L’Europa non perdona Orban

L’Europa non perdona Orban

Dopo Haider e Berlusconi, sembra che i politici benpensanti europei, già da qualche mese, abbiano trovato un nuovo bersaglio per il loro “politicamente corretto”. Si tratta di Viktor Orban, primo ministro ungherese democraticamente e regolarmente eletto dai cittadini del suo Paese con consensi senza precedenti.

Quali le colpe, tutte da provare, che gli vengono imputate? Aver modificato la Costituzione approfittando della maggioranza assoluta che detiene nel Parlamento ungherese, aver ridotto la libertà di stampa e sottomessa la Banca Centrale alla volontà del Governo. Più recentemente, e forse qui sta il vero motivo della più recente ostilità contro di lui, lo si accusa di essere troppo amico della Russia di Putin poiché continua a sostenere il progetto South Stream (il gasdotto che dalla Russia arriverebbe direttamente in Europa via mar Nero scavalcando così l’Ucraina) nonostante gli Stati Uniti.. pardon, nonostante l’Unione Europea persegua invece progetti alternativi. Per ultimo, ma non soltanto, lo si rimprovera di aver sospeso il re-invio di gas russo verso l’Ucraina orfana di forniture dirette da Mosca.

Ammesso e non concesso che le modifiche introdotte nella nuova Costituzione costituiscano veramente un attentato ai valori europei, per capire i termini della situazione occorre fare un passo indietro di qualche anno e tornare alla caduta della cortina di ferro.

Allora, era il 1989, l’Ungheria si preparava ad affrontare (due anni dopo) le prime lezioni libere e nuovi partiti si accingevano a cercare il consenso elettorale. Tra questi la FIDESZ, nato come gruppo giovanile del partito liberal democratico SZDSZ e ben presto affermatosi come forza indipendente più determinata e con le idee più chiare del “fratello maggiore”. Uno dei suoi giovani promotori era proprio Viktor Orban che, in poco tempo,si affermò come unico leader indiscusso. Non si può dire che tra le principali caratteristiche del suo carattere ci fosse la capacità di suscitare travolgenti simpatie ma, sicuramente, si impose come carismatico, intelligente, credibile, deciso e ambizioso, cosa, quest’ultima, che in politica è pur sempre indispensabile. Dopo alterne fortune, anche le ultime elezioni nel 2014 hanno confermato, con il 44% dei voti, i consensi che giovani e classe media gli riconoscono da anni.

Quando e’ arrivato al Governo per la prima volta ha trovato una situazione economica e finanziaria disastrosa, frutto dell’incapacità’ di chi l’aveva preceduto nel gestire l’euforia dei primi anni “liberi”. Ancora prima dello scoppio della crisi mondiale, una forte sofferenza dell’economia del Paese stava trascinando i redditi di tutta la classe media verso il basso, in particolare per i numerosi debiti accesi in valuta estera e diventati, con la conseguente svalutazione del fiorino, insopportabili per gran parte della popolazione. La crisi economica europea ha poi aggravato la situazione e le sanzioni degli ultimi mesi contro la Russia non hanno certo favoritole imprese interne.

Orban è perfettamente conscio di governare un Paese di piccole dimensioni, senza sbocco al mare e con “pesanti” vicini che, nella storia, hanno avuto una determinante influenza sulla vita degli ungheresi. Sa anche di non avere significative risorse energetiche su cui contare e di guidare una popolazione con un alto livello di istruzione ed esigenze di benessere molto più simili a quelle dei vicini Paesi occidentali che di altri centro-europei e balcanici. Ha quindi capito che, se voleva portare il Paese fuori dalle secche con il minimo di conflitti sociali e instabilità, non poteva seguire politiche tradizionali e men che meno adottare solamente i dettami economici restrittivi suggeritigli da Bruxelles.

