La ninfa che volle farsi donna - di Franzina Ancona

Pubblicato il da Cronache Lodigiane

La ninfa che volle farsi donna - di Franzina Ancona

Tacciono i lamenti, si smorzano i toni, la grande paura della chiusura e del licenziamento in massa di coro e orchestra si è sbriciolata come un biscottino, l’Opera di Roma al gran completo sfodera le sue abilità, raccoglie il la iniziale e parte all’arrembaggio di un pubblico desideroso di farsi conquistare. E’ l’esordio di stagione, c’è qualche toeletta da esibire, il luccichio di gioielli da sfoggiare assieme a mariti impettiti, compresi nel ruolo di accompagnatori. Il palcoscenico propone Rusalka di Antonin Dvořák. Una fiaba nient’altro che una fiaba, una fiaba acquatica che parla della ninfa Rusalka, innamorata del Principe che ha intravisto specchiarsi dalle sue liquide profondità. Per incontrarlo, è persino disposta a lasciare il proprio mondo, le sorelle canterine, il padre, il burbero Spirito dell’ Acqua, e i suoi giocattoli da bambina, la bambola , il cavalluccio, l’orsacchiotto e a crescere d’improvviso e, soprattutto, ad assumere sembianze umane, pur al prezzo di perdere la parola. E lui, pur gradendo, il giorno delle nozze non ci pensa su un momento a buttarsi fra le braccia di una principessa straniera dalla sessualità trasbordante e infuocata come il rosso del suo costume con pantalone e tacchi a spillo, attenuata solo dall’aspetto di virago. Mai credere agli uomini, mai sacrificarsi per loro, mai rinunziare alla propria vita per inseguire un sogno, mai alienarsi dai propri contesti. Una lezione che va al di là delle brumose leggende dell’estremo Nord e dell’Est europeo. Rusalka ritorna al lago, avviata a un destino di tristezza eterna. Ma il veleno dell’amore si è insinuato nelle vene del principe, è diventato ossessione. Morirà chiedendo perdono tra le braccia della bambina subacquea che si era fatta donna per amarlo. Lo spettacolo proposto all’Opera di Roma ha suscitato un insperato applauso lungo ben 20 minuti al finale, dopo essere stato sottolineato da battimani convinti durante tutto lo svolgimento di ogni romanza più impegnativa, di ogni esibizione vocale di un cast di prim’ordine, a cominciare dalla protagonista Svetla Vassileva, soprano lirico giovane, di bell’ aspetto, dal volume notevole e dalla tessitura ampia, e tuttavia dalle modulazioni morbide e possenti ad un tempo, adatta al lirismo e alle melodie del compositore. Il Principe è Maksim Aksenov, bella voce limpida e squillante negli acuti, perentorio e profondo come si conviene Steven Humes, lo Spirito dell’ Acqua. Ma davvero bravi tutti gli altri da Larissa Diadkova (la strega), a Michelle Breedt( la principessa straniera) al Guardiacaccia Igor Gnidl, allo sguattero Eva Liebau, alle tre ninfe, che hanno vocalità deliziose e pagine musicali che si accostano allo splendore delle figlie del Reno del Rheingold di Wagner, dal quale il compositore boemo adotta il leitmotive (ovvero la caratterizzazione sonora dei personaggi). D’altronde l’opera, capolavoro di Dvořák, si avvale di molti imprestati dai milieu più vari, riprende dall’ambito francese lo sfarzo del grand-opéra con il nutrito spazio per il balletto ( qui coreografo Denys Ganio), trasferisce le prime note del celebre Adagio dal Lago dei Cigni di Ciaikovskij, si immerge in atmosfere popolareggianti ceche, il tutto tessuto e ritessuto fino ad ottenere un linguaggio autonomo e gradevolissimo all’ascolto, dalla magnifica orchestrazione che l’ottimo giovane direttore norvegese Eivind Gullberg Jensen ha saputo proporre con un’orchestra in serata particolarmente felice. Il successo pieno però è merito soprattutto dell’allestimento di un regista di gran talento come Denis Krief, che ha curato anche le scene, i raffinati costumi e le bellissime luci. Il palcoscenico di Krief è una grande scatola ricoperta di assi di legno grezzo con elementi astratti e stilizzati, una foresta marina incorniciata in una sorta di pannello vitreo, un altro pannello con disegni astratti, forse erbe lacustri e un rettangolo di metallo, lucido come uno specchio, o come la superficie di un lago sereno, posto trasversalmente al di sopra del palcoscenico, nel quale ondeggiano catene di schiuma d’aria che si muove nei lunghi e ampi teli traforati come merletti, il tutto vestito di una luce smeraldina che racconta con le sue variazioni di tonalità o con gli improvvisi e tranchant rettangoli luminosi bianchi quando deve sottolineare momenti musicali e drammaturgici. Nello stage si aprono botole e praticabili che scendono in abissi ignoti e misteriosi, mentre lateralmente grandi aperture si offrono alla luminosità gialla del sole, quella che si conosce nel mondo degli uomini, dove bastano alte colonne con capitelli quadrati a simboleggiare il palazzo del principe. - See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23641#sthash.kCGkJphy.dpuf

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