Cina-Australia, Xi sfida Obama - di Maria Lombardo

Cina-Australia, Xi sfida Obama - di Maria Lombardo

Di fronte all’offensiva americana volta a contenere l’espansione del proprio paese, il presidente cinese Xi Jinping è stato protagonista nei giorni scorsi di una serie di annunci e discorsi - durante e a margine degli appuntamenti internazionali del G-20 e dell’APEC - che hanno chiarito la strategia di Pechino per cercare di rompere l’accerchiamento in cui rischia di trovarsi la futura prima economia del pianeta.
Anche se in maniera indiretta, il leader del Partito Comunista Cinese ha in particolare risposto al presidente Obama con un’apparizione al Parlamento australiano un paio di giorno dopo l’intervento a Brisbane del collega americano.
Il messaggio di Xi è stato sostanzialmente rassicurante nei confronti dell’Australia, prospettando le occasioni a disposizione della borghesia indigena se il paese dovesse decidere di costruire una partership più solida con Pechino. “Un ambiente domestico armonico e stabile” assieme a “un ambiente internazionale pacifico” è quanto di cui ha bisogno la Cina, ha spiegato Xi, promettendo che il suo paese “non crescerà mai a spese degli altri”. Al contrario, il presidente cinese ha lanciato una dura critica a Stati Uniti e Giappone, sia pure senza nominarli, sostenendo che “i paesi che perseguono politiche bellicose sono destinati a morire” e a “sparire dalla storia”.
Cina e Australia avrebbero inoltre “tutte le ragioni per andare al di là delle loro relazioni economiche”, in modo da diventare “partner strategici che hanno una visione univoca e inseguono obiettivi comuni”. L’Australia, al contrario di USA e Giappone, non ha d’altra parte “problemi storici” con la Cina e anche per questo i due paesi possono essere “vicini che convivono in armonia”.
Xi ha comunque avvertito che la Cina non transigerà sui suoi interessi fondamentali, con un chiaro riferimento alla questione di Taiwan e alle dispute territoriali con vari paesi nel Mar Cinese Orientale e Meridionale. Le controversie con i propri vicini, in ogni caso, “possono essere risolte pacificamente” come Pechino ha già fatto in passato.
La leva principale del discorso di Xi a Canberra è stata rappresentata però dall’economia, visto che la Cina è il primo partner commerciale dell’Australia. Il presidente cinese non è apparso cioè interessato a lanciare velate minacce alla classe dirigente australiana per avere in sostanza assecondato gli Stati Uniti nei preparativi di un possibile conflitto con Pechino.
Anzi, Xi ha prospettato un futuro fatto di relazioni economiche ancora più solide, con la Cina che continuerà ad acquistare materie prime e altri prodotti dall’Australia per centinaia di miliardi di dollari, mentre investirà massicciamente in questo paese.
L’evoluzione delle relazioni bilaterali tra Pechino e Canberra auspicata da Xi comporterebbe tuttavia una drastica e delicatissima modifica degli orientamenti strategici dell’Australia, la quale dovrebbe di fatto rinunciare all’allineamento incondizionato con gli Stati Uniti, assicurato almeno dagli ultimi due governi laburista e conservatore.
Come ha spiegato un commento pubblicato martedì dal quotidiano di Melbourne The Age, “la vicinanza strategica proposta [da Xi] metterebbe l’Australia in una posizione di compromesso, potenzialmente insostenibile, tra l’essere un partner militare e geografico cruciale per gli Stati Uniti nel loro riassetto verso la regione Asia-Pacifico… e il condividere interessi strategici con la Cina che vanno contro gli USA”.
In definitiva, Xi ha sfruttato e intende continuare a sfruttare a proprio vantaggio il dilemma che attraversa la classe dirigente e il business australiano, tra l’essere appunto una pedina di importanza vitale nella strategia americana in Asia e lo sviluppare lucrosi rapporti commerciali con il gigante cinese.
Un dilemma che scaturisce precisamente dall’impossibilità nel medio o lungo periodo di mantenere una posizione equidistante tra Washington e Pechino, poiché la strategia asiatica inaugurata dall’amministrazione Obama fin dal 2009 non ammette vie di mezzo, così come non ammette la crescita indipendente della Cina e il perseguimento, da parte di quest’ultima, di politiche da grande potenza che minaccino la supremazia USA in un’area fondamentale del pianeta.
L’identica incertezza sul futuro da dare agli orientamenti del proprio paese interessa non solo la classe dirigente australiana ma anche quelle di molti paesi dell’Estremo Oriente - come ad esempio le Filippine, l’Indonesia, la Thailandia o lo stesso Giappone - che vedono crescere esponenzialmente le proprie relazioni commerciali con la Cina pur conservando alleanze politiche o militari con gli Stati Uniti.
Pechino, d’altra parte, non potendo competere militarmente con Washington, offre incentivi economici spesso molto difficili da respingere. D’altro canto, gli USA cercano di intensificare soprattutto la cooperazione militare anti-cinese con molti paesi, dal momento che non hanno alcuna possibilità di tenere il passo di Pechino sul fronte economico, essendo anche l’inarrestabile declino della potenza economica americana ciò che sta alla base dell’aggressività evidenziata in Asia orientale.
Per la Cina, dunque, la speranza è che l’intensificazione dei rapporti commerciali con i propri vicini possa nel prossimo futuro minare le partnership stabilite dagli Stati Uniti con paesi come l’Australia, i quali vedrebbero così a rischio i propri interessi, sempre più legati a quelli di Pechino, appoggiando Washington in un eventuale conflitto tra le prime due potenze economiche del pianeta.
Che la strategia cinese possa raggiungere il proprio scopo pacificamente è tutto da vedere. Infatti, gli USA intendono contenere con ogni mezzo possibile proprio la crescente influenza di Pechino, soprattutto sul fronte economico, e hanno già mostrato di essere pronti a scatenare una guerra rovinosa per difendere i loro interessi strategici.
Ad ogni modo, per il momento la scommessa australiana sembra essere quella di provare a bilanciare l’asservimento agli Stati Uniti - mostrato in più occasioni negli ultimi mesi dal primo ministro, Tony Abbott - con la possibilità di trarre i maggiori profitti possibili dalle relazioni con la Cina.
Anche in questo senso è da considerare il Trattato di Libero Scambio firmato tra i due paesi nei giorni scorsi dopo anni di negoziati. Secondo quanto sottoscritto da Pechino e Canberra, le tariffe doganali sui prodotti minerari e agricoli australiani esportati verso la Cina verranno abolite nei prossimi anni. Le aziende australiane dei servizi vedranno poi aprirsi le porte del mercato cinese, mentre quelle cinesi - ma solo del settore privato - potranno investire in Australia fino a circa un miliardo di dollari senza dover ottenere l’autorizzazione del governo di Canberra.
A dare la misura della futura integrazione delle due economie - a fronte dei fortissimi legami politici e militari che Canberra continua a intrattenere con gli Stati Uniti - basti infine citare un dato pubblicato dalla stampa in Australia nei giorni scorsi. Quando il trattato entrerà a pieno regime, cioè, la Cina dovrebbe giungere ad assorbire addirittura il 95% delle esportazioni complessive dell’industria australiana.

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