La scienza economica come religione - di Benedetta Scotti

Mercato-efficienza-progresso: trinità del nuovo culto che promette una salvezza tutta mondana.

“La scienza economica non deve essere relegata nelle classi universitarie o nei laboratori di statistica, né deve essere confinata a circoli esoterici. Essa è la filosofia della vita e delle azioni degli uomini e concerne tutti e tutto. E’ l’essenza della civiltà e dell’esistenza umana” (L. von Mises)

In “Economics as religion” lo studioso americano R. H. Nelson discute di come nell’epoca moderna la disciplina economica (traduzione italiana del più pregnante termine inglese “economics”) abbia progressivamente assunto lo status di religione capace di guidare l’esistenza del genere umano e di garantire il raggiungimento di una salvezza tutta terrena. È il nuovo culto del moderno mondo occidentale, scientista e materialista, che costruisce una paradossale metafisica a suon di dogmi e misticismi, tanto ammalianti quanto lontani dalla realtà. Si potrebbe cominciare dalla trinità, figlia del liberismo smithiano e mai realmente confutata da nessun economista “rispettabile”, costituita da mercato-efficienza-progresso. Per quanto questi tre elementi non abbiano di per sé una connotazione necessariamente negativa, assumono una natura inquietantemente sinistra nel momento in cui vengono consacrati come strumenti salvifici. Una salvezza che non viene più dall’apertura e dalla relazione con il Trascendente, come nel Cristianesimo nel quale l’Occidente affonda le sue radici, ma da uno sforzo tutto umano, volto ad estirpare dalla faccia della terra quel peccato originale che porta il nome di povertà, inefficienza e improduttività.

Il progresso economico, fondamento della felicità umana raggiungibile unicamente per mezzo di mercati efficienti, è il cuore dei grandi summit internazionali, dal Forum di Davos a quello di Cernobbio, da cui viene diffuso l’inconfutabile verbo. È agli economisti, nuovi ministri religiosi dalle analisi incontrovertibili (spesso perché oscure e impenetrabili ai più), che viene affidata l’interpretazione della realtà e la ricerca di una cura ai mali dell’umanità. Non solo: è a loro che la società contemporanea, proiettata ossessivamente al futuro, assegna il compito di predire l’avvenire. Le previsioni macroeconomiche (che l’economista John K. Galbraith definiva come “intrinsicamente inattendibili”[1]) dominano in questo modo la sfera pubblica e privata. Possono, ad esempio, magnificare un governo oppure metterlo alla berlina. Nulla è più infamante e temibile di un outlook negativo o di un rallentamento nella crescita, visto come sommo sacrilegio (vedi il caso della Cina). Come riporta la nota di Mises in apertura, la scienza economica può e deve spiegare tutto con la sua universale teologia. Ne è un esempio l’economic imperialism, promosso dalla scuola di Chicago, che estende ad ogni aspetto della vita umana, dal matrimonio (come in “A Theory of Marriage” di G. Becker) alla sessualità, dal diritto all’educazione.

Un approccio dogmatico costruito su astrusi modelli matematici che lascia molta meno libertà di quanto si vorrebbe far credere e che è molto meno realistico e pragmatico di quanto ci si aspetti. Come scrive Galbraith, la disciplina economica soffre, infatti, di quella che potrebbe essere definita come una “fuga tecnica dalla realtà”: il mestiere dell’economista diventa, così, un “esercizio intellettuale chiuso”, affascinante ma escludente la variegata realtà della vita economica. Visione condivisa anche da Milton Friedman secondo il quale le teorie più importanti e significative sono quelle basate sugli assunti maggiormente irrealistici[2]. La scienza economica delle grandi enclaves accademiche, che pretende di spiegare l’essere umano in toto e di razionalizzarne l’anima, si rivela, dunque, quanto di più lontano ci sia dall’uomo in carne ed ossa, dalla quotidianità della vita delle famiglie, dalla pragmaticità di un artigiano, di un contadino, di un imprenditore. Offre felicità e sicurezza in cambio di fede cieca nei suoi numeri e nelle sue teorie con risultati non esattamente entusiasmanti. La vecchia gloriosa Europa, che costruisce la sua unità non sulle comuni radici cristiane e culturali ma su approssimativi modelli di integrazione economica, ne sa qualcosa.

[1] J.K. Galbraith in “Storia dell’Economia”, 1987

[2] M. Friedman in “Methodoly of Positive Economics”

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