Alluvioni. Due autocitazioni e un'osservazione finale - di Marino Badiale

Alluvioni. Due autocitazioni e un'osservazione finale - di Marino Badiale

A proposito degli ultimi problemi meteorologici, che mi hanno impedito di partecipare ad una iniziativa a Torino (vedi post di ieri), mi permetto due autocitazioni, alle quali aggiungo un commento alla fine.

“Proviamo a fare qualche esempio, che spero chiarisca cosa intendiamo qui per “irrazionalismo”. Da diversi anni si ha in Italia il fenomeno che le normali piogge autunnali causano allagamenti e disagi. È un fenomeno che indica con chiarezza una netta e sorprendente incapacità, da parte di un paese avanzato come l'Italia, di affrontare alcuni problemi di base di gestione del territorio, di fronte a problemi meteorologici che non appaiono così eccezionali. Probabilmente ogni tanto le piogge autunnali sono un po' più abbondanti del solito. Ma stiamo parlando comunque di piogge autunnali in un paese di clima temperato, non di uragani tropicali a Mondovì o dello scioglimento di tutti i ghiacciai della Terra o dell'aumento di dieci metri del livello dei mari. Ricordiamo adesso come, da qualche anno a questa parte, tutti i più importanti media esaltino i nuovi ritrovati delle tecnologie informatiche e le nuove possibilità che essi aprono all'economia e alla cultura. Ecco allora un'osservazione che si impone a chiunque si dia la pena di riflettere, e che la cultura di massa evita accuratamente di considerare significativa: com'è possibile che il progresso permetta di avere, per esempio, i cellulari collegati a internet, ma non si riesca a impedire che le piogge d'autunno uccidano un certo numero di persone? Cos'è mai questo progresso, chi lo dirige, chi decide che su certi temi si investono soldi ed energie mentre altri problemi sono lasciati al caso e alla bontà del cielo?”

(M.Badiale, Difficili mediazioni, Aracne 2008, pag.36).

“La prima cosa che dovrebbe essere chiesta ai politici, e di cui essi mancano del tutto a destra, al centro e a sinistra, suscitando ciò nonostante una indignazione molto inferiore a ciò che sarebbe naturale, è l'attenzione verso ogni grave fattore di disagio a cui vengono richiamati dalle persone. Faccia il lettore un esperimento mentale. Immagini che in una qualsiasi città (escludendo quindi i piccoli borghi, perché lì il sindaco è talvolta vicino ai suoi compaesani, non in quanto politico, ma appunto in quanto compaesano), un qualsiasi cittadino, senza usare alcuna violenza, senza entrare in un gruppo di pressione, e senza usare forme drammatiche di protesta, segnali un suo grave fattore di disagio: ad esempio, è sotto sfratto e non ha altra casa dove andare ad abitare, oppure ha un congiunto invalido che non è in grado di assistere, oppure non gli arriva ai rubinetti che acqua inquinata, oppure non può arrivare a casa senza passare per una strada deserta e non illuminata dove si sono verificate aggressioni, oppure deve attraversare in bicicletta una rotonda dove sono all'ordine del giorno investimenti da parte degli automobilisti, oppure abbia qualche altro problema. Immagini il lettore che il cittadino faccia presente il suo disagio a qualche autorità deputata a interessarsi di cose di questo genere e a risolverle. Ripetiamo: senza usare una qualche forma di pressione, ma semplicemente segnalando il proprio problema di cittadino. Si prosegua nell'esperimento mentale: che cosa succederà? Niente. Nessuno presterà attenzione al suo disagio. Ecco: questa disattenzione come regola segnala che abbiamo a che fare non con politici, ma con miserabili politicanti.”

(M.Badiale, M.Bontempelli, La sfida politica della decrescita, Aracne 2014, pag.99-100)

Il senso dell'accostare queste due citazioni spero risulti chiaro: alluvioni e disagi si ripetono da anni, inducendo giornali e telegiornali a ripetere sempre gli stessi titoli, senza che nessuno faccia realmente qualcosa per attaccare il problema della cattiva gestione del territorio, in Liguria e in tutta l'Italia. Questo perché incidere seriamente su questo problema vuol dire rimettere in discussione tutte le nozioni accettate di progresso, sviluppo e così via. E una classe di politicanti che è semplicemente un'articolazione di un ceto dominante a cui non interessa più nulla del benessere dei cittadini, non ha nessun interesse a impegnarsi in questo. Questo significa semplicemente che per poter pensare di affrontate questo problema occorre spazzare via l'intero ceto politico. Ma gli insegnamenti delle disavventure idrogeologiche di queste settimane non si limitano a questo. Se per esempio parliamo dell'uscita dall'euro, sappiamo tutti, e lo abbiamo detto e scritto, che non sarà una passeggiata, che ci saranno problemi da risolvere e prezzi da pagare. Ma come si può pensare di affrontare questi problemi con una classe politica che non è capace neppure di impedire il ripetersi di drammi e morti dovuti al fatto che d'autunno piove (come credo succeda, nel nostro paese, più o meno dalla fine dell'ultima glaciazione)? A me sembra evidente che la richiesta di uscita da euro e UE deve accompagnarsi alla creazione di nuove forze politiche che distruggano e facciano sparire le attuali. Non sarà facile, la porta è davvero stretta, ma di questo ha già detto, meglio di me, uno che se intendeva:

Entrate per la porta stretta, poiché larga è la porta e spaziosa la via che mena alla perdizione, e molti sono quelli che entrano per essa. Stretta invece è la porta ed angusta la via che mena alla vita, e pochi sono quelli che la trovano (Matteo 7:13-14)”

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