Isidore Ducasse: da " I Canti di Maldoror"

Isidore Ducasse: da " I Canti di Maldoror"

Sono sporco. Roso dai pidocchi. I porci, quando mi guardano, vomitano. Le croste e le escare della lebbra m'hanno reso squamosa la pelle, coperta di pus giallastro.
Io non conosco l'acqua dei fiumi, né la rugiada delle nubi. Sulla nuca, come su un létamaio, mi cresce un fungo enorme dai peduncoli ombrelliferi.
Seduto sopra un mobile informe, non muovo le membra da quattro secoli. I miei piedi hanno messo radice nel suolo, e compongono, fino al mio ventre, una sorta di viva vegetazione, piena d'ignobili parassiti, che, senza derivare ancora dalla pianta, non è già più carne.
Tuttavia il mio cuore batte. Ma come potrebbe battere, se il marciume e le esalazioni del mio cadavere (non oso dire corpo) non lo nutrissero abbondantemente?
Sotto l'ascella sinistra, ha preso residenza una nidiata di rospi, e quando qualcuno di essi si muove, mi fa il solletico. Badate che non ne scappi fuori uno e non venga a grattarvi con la bocca l'interno dell'orecchio: sarebbe poi capace d'entrarvi nel cervello.
Sotto l'ascella destra, c'è un camaleonte che dà loro una caccia perpetua, per non morir di fame: bisogna pur campare. Ma quando un partito sventa completamente le astuzie dell'altro, non trovano nulla di meglio da fare che non molestarsi fra loro, e succhiano il grasso delicato che mi ricopre le costole: mi ci sono abituato.

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