USA: midterm, un voto contro Obama

USA: midterm, un voto contro Obama

L’attesa valanga sul presidente Obama e il Partito Democratico americano si è abbattuta martedì al termine delle elezioni di metà mandato in maniera ancora più pesante rispetto alle già catastrofiche previsioni, riconsegnando ai repubblicani il pieno controllo del Congresso di Washington per la prima volta dal 2006. Al termine di una campagna tra le più dispendiose della storia americana, ma anche probabilmente quella che ha suscitato il minore interesse tra gli elettori, il Partito Repubblicano ha sfondato non solo nelle competizioni per il Senato dove i propri candidati erano dati per favoriti, ma anche in alcuni stati nei quali i sondaggi indicavano vantaggi più o meno rassicuranti per i democratici, come in North Carolina.
Il voto di “midterm” ruotava infatti attorno al controllo del Senato, mentre la maggioranza alla Camera dei Rappresentanti - dove i repubblicani hanno guadagnato più di dieci seggi e hanno ora un margine mai così ampio dagli anni Quaranta del secolo scorso - non era mai stata messa in discussione. I repubblicani hanno alla fine ottenuto almeno sette seggi fino ad ora occupati dai democratici (Arkansas, Colorado, Iowa, Montana, North Carolina, South Dakota, West Virginia), sufficienti a conquistare il controllo della camera alta del Congresso.
Di questi sette seggi, i democratici ne hanno ceduti due in altrettanti stati che erano stati vinti da Obama su Mitt Romney nelle presidenziali del 2012 (Colorado e Iowa), a conferma della dissoluzione pressoché totale della base elettorale che aveva permesso all’attuale inquilino della Casa Bianca di vincere nel 2008 e di essere rieletto quattro anni più tardi.
Tra i democratici in pericolo, solo la senatrice del New Hampshire, Jeanne Shaheen, è riuscita a conservare il proprio seggio. In Virginia, poi, la vittoria risicatissima dell’ex governatore Mark Warner, considerato tra i più sicuri, ha avuto quasi il sapore della sconfitta in uno stato ritenuto ormai orientato verso i democratici.
Oltre a un totale di 52 seggi - sui 100 complessivi del Senato - già sicuri poche ore dopo l’inizio dei conteggi, i repubblicani otterranno quasi certamente altri due successi: in Alaska, dove il ritardo del democratico in carica, Mark Begich, dal repubblicano Dan Sullivan appare incolmabile anche se esile, e in Louisiana, dove il ballottaggio di dicembre tra la democratica in carica, Mary Landrieu, e il repubblicano Bill Cassidy vede nettamente favorito quest’ultimo.
Che il voto sia stato alla fine un vero e proprio referendum su Obama e sul partito maggiormente identificato come detentore del potere è risultato chiaro da un dato apparentemente singolare. Il Partito Repubblicano e i suoi membri che siedono al Congresso erano cioè secondo quasi tutti i sondaggi ancora più impopolari rispetto al presidente e ai democratici.
Quei (pochi) elettori americani recatisi ai seggi hanno dunque ancora una volta scelto in maggioranza l’unica alternativa possibile allo status quo in un sistema politico bloccato, pur nutrendo in linea generale una profonda avversione per lo stesso partito premiato con il controllo del Congresso.
Questa tendenza è apparsa evidente non solo dalla totale assenza di rischi reali per tutti i candidati repubblicani al Senato ritenuti lievemente in pericolo nelle sfide con i democratici, a cominciare dal prossimo leader di maggioranza, Mitch McConnell, in Kentucky, ma anche dall’esito di alcune competizioni per la carica di governatore.
Vari governatori di estrema destra, responsabili di avere implementato, tra l’altro, pesanti tagli alla spesa pubblica o iniziative per ridurre la libertà sindacale e oggetto talvolta di proteste popolari, hanno infatti battuto in maniera più o meno semplice i rispettivi sfidanti democratici, spesso virtualmente indistinguibili dai loro rivali repubblicani.
Ciò è accaduto ad esempio in Wisconsin, Michigan, Ohio e Florida. Allo stesso modo, i democratici si sono visti sfuggire di mano alcuni stati considerati vere e proprie roccaforti, come l’Illinois di Obama, ma anche, clamorosamente, il Maryland e il Massachusetts. L’unico avvicendamento favorevole ai democratici è stato registrato in Pennsylvania, dove l’imprenditore milionario Tom Wolf ha battuto uno dei governatori più impopolari del paese, il repubblicano Tom Corbett.
L’ondata repubblicana non ha quindi rappresentato nessuno spostamento a destra dell’elettorato americano, ma è stata bensì la conseguenza del malcontento e della totale disillusione espressa nei confronti dell’amministrazione Obama e del Partito Democratico.
