L'irreffrenabile voglia dell'indipendenza - di Luigi Bonanate

L'irreffrenabile voglia dell'indipendenza - di Luigi Bonanate

Nel 1600 gli Stati sovrani erano 25; oggi sono 200. La loro moltiplicazione non è stata dovuta soltanto alle conquiste coloniali o alla modernizzazione, ma prevalentemente alla scoperta che qualsiasi forma di organizzazione dei rapporti intersoggettivi richiede la presenza di quello che normalmente chiamiamo "Stato". E cioè: un governo, una capacità fiscale, l'esercizio della giurisdizione civile e penale, la difesa del territorio e l'attività diplomatica, prerogative che devono poi fare i conti con la società civile. Si può andare così dalla società senza Stato, a Stati senza (o con poca) società, in un rapporto che può essere graduato: più Stato e meno società, o al contrario meno Stato e più società. Da quale parte starà il modello "più (o meno) Stato (o società), più libertà"? Ma la stessa vittoria al tie-break del "no" in Scozia ci dice quanto complessa sia la situazione. Da una parte abbiamo Stati che crescendo si sono burocratizzati perdendo lo spirito di compartecipazione a un comune progetto di vita. Dall'altra ci sono realtà che si muovono da condizioni di arretratezza socio-economica dove i rapporti tradizionali rischiano di frenare ogni avanzamento sociale e di causare pericolose forme di ritardo culturale.
Anche l'esempio scozzese (ma gli stessi argomenti valgono per i catalani, i baschi, i fiamminghi e valloni, gli ucraini, i leghisti italiani e altri ) si imbatte in questa contraddizione: gli scozzesi non si sentono diversi dagli inglesi, con i quali condividono lingua, cultura e tradizioni. Ma vogliono godersi da soli i privilegi e la ricchezza che una appropriazione esclusiva del petrolio scozzese riserverebbe loro. I catalani dicono la stessa cosa con riferimento al loro superiore sviluppo economico-industriale. I leghisti lamentano che le loro tasse finanzino il parassitismo del Meridione. E così via. Siamo di fronte a una perdita di coesione storico-sociale che contraddistingue il mondo d'oggi e fa sì che si vada da un eccesso di statualità (tanto che si vorrebbero entità sempre più grandi, come l'Ue, per accrescerne la rapidità decisionale) alla sua frammentazione, e dunque alla moltiplicazione dei centri decisionali e statuali. Si vogliono da un lato decisioni collettive che in un istante valgano per centinaia di milioni di persone, e c'è dall'altro chi vorrebbe che ognuno decidesse per sé. Ecco perché c'è chi pensa che nel mondo d'oggi ci voglia "più Stato" e chi ritiene che ce ne voglia "meno". Per i primi si tratta di far crescere lo sviluppo, per i secondi di privilegiare le forme di socialità. Il primo tipo è il modello al quale si è rifatta la storia dell'Occidente capitalistico; ma ormai da tempo il secondo sostiene che una "piccola patria" in cui tutti (o quasi) si conoscono sia l'unica a poter creare la coesione necessaria per il benessere collettivo.
Fin qui - potremmo dire - la teoria. Nella realtà abbiamo imparato che la globalizzazione è un movimento inarrestabile, in base al quale i grandi complessi industriali e finanziari, per un verso, e le centrali del controllo mass-mediologico planetario, per un altro, sfondano ogni confine nella ricerca di nuovi e sempre più grandi mercati. Questa tendenza ha sorretto l'egemonia occidentale e ora si incrocia e forse si scontra con un'altra concezione che vorrebbe globalizzare la società invece che lo Stato. Si tratta dell'Islam che si considera una sola grande comunità di destino che unisce tutti i credenti (la "umma"), nella quale la coesione viene tanto dalla religione quanto dalla de-statualizzazione. In quest'ottica lo stesso Califfato non propone un nuovo tipo di Stato, ma una società fondata su valori altri da quelli della storia occidentale.
Il nostro tempo è così spazzato da venti di separazioni e secessioni, e da altri di riunificazioni e accorpamenti: sarebbe sbagliato o ingenuo ritenere che esista una sola strategia corretta e garante di pace e ordine sociale. Ma come trovare la via intermedia tra il "troppo grande" e il "troppo diverso"? Dovremmo immaginare un mondo nel quale al diminuire dello Stato aumenta la socievolezza, e viceversa, ricercando forme di ri-equilibrio ampie, addirittura continentali, in corrispondenza della costruzione di regole di auto-governo e di decentramento delle decisioni, da portare il più vicino possibile alle persone che le dovranno applicare. C'è un solo ostacolo a questo miraggio: tutto ciò si può realizzare soltanto in un mondo in pace, mentre ora viviamo una condizione di tendenziale anarchia e crescente disordine. Ma non esistono veri ostacoli in natura alla creazione di un mondo pacifico. Questo è il lato più affascinante della democrazia: che ciascuno possa disporre di se stesso, egualmente e in qualsiasi punto della terra si trovi. Ciascuno dovrebbe rinunciare a qualche cosa, ma avrebbe in cambio la pace.

Fonte: www.caffe.ch

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