La cura che ammazza il malato - di Giuliano Augusto

La cura che ammazza il malato - di Giuliano Augusto

Il governo a guida Renzi-Padoan, etero diretto da Angela Merkel e Mario Draghi, che una volta tanto si sono mostrati concordi nello spiegare e ad imporre agli italiani le cose da fare, continua a manifestare tutto il proprio ottimismo. Molti ci criticano, hanno ammesso l'ex scout e l'ex direttore economico dell'Ocse, ma fanno male perché i provvedimenti che abbiamo adottato sono giusti e perfetti, come si dice in Loggia, ambiente piuttosto frequentato dalle parti di Firenze. Non è colpa nostra se i loro effetti si vedranno soltanto tra qualche anno. Bisogna avere pazienza e fiducia. Il presente è cupo, in realtà è tragico, ma l'avvenire è roseo. Sarà. Nel frattempo, a smentire l'ottimismo dell'ex sindaco, e del suo capo economista, ci sono i dati dell'economia, i cosiddetti “fondamentali”, che, presi nel loro complesso, non fanno presagire nulla di buono. Il primo dato da considerare è ovviamente quello del debito pubblico che si è attestato sul 135% rispetto al Prodotto interno lordo. Cifra più, cifra meno, ma tendenzialmente siamo sopra tale percentuale. Il disavanzo va un po' meglio. Siamo, sembra, sotto il 3%, che rappresenta il tetto stabilito dalla Commissione europea per ottenere la patente di Paese “virtuoso”, quello cioè che riesce a tenere sotto controllo la dinamica della spesa pubblica. Tramite la spending review, detto in italiano la revisione della spesa, Renzi e Padoan ci sono in parte riusciti. Diciamo in parte, perché chiudere i cordoni della borsa è una misura buona e giusta se i tagli conseguenti vanno a colpire la spesa facile, improduttiva e clientelare delle burocrazie ministeriali e di quelle degli enti locali. Un po' meno se si finisce inevitabilmente per toccare anche i servizi sociali, la spesa sanitaria e i trasporti. I bei tempi (per voi) sono finiti. Non potrete più spendere e spandere, ha detto rivolto alle Regioni, l'ex concorrente della Ruota della Fortuna. Un riferimento che è andato dritto al cuore di molti pensionati che hanno saputo dai giornali che alcuni (gli attuali e gli ex) deputati, dirigenti ed amministratori di talune Regioni, vedi la Sicilia e la Sardegna, tanto per dirne una, grazie a leggi fatte apposta per loro, hanno acquisito il diritto a ricevere una pensione di importo regale. E addirittura alcuni di loro ad una età nella quale il comune mortale sta ancora lavorando duramente. Lo stesso si potrebbe dire per i magistrati delle alte Corti (Consulta, Cassazione, Corte dei Conti e Consiglio di Stato) e per taluni parlamentari che, grazie ad una sola legislatura, potranno vantare il diritto ad una sostanziosa pensione che l'uomo della strada non vedrà nemmeno con il cannocchiale. Ma, nonostante tutte le resistenze che incontra sulla sua strada, Renzi, unitamente al fido Padoan, continua nella sua strada. Il governo sta in effetti scontentando tutti. Parlamentari e politici locali. I primi, in mezzo a mugugni sempre più palpabili, continuano però ad assicurargli il loro voto. Forse intuendo che sono obbligati a tagliare la fetta di torta a loro disposizione per non correre il rischio di ritrovarsi senza niente a breve termine. Staremo a vedere. Chi continua a strillare sono ovviamente i sindacati. Se la Cisl e la Uil non dovrebbero avere titoli per farlo, visto le cessioni fatte alla Confindustria sul nuovo modello contrattuale e alla Fiat sul nuovo contratto aziendale, nemmeno la Cgil ha ormai molti titoli per presentarsi come garante dei diritti dei lavoratori. L'atteggiamento della Camusso è stato fin troppo accomodante, anche considerato che il sindacato di Corso d'Italia ha dovuto scontare la realtà di essere legata a filo doppio al PD che, a differenza del PCI-PDS-DS, non può presentarsi come partito di lotta e di governo. Resta la Fiom-Cgil di Landini, l'unica sigla, unitamente ai Cobas, che ha alzato la voce contro la trasformazione del lavoro in merce. Senza molto successo in verità. La realtà resta però quella di un sindacato che non è più rappresentativo di chi lavora. Soltanto un 38% dei dipendenti è infatti iscritto ad un sindacato e nelle sigle tradizionali il 55% circa, se non di più, è formato da pensionati. Lo scenario attuale è così quello di un Paese in profonda crisi, con migliaia di imprese costrette alla chiusura perché non sono più in grado di affrontare la concorrenza internazionale. E questo sia a causa di una guerra dei prezzi che favorisce Paesi come la Cina, avvantaggiata da un costo del lavoro che è otto volte minore del nostro. Sia dalla impossibilità di ottenere prestiti dalle banche per investire ed innovare. Le banche, pur esplodendo di liquidità, preferiscono infatti comprare titoli di Stato, che gli garantiscono entrate sicure e costanti (come interessi) e la restituzione del capitale. Non volendo e non potendo andare contro le banche, che sono le vere padrone del Paese, e che dovrebbero fare credito, il governo e la politica puntano sulla riduzione del costo del lavoro attraverso la riduzione dei diritti. Ma in tal modo si aumenta la povertà, si causa la proletarizzazione del ceto medio e si crea una enorme massa di scontenti, di disperati e, diciamolo pure, di incazzati che si stuferanno presto di sentire le solite esaltazioni del Libero Mercato e scenderanno in piazza, finalmente, per fare sentire la propria voce.
- See more at: http://www.rinascita.eu/index.php?action=news&id=23606#sthash.BsC9R44l.dpuf

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog