perché le stesse imprese che finanziano i partiti editano anche giornali e televisioni. È evidente che le enormi cifre che le grandi imprese, singolarmente e/o consorziate tra loro in “cartelli”, mettono a bilancio per far vincere le elezioni a questo o a quel candidato, rappresentano dei veri e propri costi di produzione delle merci e dei servizi che contribuiscono a far lievitare il loro prezzo al consumo. Una specie di “pizzo politico” che dobbiamo pagare ogni volta che acquistiamo una merce, che paghiamo un pedaggio autostradale, un ticket ospedaliero, una cartella delle tasse [273]. ( …. )

Insomma, la politica per le grandi imprese rappresenta un “sottomercato derivato” del gran gioco dell’economia. Non mancano comunque gli ingenui che credono ancora di poter scegliere chi votare, magari attraverso primarie e preferenze, come se i candidati capaci di emergere alla luce dei riflettori delle televisioni non fossero pesantemente sponsorizzati. Mi pare quindi evidente che questa democrazia rappresentativa (che fonda la sua capacità di presa sul denaro e sui mass media) è diventata impraticabile dalla autentica democrazia ( ….) Parallelamente al crollo di legittimazione popolare del sistema politico-istituzionale crescono (verrebbe voglia di dire: inevitabilmente) gli interventi di ordine pubblico e l’uso di strumenti giuridicirepressivi, compresa la militarizzazione di intere aree dichiarate di “interesse strategico nazionale” [274].

Fonte: Comune info

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