UE: via libera al petrolio “sporco” - di Michele Paris

UE: via libera al petrolio “sporco” - di Michele Paris

Pochi giorni dopo una massiccia mobilitazione di vari gruppi di attivisti che si battono contro il cambiamento ambientale e un vertice sul clima andato in scena alle Nazioni Unite alla presenza di decine di leader mondiali, l’Unione Europea ha avanzato una proposta che, se convertita in legge, contribuirebbe in maniera determinante all’aumento dell’inquinamento atmosferico.

Al centro della questione c’è il petrolio estratto dalle cosiddette sabbie bituminose (“tar sands”) nello stato del Canada occidentale dell’Alberta, considerato molto più inquinante in termini di emissioni di gas serra durante il suo ciclo di vita rispetto al greggio tradizionale. Con la decisione di Bruxelles, questo genere di petrolio potrebbe essere ora equiparato a quello meno “sporco”, visto che verrebbe lasciato cadere l’obbligo di etichettare il greggio raffinato sul territorio europeo in base alla provenienza e al livello di inquinamento prodotto.

Il provvedimento si inserisce ironicamente nella Direttiva UE sulla Qualità dei Carburanti, in discussione da cinque anni, che dovrebbe promuovere un consumo compatibile con i cambiamenti climatici, in modo da ridurre le emissioni di anidride carbonica nel vecchio continente del 20% rispetto al 1990 entro il 2020. In particolare, dalla stessa direttiva è prevista poi una riduzione delle emissioni di gas serra dei mezzi di trasporto del 6% rispetto al 2010 entro il 2020.

Bruxelles ha così abbandonato una proposta precedente che intendeva assegnare alle “tar sands” un valore di intensità di Co2 pari a 107, contro il 93,2 del greggio convenzionale, mentre il limite massimo che potevano raggiungere i raffinatori in Europa era fissato al 93,3. Secondo il nuovo metodo allo studio, invece, le compagnie petrolifere che riforniscono le raffinerie europee non saranno più tenute a distinguere il petrolio derivato dalle sabbie bituminose, aprendo la strada alle importazioni di quest’ultimo in grandi quantità.

L’annuncio dell’UE di questa settimana è giunto pressoché in concomitanza con l’arrivo sulle coste della Sardegna di un carico di 700 mila barili di greggio “tar sands” proveniente dall’Alberta, dopo quello approdato in Spagna nel mese di maggio. Secondo alcuni gruppi ambientalisti, la nuova iniziativa dei vertici di Bruxelles potrebbe far salire le importazioni europee di greggio canadese dall’attuale 0,01% a quasi il 7% in sei anni, con tutte le conseguenze immaginabili in termini di emissioni di Co2.

L’inversione di rotta dell’UE sull’identificazione del petrolio da raffinare in territorio europeo è la conseguenza di un’aggressiva attività di lobby del governo canadese, tradottasi secondo il gruppo ambientalista Friends of the Earth Europe in circa 110 incontri a Bruxelles soltanto tra il settembre 2009 e il luglio 2011.

“Le pressioni del Canada sono state immense” ha affermato alla stampa un anonimo funzionario europeo, anche perché lo sfruttamento delle “tar sands” dell’Alberta e la remunerazione degli enormi investimenti fatti dalle compagnie petrolifere in questo settore dipendono dall’individuazione di nuovi mercati, finora non facili da trovare a causa anche della più che giustificata fama che accompagna questo genere di greggio.

Il Canada, inoltre, intende ottenere una vittoria in Europa anche alla luce della sorte dell’oleodotto Keystone XL che dovrebbe trasportare il greggio “tar sands” dall’Alberta al Golfo del Messico, negli Stati Uniti, e la cui costruzione è ferma in attesa dell’approvazione del governo americano. Il via libera alle sabbie bituminose in Europa, così, potrebbe trasformarsi in uno stimolo per l’amministrazione Obama a dare l’OK al progetto nonostante le resistenze negli stati che dovrebbero essere attraversati dall’oleodotto.

La vicenda dell’equiparazione del petrolio estratto dalle sabbie bituminose a quello convenzionale ha messo dunque in luce in maniera esemplare gli interessi a cui risponde non solo il governo canadese ma anche quelli da questa parte dell’oceano e la stessa Unione Europea. Soprattutto, la Gran Bretagna e l’Olanda pare siano stati i paesi più attivi nel chiedere la revisione della versione precedente della direttiva UE, dal momento che le compagnie petrolifere BP e Royal Dutch Shell sono coinvolte in progetti di “tar sands” nello stato canadese dell’Alberta.

Ancor più, al di là delle manifestazioni di protesta e dei vertici dall’utilità praticamente nulla, il dietrofront di Bruxelles sul tipo di petrolio più inquinante e distruttivo per il paesaggio da cui si estrae mostra l’impossibilità di mettere in atto un piano razionale ed efficace di lotta al cambiamento climatico nel quadro degli attuali sistemi produttivo e politico.

La legge del profitto sovrasta infatti di gran lunga qualsiasi necessità ambientale e umana, per quanto grave appaia la situazione del pianeta, mentre la politica risponde ovunque esclusivamente agli interessi di una classe ben precisa che, come risulta evidente, non solo sono in contrasto con quelli della grandissima maggioranza della popolazione ma possono minacciare addirittura l’esistenza dell’intera umanità.

Estremamente significativo è infine il fatto che la bozza di legge europea sulla classificazione del petrolio da raffinare - che dovrà essere approvata dai singoli paesi membri prima di passare all’attenzione del parlamento europeo - è stata decisa nell’ambito dei negoziati tra Bruxelles e Ottawa su un trattato di libero scambio firmato il mese scorso tra l’UE e il governo ultra-conservatore canadese.

Sulla linea di praticamente tutti i trattati commerciali di questi anni, anche quest’ultimo rappresenta in sostanza un gigantesco regalo per le multinazionali, alle quali viene riconosciuta la facoltà di perseguire i propri profitti senza alcun intralcio, sia riguardo le questioni ecologiche sia quelle dei diritti dei cittadini.

Proprio in ambito petrolifero, il trattato tra UE e Canada include infatti una serie di clausole che sembrano scritte direttamente dai vertici delle compagnie petrolifere che operano nel paese nord-americano, limitando quasi del tutto il potere del governo di regolamentare la loro attività, anche di fronte a eventuali disastri ambientali.

Fonte: www.altrenotizie.org

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