Proprio perché conscio di questa situazione, la sua capacità politica doveva consistere nel costante equilibrio da tenersi verso i Paesi più forti sia all’ovest che all’est, cercando di ottenerne i massimi benefici i senza esserne dominato, come invece accadde nel passato storico. E’ anche chiaro che, per ottenere questo risultato, la sua azione di governo doveva esser forte e decisa, così da rinfrancare gli investitori e poter uscire dalla crisi con le minori sofferenze possibili per la popolazione. E’ così che si spiegano, in nome d’una governabilità utile agli interessi del Paese, i cambiamenti da lui introdotti nei rapporti con la Banca Centrale, con i media e con alcuni investitori stranieri, soprattutto le banche private. Ma e’ anche la ragione per cui, pur assecondando formalmente le sanzioni europee contro la Russia, non ha accettato di rompere del tutto i rapporti con il grande vicino. Ha, infatti, cercato di opporsi a queste sanzioni finché ha potuto e poi, quando Bruxelles le ha volute approvare, si è dovuto accodare firmando tutte le dichiarazioni sottoposte ma, nello stesso tempo, ha anche deciso di non collaborare al re-invio del gas russo verso l’Ucraina dopo che la Russia, mentre negoziava un nuovo accordo, aveva interrotto le forniture dirette a quel Paese.

Chi lo critica per questa decisione dimentica volutamente che l’Ungheria importa proprio dalla Russia l’85% del gas e il 100% del petrolio necessari e che i due, insieme, costituiscono il 64% del suo fabbisogno energetico. Dimentica anche che la Russia resta per l’Ungheria, dopo l’Unione Europea, il maggiore ed indispensabile partner commerciale. Quanto al sostegno a South Stream, e’ naturale che l’Ungheria vi sia interessata, così come lo sono l’Austria e la Bulgaria, perché tale progetto, se e quando realizzato, contribuirebbe a valorizzare la sua posizione strategica di hub energetico del centro Europa attribuendole un ruolo che le semplici dimensioni del Paese non consentirebbero.

Per queste sue posizioni, i partiti nazionalisti di destra lo criticano per essere “troppo accondiscendente nei confronti dell’Europa e poco patriota” mentre le forze di sinistra lo accusano, al contrario, di essere “anti-europeo” e di essere, segretamente, un uomo di estrema destra. Perfino Obama, in luglio, ha dichiarato essere l’Ungheria sulla strada di diventare uno “stato illiberale” e a metà Ottobre, con un provvedimento così inusuale da essere inspiegabile, ha annunciato che sarebbe stato negato il visto di ingresso negli USA a sei pubblici ufficiali ungheresi per presunta corruzione. Guarda caso, anche se i nomi non sono stati resi noti, sembra che tra loro ci siano proprio alcuni consiglieri del Governo. Per finire, pochi giorni orsono qualche migliaio di persone ha manifestato a Budapest contro la decisione di introdurre una tassa sull’uso di internet in base ai byte scaricati e i giornali europei e quelli locali di opposizione ne hanno dato un grande rilievo, molto superiore sia al reale numero dei manifestanti sia all’impatto economico che tale tassa potrebbe provocare.

La nostra preoccupazione non sta ora in quel che e’ avvenuto ma piuttosto nella possibilità che, come accaduto altrove, una o più mani straniere vogliano strumentalizzare (o addirittura stimolare) nuove proteste di piazza per condizionare le decisioni del Governo locale. Ancora più chiaramente, non vorremmo che, in Europa o altrove, qualcuno pensi a qualche nuova forma di movimento “arancione”, cosa che, oltre ad essere una nuova indebita interferenza in politiche nazionali, contribuirebbe a creare un ulteriore fattore di instabilità in Europa e ad alienare anche, in Ungheria, i già indeboliti sentimenti pro-europei.

In realtà Orban sta facendo tutto il possibile per portar fuori il Paese dalla crisi senza dover affrontare le conseguenza socialmente disastrose che sono state imposte a Samaras in Grecia. Il presidente del parlamento, Kover Laszlo, ha detto a mezze parole che se Bruxelles pretende di comandare in Ungheria come se non esistesse nemmeno un governo locale, l’Ungheria è anche pronta ad uscire dall’Unione Europea.

Orban non ha certo questa intenzione perché sa che la cosa non gli converrebbe

E le critiche non si sono limitate a dichiarazioni sui giornali ma sono diventate pressioni dirette ed indirette sia da Bruxelles che dagli Stati Uniti. Da parte sua, l’Unione Europea ha accentuato i propri diktat affinché Budapest attui una politica di forte austerità ma non è difficile pensare che queste pressioni siano aumentate proprio per mettere in difficoltà e quindi “punire “il governo Orban.
Per saperne di più: http://italian.ruvr.ru/2014_11_11/L-Europa-non-perdona-Orban-6548/

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