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Selfie - di Elisabetta Moro

Siamo entrati nell'era dell'autoritratto 2.0. Il boom di selfie - parola dell'anno 2013 - introduce la foto in una dimensione assolutamente inedita. Per la velocità e la viralità di condivisione della propria immagine. E per la democratizzazione della tecnica, dovuta alla facilità d'uso dei programmi. Diceva Cartier Bresson che le fotografie non si fanno con la macchina, ma con gli occhi, con il cuore, con la testa. Chissà cosa direbbe oggi vedendoci sorridere beati davanti all'immagine rovesciata di noi stessi. Appagati da foto senza poesia. Sovraeccitati dal fatto che basta uno smartphone o una webcam per scattare. Il resto lo fa il software. Che consente di superare anche quella tensione fra l'attimo fuggente e l'eternità che l'obiettivo ha cercato da sempre di catturare.
Con un selfie posso fare di me e della mia immagine quello che voglio. È quello che deve aver pensato la segretaria dell'amministrazione federale che, per combattere la routine del lavoro, si è fotografata a seno nudo in ufficio. E poi ha postato gli scatti ammiccanti su twitter. Con un account che vanta ben undicimila followers era difficile che la sua bravata passasse inosservata. Infatti, nel giro di poco tempo è scoppiato il selfiegate, e le sue pose, non precisamente professionali, sono diventate di dominio pubblico. Con immediata sospensione della bella dipendente, accusata di aver leso la buona reputazione della Confederazione.
Ma evidentemente la facilità del mezzo e la sua apparente intimità induce molti in tentazione. Ne sa qualcosa il sindaco di Baden, Geri Müller, che ha inviato ad una 33enne dei selfie, fatti nel suo ufficio, nei quali il corpo nudo non lascia margini di dubbio. Si tratta di selfie hot. Con l'aggravante di una inedita tipologia di "abuso d'ufficio". Perché, nella sede istituzionale della città che ti ha eletto per essere ben governata, non si possono compiere impunemente atti lontani dal decoro che il ruolo pubblico impone sempre e comunque. Insomma, nella stanza dei bottoni non ci si sbottona. Lo ha ammesso lo stesso Müller, facendo atto di contrizione davanti alle telecamere. Il sindaco si è però difeso, spiegando che si trattava di foto private, che tali dovevano rimanere, se non fosse che la sua compagna di voyeurismo virtuale avrebbe minacciato di renderle pubbliche. Così si è visto costretto a giocare d'anticipo denunciandola per coazione. Inevitabilmente la storia è diventata di dominio pubblico. E il lato oscuro del consigliere nazionale dei Verdi, come lui stesso lo ha definito, è venuto alla luce. Lato oscuro o lato B, si tratta in ogni caso di debolezze ascrivibili, in parte, al narcisismo di massa che sta contagiando anche persone al di sopra di ogni sospetto. Perché nell'era digitale è sempre più vero che anche l'occhio vuole la sua parte, soprattutto un occhio costitutivamente guardone come quello del web. Vedere ed essere visti è diventato un imperativo categorico. Per conteggiare il nostro share virtuale in pollici di gradimento. Proprio come fanno i divi di Hollywood che anche la sera del Golden Globe, davanti ad un esercito di paparazzi professionisti, si sono accalcati per un selfie come se fossero una classe in gita scolastica. E quel post ha fatto il giro del mondo in un nanosecondo. Bruciando sul tempo giornali e tv.
I politici, da sempre sensibili al gradimento della propria immagine, sfruttano a pieno regime la popolarità di questo mezzo. E posano di buon grado con gli elettori in cerca di una foto ricordo da condividere con la community. Primo fra tutti il premier Matteo Renzi, che il giorno di inaugurazione del semestre di presidenza italiana dell'Unione Europea, ha elevato il selfie a metafora politica. Quando ha detto "se oggi l'Europa facesse un selfie che immagine verrebbe fuori? Il volto della stanchezza e della rassegnazione, il volto della noia. Eppure il tempo ci mostra delle occasioni meravigliose". Come dire che bisogna scegliere bene cosa selfare. E che l'immagine ormai è sostanza.
Perfino la compassata cancelliera tedesca, Angela Merkel, dopo la finale vittoriosa della sua nazionale di calcio ha festeggiato la coppa con una serie infinita di selfie. Con Kedhira, con Podolski e con gli altri campioni del mondo mentre indossava la beneaugurante giacca rossa. Quella che aveva portato fortuna ai teutonici sin dalla prima partita. Nuove forme di populismo? Non solo. È che oggi l'immagine, anche per i politici, ha smesso di essere una metafora per diventare concreta, reale e tangibile. Un secondo corpo, del cittadino comune come del leader, che l'autoritratto digitale fa volare sulle onde del web.
Il risultato è un livello crescente, e trasversale, di elaborazione estetica di se stessi, che coniuga il narcisismo dell'uomo digitale con l'istanza diaristica tipica dell'individuo di massa contemporaneo. Che registra compulsivamente le tracce di ogni sua azione. E altrettanto compulsivamente le condivide. Con la complicità di social network come Facebook, Instagram e Flickr, che rilanciano un vecchio arnese come il ritratto, traducendolo nel linguaggio della moderna civiltà dell'apparenza. Dove velocità, facilità e viralità hanno preso il posto dell'unicità e dell'irriproducibilità. Assistiamo insomma a un processo di auto-estetizzazione globale, che sta generando un nuovo canone orizzontale. Un mi piace planetario, che sostituisce il vecchio noi comunitario. Mentre il tessuto connettivo prende il posto di quello collettivo. Proiettandoci nell'era del selfie-made-man.

Elisabetta Moro è professore di antropologia culturale, mitologie contemporanee e tradizioni alimentari del Mediterraneo all'Università di Napoli.

Fonte: www.caffe.ch

Tag(s) : #Lodigiano: Società
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