Ucraina: ” I passi avanti” del... gambero - di Lorenzo Moore

Ucraina: ” I passi avanti” del... gambero - di Lorenzo Moore

I “passi in avanti” per risolvere la crisi ucraina, così spacciati dai reportages come evento saliente dell’incontro milanese euro-asiatico tra le varie parti negoziali – i capi di governo di Mosca, Kiev, Berlino, Parigi e Roma (presidenza Ue) – si sono mostrati già dal giorno dopo, come volevasi dimostrare, vuote dichiarazioni di intenti che confermano di fatto le posizioni di conflitto della vigilia.
Sulla questione delle forniture di gas russo all’Ucraina – che riguarda anche possibili tagli agli approvvigionamenti di parte dell’Europa Occidentale, Italia soprattutto – tutto è slittato a un nuovo vertice il 21 a Bruxelles che già si presenta ancora interlocutorio. La disponibilità russa, espressa dal presidente Vladimir Putin, a garantire forniture “per il prossimo inverno” a Kiev, infatti, resta condizionata alla firma, da parte ucraina di un accordo per saldare almeno in parte la “bolletta” di 5,5 miliardi di dollari fin qui inevasa. Accordo che – ha sottolineato lo stesso Putin – dovrà comunque essere “garantito” da “certi” finanziamenti occidentali. Nel caso di un buon fine dell’intesa, la Russia si è tuttavia dichiarata disponibile ad operare un forte sconto (circa il 20%) sul suo credito. Peraltro lo stesso presidente ucraino Petro Poroshenko, al termine degli incontri – con Aleksandr Novak, ministro russo dell’energia, con Aleksey Miller, Gazprom, e con lo stesso presidente Putin - aveva dovuto dichiarare, smentendo in gran parte l’ottimismo precedente, che “ era fallita la ricerca di risultati pratici” e che “soltanto alcuni dettagli di principio” erano stati raggiunti nel vertice.
Ovviamente – ma i media embedded occidentali non hanno ritenuto opportuno evidentemente mettere in rilievo in questo caso il rapporto causa-effetto - è la questione del conflitto interno in Ucraina (con le regioni orientali del Dombass e di Lugansk di lingua e cultura russa autodichiaratesi indipendenti) il motivo dirimente del conflitto tra Kiev e Mosca. E’ vero, infatti, che è stato annunciato il placet russo ad una partecipazione dell’Ucraina nel suo complesso (regioni orientali incluse) alle elezioni per il rinnovo della “Rada” (parlamento di Kiev) decise anticipatamente dal presidente Poroshenko dopo la sua assunzione del potere in seguito al golpe di piazza che aveva fatto cadere il legittimo governo di Yanukovic. Ma è anche vero che per superare il “niet” del governo provvisorio di Donetsk (pronunciato a fine settembre da Aleksander Zakharcenko, premier della regione che un referendum popolare ha proclamato indipendente da Kiev) occorrerà comunque la firma di un protocollo che non soltanto dovrà indicare il rispetto di Kiev per i risultati – unanimamente pro-russi, come è prevedibilissimo – nelle regioni ribelli, ma anche la volontà di giungere ad una composizione del conflitto con un dialogo bilaterale. Condizione, questa, invisa al nuovo vertice governativo e parlamentare di Kiev.
Come è anche il “terzo punto di accordo” – così indicato dalle corrispondenze giornalistiche sul vertice Asem di Milano – alquanto discutibile. A Minsk, in Bielorussia, infatti, il 5 settembre si era giunti a un documento condiviso per risolvere in toto la crisi ucraina. Stilato in dodici punti. Tra questi non soltanto quelli resi pubblici e propagandati in occidente (scambio prigionieri, cessate il fuoco, controllo delle frontiere preesistenti russo-ucraine delegato a osservatori dell’Osce) e amplificati dalle varie “veline” milanesi su un accordo raggiunto sul possibile uso di “droni”, ma anche quelli ostici per l’Occidente: riconoscimento del diritto di autodeterminazione delle popolazioni orientali, dialogo tra le parti in causa (indipendentisti e governativi), ritiro dell’esercito “invasore” di Kiev posto all’assedio del Donbass e di Lugansk.
E’ evidente che se un accordo negoziato già esisteva perché firmato in Bielorussia un mese e mezzo prima, la riproposizione a Milano della “validità” di tale accordo è stata una mera dichiarazione di principio.
Si noti che le stolte sanzioni decise con il pretesto della crisi ucraina – su pressione angloamericana (non a caso l’inglese Cameron è stato il più conflittuale anti-Mosca nel vertice milanese e la sua posizione radicale è stata rappresentata di fatto dalla cancelliera tedesca Angela Merkel) – dall’Ue contro Mosca , accusata senza alcun riscontro di partecipare direttamente al conflitto, e da Mosca applicate all’inverso per rappresaglia, stanno costando all’Europa centro-occidentale miliardi di danni per la sospensione di vitali attività economiche.
“Passi in avanti” dunque, a Milano, compensati immediatamente da altrettanti passi indietro.
Con un unico attore generico soddisfatto, l’ineffabile Matteo Renzi. Che, grazie a un’inaugurazione tutta risatelle e sorrisi e grazie a una conclusione seriosa, inficiata da un’improvvisa amnesia di concetti e parole, ha comunque potuto esibirsi nella sua migliore postura, quella in passerella.
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