Tensioni sul "turismo" della dolce morte - di Patrizia Guenzi

Tensioni sul "turismo" della dolce morte - di Patrizia Guenzi

Prigionieri di una medicina spesso interpretata come sfida alla morte ad ogni costo, capita di trovarsi incatenati alla vita, prigionieri di noi stessi, di un corpo che non ci appartiene più, che non riusciamo più comandare, o di una mente senza più ombra di ragione. Costretti in un letto d'ospedale, completamente dipendenti dagli altri, senza più dignità. Una vita che per molti non vale più la pena vivere. E allora, l'unica via d'uscita praticabile resta il ricorso alla "dolce morte", scelta che innesca forti tensioni nella sensibilità etica, sociale e sui diritti della libertà individuale.
Una soluzione praticabile in Svizzera (dal 1942 la Confederazione non persegue l'assistenza al suicidio, se non avviene per motivi egoistici), con strutture che accettano anche stranieri. E di anno in anno, le persone che decidono di farvi ricorso aumentano, mentre le associazioni che offrono il suicidio assistito rafforzano la loro presenza. E aprono nuove sedi. Come quella che dovrebbe sorgere a Lugano, "succursale" di Exit Italia in collaborazione con la neonata associazione luganese Liberty Life. "Una sede che consentirà a molti italiani di evitare di far capo a strutture oltre Gottardo e di trovare qui personale che parla la stessa lingua - spiega Emilio Coveri, presidente fondatore di Exit Italia -. Attualmente, la maggior parte degli italiani fa capo a Dignitas, alle sue tre sedi di Forch, vicino a Zurigo, Berna e Basilea. Negli ultimi tre anni ne abbiamo contati una cinquantina di connazionali, ma il trend è in forte aumento".
La notizia di una prossima apertura in Ticino di una struttura in cui poter dare un addio definitivo alla vita non poteva passare sotto silenzio. Le discussioni si sono riaccese. "È una questione di civiltà - osserva l'oncologo Franco Cavalli, che già nel 2001, allora consigliere nazionale socialista, propose di depenalizzare l'eutanasia attiva, proposta respinta con forza da Ppd, Udc e Plr -. Da tempo ripeto anche che la soluzione migliore sarebbe che gli ospedali potessero praticare l'eutanasia passiva, si eviterebbero tante sofferenze". In questa direzione va la proposta dei Verdi ticinesi che con un'iniziativa parlamentare generica chiedono che nella legge cantonale sia inserito "un esplicito diritto al suicidio assissito per i pazenti degenti in strutture sanitarie, case per anziani comprese". In sostanza, gli iniziativisti, sostengono che "al di là delle sensibilità e delle convinzioni religiose sia giusto che ogni persona possa scegliere con dignità e consapevolezza il modo in cui porre fine alle sofferenze". "Prendiamo esempio dai cantoni Zurigo e Neuchâtel - suggerisce Cavalli -, che hanno accolto una revisione legislativa che prevede per chi è degente in una casa per anziani medicalizzata di poter beneficiare dell'aiuto al suicidio senza dover uscire dalla struttura, mettendo a disposizione una camera". Insomma, la volontà di chi vuol mettere fine ai propri giorni dovrebbe essere considerata preminente. "Se abbiamo un diritto alla vita- afferma Coveri- dobbiamo avere pure un diritto alla morte".
Fonte: www.caffe.ch
pguenzi@caffe.ch
@PatriziaGuenzi

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