La prossima bolla sarà nera: 210 mld di $ pronti a esplodere

La prossima bolla sarà nera: 210 mld di $ pronti a esplodere

Ad avere paura, stavolta, sono in tanti: Usa in primis, ma anche Russia. Per Washington il problema è anche più paradossale perchè quella che inizialmente era stata vista come una benedizione, una rivoluzione che avrebbe portato la prima economia al mondo ad avere indipendenza energetica e a potersi svicolare dagli scomodi alleati mediorientali oltre a poter evitare i ricatti e i pericoli del fondamentalismo islamico e dell’Iran, adesso si sta ritorcendo contro. Il nome è chiaro a tutti, shale gas, il petrolio estratto dalle rocce attraverso fortissime iniezioni di acqua e altre sostanze fino a provocare la frantumazione delle rocce argillose.

Tutta colpa dello shale

Ebbene di questo tipo di petrolio ce n’è tanto, troppo, e ne scorre a fiumi per l’intera nazione, tanto da poter essere quantificato in qualcosa come 60 miliardi di barili nel solo territorio statunitense aver favorito il crollo continuato e costante della materia prima che è diventata addirittura antieconomica nel processi di estrazione, più costosi rispetto a quanto lo shale permette di ricavare. E i margini si stanno restringendo troppo.

Pochi i margini di azione... e di guadagno

Infatti se il guadagno c’è, questo rimane fino a quando il Brent (parametro di riferimento) sarà quotato sopra gli 80 dollari a barile e gli stessi Usa stanno lavorando a tecniche ed ottimizzazioni tali da poter reggere l’impatto anche a 65 dollari, ultima barriera prima del crac.

Cosa significa questo? Che il prezzo del petrolio è destinato a scendere, tesi confermata anche dagli esperti di Goldman Sachs (NYSE: GS-PB - notizie) che vedono un prezzo sotto gli 80 dollari per tutto il 2016. Si, perchè oltre a quanto detto, si deve registrare anche la politica di molte nazioni dell’Opec, Arabia Saudita in testa, che non hanno intenzione alcuna di tagliare la propria produzione, preferendo lasciar cadere il prezzo per logorare quello che attualmente è il maggior competitor, gli Usa. Impossibile pensare inoltre che la richiesta di greggio aumenti in tempi brevissimi e in quantità tale da far salire le quotazioni, così com’è impensabile il fatto che chi ha investito in questa rivoluzione energetica possa accettare un ritorno ormai dilungato nel tempo. Impossibile aspettare: troppi i soldi e gli interessi in gioco e il guadagno deve arrivare il prima possibile, anche perchè chi ha messo soldi, a sua volta, si è indebitato e pesantemente visto che emettere titoli di debito era più comodo che rischiare sul mercato azionario, con il risultato che in parallelo con la liquidità immessa dalla Fed e con i suoi stimoli monetari partiti dal 2009, l’emissione di strumenti finanziari staccate dalle società energetiche internazionali e in particolar modo quelle made in Usa sono aumentati del 150%. Tradotto in cifre: 210 miliardi di dollari.

E come al solito, la Fed

Il tutto facilitato da quella marea (stavolta non di petrolio ma di capitali) che a ha inondato i mercati e le Corporate da circa 5 anni. Tanti soldi a poco prezzo e senza rendimenti di sorta, hanno reso l’oro nero e la rivoluzione dello shale gas come una magica quadratura del cerchio. Tutti hanno fiutato l’affare e ci si sono buttati a capofitto. I timori arrivano adesso perchè sui conti di fine anno delle società dovrebbero iniziare a sentirsi le prime conseguenze del calo del prezzo del barile, senza contare poi che gli interessi, in futuro, saranno rivisti in aumento.

Non vanno meglio le quotazioni di alcune società come Sand Ridge che nel 2020 dovrà rimborsare un bond da 450 milioni con rendimento oltre il 10% e calo sulla quotazione azionaria dei propri titoli di oltre il 30%.

C’è poi il discorso geopolitico: se l’Arabia fa una scommessa rischiando poco di suo ma troppo degli altri (l'Iran vede il 60% delle sue entrate coperte dal petrolio), anche alla Russia non va molto bene. Negli ultimi anni (decenni) il petrolio ha condizionato l’andamento sia politico che economico prima dell’Unione sovietica e adesso di Mosca e di Putin visto che dal petrolio si ha oltre il 50% delle entrate statali, flusso di capitali che finora ha permesso di finanziare misure politiche e sociali popolari e che hanno concesso a Putin un appoggio della base che, diversamente, non sarebbe stato possibile: ogni dollaro in meno sulle quotazioni del barile equivale a oltre 1,7 miliardi di dollari l’anno per un totale di oltre 50 miliardi in meno per il 2015 che si sommano anche alle perdite dovute alle sanzioni per la crisi Ucraina. Una cifra che i russi non si possono permettere, anche a fronte di un'inflazione che ha costretto la banca centrale russa ad aumentare i tassi dal 5,5% al 9,5%, frenando una ripresa già di per sè anemica. C'è poi la questione dell'ammortizzatore economico, un tesoretto da 170 miliardi di dollari accantonato per imprevisti di questo tipo e che, secondo quanto affermato da Putin, riuscirà ad essere un ottimo salvagente. Ma per quanto tempo?

Di Rossana Prezioso

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