Il successo di pubblico della "finta politica" - di Alessandra Comazzi

Il successo di pubblico della "finta politica" - di Alessandra Comazzi

Più si constata che i talk show sono troppi e non fanno ascolti, più ne mettono, le televisioni. Ed essendo epoca di globalizzazione, non c'è differenza tra Paesi, trattasi di fenomeno trasversale all'Europa e agli Stati Uniti: in fondo costano meno di altri programmi, gli ospiti non si fanno pagare in quanto ben lieti di andare a dire la loro, e le reti devono riempire infinite ore di programmazione. E così, i talk show stanno diventando come i reality: non sono la tazza di tè degli spettatori, che infatti li rifuggono, sono lunghi, noiosi, non c'è conduttore che tenga. Così come le pagine dei giornali di carta e dei tg: facile osservare quanto spazio sia dedicato alla decrittazione di una politica sempre più stravagante, e meno aderente alla vita vera delle persone. Come sempre, quando c'è uno spazio, qualcuno lo occupa; quando c'è un bisogno, in questo caso capire che cosa succede, qualcuno lo soddisfa. Magari in modo paradossale. Perché non è che possiamo prendere per buoni tutti gli intrighi di potere che ci vengono raccontati. Ma, nella crisi della politica raccontata da carta stampata, tg e talk show, grazie alla fiction, in tv e al cinema, qualche idea ce la facciamo.
Prendiamo "House of Cards", con Kevin Spacey, in onda su Sky Atlantic. È un adattamento della serie omonima realizzata dalla Bbc, tratta dal romanzo di Michael Dobbs, che si svolge in Inghilterra. La versione americana trasferisce tutto negli Stati Uniti, e la corsa è alla presidenza Usa. Spacey è il cattivissimo Frank Underwood, che pur di assurgere al massimo scranno della politica mondiale, è disposto a farne di tutti i colori, a uccidere e a far uccidere, a comprare e vendere voti, a ricattare e aprire ogni armadio per trovarvi i peggiori scheletri. Scheletri che hanno la forma di dossier con i quali tiene in scacco i concorrenti. Intendiamoci, non accadrà proprio così, ma se incrociamo questa serie con un'altra assai seguita, sempre nel pacchetto Sky, "I Borgia", sulla terribile famigliona italiana del XV e XVI secolo, papi, furfanti e avvelenatori, si vede come il perverso gioco del potere attraversi secoli ed epoche. Nulla di nuovo sotto il sole. E in "Scandal"? Tra tutti, presidente bianco, amante nera, moglie bianca con vecchio amante, il più pulito ha la rogna: ma se devono mettere un vicepresidente assassino, ancorché del marito fedifrago e gay, chi mettono? Una signora. Com'erano diversi i tempi in cui Geena Davis era "Una donna alla Casa Bianca", onesta e consapevole.
Significativa la tendenza: aveva cominciato l'antesignana Meryl Streep, ora sono sempre più numerosi gli attori che dal cinema passano volentieri ai telefilm. Che sono pur sempre un buon lavoro in tempo di crisi. Ma soprattutto, l'industria americana dell'"entertainment" ci ha investito moltissimo, in uomini e mezzi, e i risultati, economici e sociali, non mancano. Grazie, pure, alla capacità di usare le serie che arrivano dal web, già forti del loro successo virale; e a quella di intercettare i problemi veri del Paese, a volte di anticiparli: grazie a brillantissimi dialoghi in grado di far passare, attraverso il mezzo potente della fiction, idee importanti.
Lo spettatore guarda una fiction con uno stato d'animo molto più disarmato e meno vigile rispetto a quando segue un programma di informazione. E il "messaggio" passa in fretta. Questo è un dato di fatto biologico, che in sé non è buono né cattivo: dobbiamo soltanto saperlo e tenerne conto.

Fonte: www.caffe.ch

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