Il crollo del Muro di Berlino, che tragedia geopolitica! - di Diego Fusaro

Il crollo del Muro di Berlino, che tragedia geopolitica! - di Diego Fusaro

L’Unione Sovietica non era certo un paradiso, intendiamoci: immense erano le sue contraddizioni, e non mi sogno di negarle o anche solo di ridimensionarle. E però… dal punto di vista di chi scrive, peggio del mondo diviso dal Muro di Berlino poteva esserci solo ciò che è venuto dopo: ossia il nostro mondo del trionfo incontrastato del nesso di forza capitalistico, del lavoro flessibile e precario e della rimozione coatta dei diritti sociali.

Nel desolante paesaggio del neoconformismo planetario e del pensiero unico trionfa un finto pluralismo, in cui i plurali dicono sempre e solo la stessa cosa, sia pure variamente declinata: quello in cui viviamo è il solo mondo possibile! Lasciate ogni speranza, voi che non vi adattate! Rinunciate a ogni spirito di scissione!

Per chi fosse scettico su questo punto, vi è un aspetto che può ben valere come “guida dei perplessi”: è il modo ossessivo e martellante con cui il circo mediatico e la fabbrica dei consensi ha insistito, in questi giorni, nel celebrare l’anniversario del crollo del Muro di Berlino. Il ministero della verità di orwelliana memoria ha ubiquitariamente contrabbandato l’idea secondo cui la fine (peraltro ingloriosa) dei comunismi storici novecenteschi avrebbe costituito il trionfo della libertà sul totalitarismo finalmente sconfitto.

Nulla di nuovo sotto il sole: è dal 1992 (cfr. F. Fukuyama, The End of History) che l’ideologia dominante ripete maniacalmente questa storia, ottundendo le menti degli infelici atomi sociali sopravvissuti al secolo breve. L’Unione Sovietica non era certo un paradiso, intendiamoci: immense erano le sue contraddizioni, e non mi sogno di negarle o anche solo di ridimensionarle. E però… dal punto di vista di chi scrive, peggio del mondo diviso dal Muro di Berlino poteva esserci solo ciò che è venuto dopo: ossia il nostro mondo del trionfo incontrastato del nesso di forza capitalistico, del lavoro flessibile e precario e della rimozione coatta dei diritti sociali.

Mentre nel 1989 i condannati al supplizio del capitalismo assoluto festeggiavano la fine del totalitarismo rosso, gli ultimi diritti sociali di cui ancora disponevano stavano per essere spazzati via da un capitalismo che, dopo il 1989, si liberava finalmente del freno sovietico e poteva celebrare indisturbatamente le sue orge. E così anche ieri: non parlo dei prezzolatissimi intellettuali che, nel libro paga dei dominanti, celebravano la fine del Muro e del Weltdualismus a piè sospinto su giornali e canali televisivi; alludo, invece, a quanti – disoccupati o schiavi a tempo determinato – pendevano scioccamente parte ai festeggiamenti, di fatto entusiasmandosi per le loro stesse catene e svolgendo ancora una volte la parte dei cultori ignari della loro stessa schiavitù.

Giova ricordarlo, a beneficio degli smemorati e degli ideologi di professione: nel 1989 non ha vinto la libertà; hanno, invece, trionfato il libero mercato e il capitale, con tutte le conseguenze che ne sono scaturite e che stiamo quotidianamente scontando sulla nostra pelle (non da ultimo, sul piano ideologico, l’automatica e irriflessa identificazione tra libertà e libero mercato).

Il devoto e ortodosso fedele della religione neoliberale, a questo punto, storcerà il naso, convinto panglossianamente di vivere, dopo il 1989, nel migliore dei mondi possibili. È davvero così? Siamo finalmente nella terra promessa della libertà universale? La polverizzazione dei sistemi socialisti e la scomparsa dell’alternativa possibile sotto le macerie del Muro (Berlino, 9.11.1989) non ha determinato il trionfo della libertà per i milioni di schiavi del dispotismo comunista, secondo la lieta novella con cui la grande narrazione neoliberale continua a offuscare le menti. Semmai, ha provocato il loro transito, tutto fuorché indolore, nelle fila dell’immenso “esercito industriale di riserva” (Marx) della schiavitù salariata e del precariato globale, ossia in un regime che si autocelebra come il non plus ultra della libertà ma che, quanto a carattere dispotico, nulla ha da invidiare a quello sovietico.

D’altro canto, nell’ex Unione Sovietica e nei suoi satelliti finalmente divenuti “liberi” non soltanto il dislivello tra ricchi e poveri ha raggiunto picchi mai sperimentati prima. In maniera convergente, le aspettative di vita sono tragicamente crollate (si parla di 7 anni circa), in forza dell’eclissi delle garanzie sociali di cui il principio della “valorizzazione del valore” non può farsi carico. Al danno della miseria, dello sfruttamento e della privazione di ogni garanzia sociale, si è aggiunta la beffa, per gli abitatori del regime sovietico nel frattempo imploso, di sentire disinvoltamente qualificare come “liberazione” il loro transito dal dispotismo orientale a una nuova e non meno opprimente forma di asservimento che ha trasformato in mendicanti e in schiavi del salario gli uomini, in prostitute e in badanti le donne.

Tutto questo non sia preso per un elogio dell’Unione Sovietica: infatti, non lo è. È, invece, una condanna di un mondo – il nostro – che, se mai è possibile, è anche peggiore di quello dei tempi del cuius regio eius oeconomia. Ricordo, allora, quell’aneddoto dell’esule giunto in Occidente varcando il Muro di Berlino. Interrogato dagli Occidentali sulla vita nel regime comunista al di là del Muro, così rispose: “tutto ciò che dicevano su di noi era falso; ma era vero tutto ciò che ci dicevano su di voi”.

Fonte: L'intellettuale dissidente

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