Il capitalismo di Putin adesso è in crisi - di Loretta Napoleoni

Il capitalismo di Putin adesso è in crisi - di Loretta Napoleoni

A 25 anni dalla caduta del Muro di Berlino e dalla fine del comunismo la Russia è travolta dalla quarta tempesta perfetta economico finanziaria: la prima, nel 1989, disintegrò il sistema economico comunista, la seconda, nel 1998, fece crollare il rublo, la terza, nel 2008, consegnò l'economia nelle braccia della recessione. La crisi attuale, ahimè, ripropone lo stesso copione.
Alla radice del crollo del rublo - che su base annuale ha perso il 48 per cento rispetto al dollaro - c'è la debolezza strutturale dell'economia russa, un tema ricorrente in tutte le crisi precedenti. Come nel 2008, la caduta dei prezzi del petrolio e del gas naturale ha provocato una contrazione dell'economia, dal momento che quella Russa dipende eccessivamente dall'andamento del settore energetico. Le sanzioni economiche imposte a causa dell'annessione della Crimea e la crisi in Ucraina, che non accenna a risolversi, altro non sono che déjà vu della crisi causata dalla guerra in Georgia del 2008.
Anche l'atteggiamento della banca centrale non si distacca dalle politiche monetarie del passato. Dopo aver speso circa 30 miliardi di dollari nel mese di ottobre per difendere il tasso di cambio del rublo, questa settimana ha gettato la spugna ed ha dichiarato che non spenderà più di 350 milioni di dollari al giorno per questo motivo.
Il crollo del rublo ha implicazioni drammatiche per il debito esterno, come avvenne nel 1998. Il costo delle obbligazioni decennali dello Stato è già salito al 10,3 per cento, il livello più alto dal novembre del 2009. Ma impatta anche sul debito delle imprese e, infatti, le quotazioni in borsa sono crollate.
Gli scenari che si aprono sono tutti preoccupanti: dal potenziamento del populismo di Putin che vuole far credere che il Paese sia vittima di un piano diabolico prodotto dalla dietrologia occidentale, alla fuga dei capitali in massa, uno stillicidio monetario già sofferto nel 1998 ed anche nel 2008.
Difficile per ora intravedere una soluzione strutturale della crisi anche perché le previsioni sono per un ulteriore indebolimento dei prezzi energetici dovuti, da una parte, alla recessione e dall'altra alla riduzione della domanda da parte degli Stati Uniti, che grazie al fracking sono sulla strada giusta per diventare ancora una volta un esportatore netto di petrolio e gas naturale. Improbabile nel breve periodo anche una soluzione della crisi in Ucraina e delle sue ripercussioni sui rapporti tra Ue e Russia. Dopo un quarto di secolo il bilancio sul capitalismo russo è dunque quasi tanto negativo quanto quello sul comunismo.

Fonte: www.caffe.ch

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