Il dato ancora una volta più rilevante in un’elezione negli Stati Uniti è stato così quello dell’astensionismo che, secondo alcune stime, avrebbe addirittura superato il 60%, a dimostrazione della consapevolezza da parte della maggioranza degli americani della sostanziale inalterabilità di un sistema bipartitico completamente nelle mani dei grandi interessi economici e finanziari.
Questa realtà è confermata dal fatto che le cifre record spese nella campagna elettorale - circa 4 mila miliardi di dollari in totale - hanno fatto ben poco per risvegliare l’interesse degli americani. Anzi, l’afflluso di denaro in maniera virtualmente illimitata da corporation, gruppi di interesse e ricchi finanziatori ai candidati di entrambi gli schieramenti e alle cosiddette “Super PACs” che li hanno appoggiati, non hanno fatto altro che allontanare ulteriormente gli elettori dalle urne.
Inoltre, le questioni più urgenti per i lavoratori e la classe media americana sono rimaste quasi del tutto fuori dalla campagna elettorale, come la necessità di una politica economica di stampo progressista e che non si risolva esclusivamente nel rigore o nel sostegno ai poteri forti, ma anche la nuova guerra in Medio Oriente, l’aggressività crescente di Washington nei confronti di Russia e Cina o la creazione di uno stato di polizia che tiene sotto controllo tutti i propri cittadini.
Su questi temi fondamentali, d’altra parte, democratici e repubblicani sono in larghissima misura sulla stessa lunghezza d’onda, mentre il presunto scontro permanente tra i due partiti si limita quasi sempre a questioni di secondaria importanza o di natura tattica per perseguire le medesime politiche di classe secondo gli interessi immediati dei singoli partiti.
Attorno all’economia, poi, le dichiarazioni rilasciate alla stampa dopo il voto da membri dell’amministrazione Obama sono state estremamente indicative. Secondo i democratici, cioè, le apprensioni per lo stato del paese espresse dagli elettori tramite il voto e nei sondaggi non sarebbero dovute tanto a un quadro economico realmente negativo, ma all’incapacità della Casa Bianca e dei membri del Congresso di comunicare una situazione in netto miglioramento e di cui, evidentemente, gli americani non sembrano essersene accorti.
Nonostante i media ufficiali da entrambe le sponde dell’Atlantico abbiano infine prospettato una fase finale del secondo mandato presidenziale piuttosto complicata per Obama, vista l’ostilità del 114esimo Congresso, i nuovi equilibri a Washington potrebbero portare con sé più di un vantaggio per il presidente.
Con il Campidoglio interamente repubblicano, infatti, la Casa Bianca potrebbe avere la copertura politica necessaria per procedere con misure che i democratici hanno spesso faticato ad avallare, non tanto per convinzione quanto per le ripercussioni negative sul loro tradizionale elettorato.
In altre parole, iniziative impopolari che potrebbero occupare l’agenda di Obama nei prossimi mesi, come l’escalation della guerra in Medio Oriente, l’inasprimento dello scontro con Mosca e Pechino, l’ulteriore ridimensionamento dei programmi pubblici di assistenza o l’approvazione di un controverso trattato di libero scambio transpacifico (TPP), risulteranno più facilmente perseguibili con un Congresso a maggioranza repubblicana.
A questo proposito, lo stesso presidente ha già lanciato segnali di disponibilità al compromesso verso i leader del “Grand Old Party”, invitati ad esempio alla Casa Bianca nella giornata di venerdì assieme ai colleghi democratici. Anche il prossimo leader di maggioranza al Senato, McConnell, durante il suo discorso dopo la rielezione in Kentucky ha da parte sua prospettato una distensione, sostenendo che i due partiti “non devono essere necessariamente in uno stato di conflitto perenne”.
Con un Obama che non dovrà più preoccuparsi di altre tornate elettorali da qui alla fine del suo secondo e ultimo mandato, la collaborazione tra Casa Bianca e repubblicani potrebbe perciò produrre qualche risultato, anche se sulla pelle degli americani. In questo modo, i senatori e i deputati democratici all’opposizione al Congresso sarebbero liberi di manifestare tutto il loro sterile dissenso, così da capitalizzare l’impopolarità che finirà inevitabilmente per pesare sui repubblicani nei prossimi appuntamenti elettorali.

Fonte: www.altrenotizie.org

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