Sogno di una notte di mezza sbornia - La recensione di Sara Michelucci

Sogno di una notte di mezza sbornia -  La recensione di Sara Michelucci

Trent’anni fa moriva il genio di Eduardo De Filippo e nei teatri italiani, in suo omaggio, torna uno degli spettacoli più divertenti, Sogno di una notte di mezza sbornia. Andato in scena al Secci di Terni, il 4 e 5 novembre, e pronto a sbarcare nel week end in Sardegna, al Teatro Stabile, il progetto portato in scena da Luca De Filippo ripropone l’opera scritta dal maestro napoletano nel 1936.

È la famiglia, ancora una volta, ad essere messa sotto i riflettori. Sono i rapporti tra i singoli componenti che De Filippo sceglie di raccontare, divisi tra sogni, vincite al lotto, superstizioni e credenze popolari. È una umanità dolente, che si aggrappa alla scaramanzia e alla fortuna per andare avanti. Che pone il denaro anche di fronte agli affetti, pur di ottenere un posto nel mondo.

I personaggi di De Filippo sopravvivono e solo in questo modo riescono ad affrontare un presente fatto di incertezza. Una riflessione sull’esistente, generata attraverso l’ironia, e orchestrata in modo beffardo e intelligente, pungente e raffinato. Il comico e il grottesco si combinano con la tradizione teatrale napoletana, offrendo uno spettacolo tragicomico, ma altamente riflessivo.

La storia è quella di Pasquale Grifone che condivide una vita grama con sua moglie e i suoi due figli. Una notte, però, riceve in sogno la visita di Dante Alighieri che gli dà i numeri per una quaterna secca. Ma la vincita rappresenterà anche il conto alla rovescia all’ora della sua morte. I numeri vengono estratti davvero e Pasquale vince 600 milioni.

Se la famiglia inizia a godere della nuova ricchezza, trasferendosi in una nuova casa e circondandosi di ogni lusso possibile, la felicità di Pasquale è offuscata dal dubbio che la predizione fosse giusta anche sulla data della sua dipartita.

A nulla valgono i tentativi di sua moglie Filomena, di suo figlio Arturo e di sua figlia Gina, volti a spazzar via quella che considerano una sciocca superstizione. Il giorno annunciato da Dante, però, la famiglia si veste a lutto: tutti, ormai, sono convinti che quelli sono gli ultimi momenti di vita del padre di famiglia. E forse ci sperano anche un po’. Si attende soltanto l’ora stabilita (le tredici) e, al suo scoccare, Pasquale, preso dal terrore, sviene ed è considerato morto.

Viene chiamato il medico, il quale si rende conto che l’uomo è vivo e vegeto. Preso dall'euforia, il capofamiglia invita il medico a pranzo per festeggiare lo scampato pericolo, ma in realtà alle tredici mancano ancora cinque minuti.

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