Il progetto bimbo lo infilo in freezer - di Anna Lietti

È una bella mora, in forma e abbronzata, che ama la musica tecno e passa le sue vacanze in Italia. È appena tornata nel suo appartamento di Neuchâtel e si appresta, per il secondo anno di fila, a riprendere il suo lavoro di infermiera. Una giovane donna non ancora sposata, che ha però una vita professionale stabile. Corinne ha 39 anni, il nome è di fantasia, ma la sua storia reale. Anche se si sente ancora giovane, qualcosa sta invecchiando inesorabilmente: gli ovociti nelle sue ovaie, testimoni del suo desiderio di maternità. "Ho sempre voluto avere dei figli", dice. Ma la vita le è sfuggita di mano e all'alba dei quarant'anni l'idea che potrebbe essere tardi le pesa terribilmente. Questa primavera, Corinne ha fatto congelare i suoi ovociti al Centro di procreazione medica assistita di Losanna (Cpma). Non senza essersi posta molte domande. Alla fine l'ha fatto. La legge svizzera permette di conservare gli ovociti per cinque anni: un piccolo margine ben accetto.
Questa pratica ha un nome: "congelazione ovocitica di convenienza" o "congelazione sociale", in inglese "social freezing". Sociale, perché opposta a medica: la tecnica era stata per lungo tempo riservata alle donne minacciate di sterilità, quelle, ad esempio, che devono seguire una chemioterapia. Ma da una decina d'anni, spinta dai progressi tecnologici che hanno fatto salire il tasso di sopravvivenza dei gameti, l'offerta si è estesa alle donne in buona salute, come risposta ad un fenomeno sociale in crescita che vede la donna fare il primo figlio sempre più in età avanzata. Anche in Svizzera: secondo le cifre dell'Ufficio federale di statistica, il numero di ultraquarantenni primipare non è mai stato così alto.
Negli Stati Uniti e in Spagna, la "congelazione sociale"riguarda già migliaia di donne. In Svizzera, un Paese restrittivo in materia di procreazione assistita, si registrano solo dei "casi eccezionali" (vedi intervista a fianco). I centri che la praticano sfruttano una zona grigia della legge, ignorata da molti, anche dai professionisti. Lei, Corinne, l'ha saputo dopo avere letto un articolo su una rivista.
Quella della persona in carriera è l'immagine stereotipata della donna che ricorre alla congelazione degli ovociti. Ovvero, una rampante sempre in lotta con l'orologio biologico. In realtà, la paziente tipo ha piuttosto il profilo di Corinne.
"Nella maggioranza dei casi semplicemente la donna non trova il partner giusto", spiega Dorothea Wunder, direttrice dell'Unità di riproduzione dell'ospedale universitario di Losanna. E si dice "non del tutto contraria" a questa soluzione, ma anche "molto scettica" di fronte alla pressione commerciale originata da questo nuovo mercato. D'altro canto vede anche un vantaggio: "Tutto ciò che può diminuire il dono di ovociti è positivo". Nel senso che le svizzere che congelano i loro ovociti non devono più andare in Spagna per comprare quelli di altre donne.
Ma torniamo a Corinne. Professionalmente è avanzata a singhiozzi: una maturità conseguita dopo l'apprendistato, qualche corso all'università e nelle scuole professionali, con il corollario di piccoli lavoretti da commessa. Alla fine trova la sua strada nel settore paramedico. In amore Corinne non è stata né incostante né egoista. Ha passato dieci anni con un uomo che non era quello giusto, per cui non riusciva a "vedere chiaramente il suo futuro". Col passare degli anni si è accorta che non era felice e che il suo partner non sarebbe mai stato il padre dei suoi figli. Le è servito altro tempo per sciogliere questo legame. Adesso sta con Marc, il suo nuovo compagno. "Con lui ho trovato la complicità, una bella qualità nel rapporto. È un uomo volenteroso, che si impegna nella relazione".
Anche lui è venuto all'appuntamento con la cronista, perché si sente parte in causa. Ha 27 anni e vive a Zurigo. "Ho apprezzato la trasparenza di Corinne sul congelamento degli ovociti. È meno giovane di me e allora? Quando ci si ama i numeri non sono importanti". Una scelta che li ha avvicinati ancora di più. Questa primavera Corinne quotidianamente si è sottoposta per dieci giorni a delle iniezioni per stimolare le ovaie, poi ad un'operazione per la raccolta degli ovociti. In tutto undici preziosi gameti sono conservati in congelatore. Un buon raccolto, visto che il numero medio è di quindici. Costo del procededimento 6500 franchi.
L'anno prossimo, se tutto andrà bene, Marc e Corinne decideranno dove vorranno vivere e inizieranno il loro progetto di genitori. Sperano di riuscirci senza dover ricorrere agli ovociti congelati: solo il 25% delle coppie che ricorrono a questa tecnica la usano poi per la fecondazione artificiale. Sia perché la natura ce la fa da sola o perché il progetto viene abbandonato. Da qualche mese la coppia s'interessa della procreazione assistita e delle sue conseguenze. E vuole approfittare delle ultime tecniche studiate per battere l'orologio biologico. "Onestamente - dice Corinne - mi sono posta il problema: fino a dove voglio spingermi per diventare mamma? Fino in Spagna? No, anche se il desiderio di maternità è fortissimo".
Marc e Corinne sono una coppia moderna, spinta dal desiderio di avere dei bambini e di scegliere la propria via. "Una volta non si poteva scegliere né il lavoro, né il marito né le gravidanze - dice lei -. La mia testimonianza non vuole incoraggiare tutte le donne a congelare i loro ovociti a 25 anni, ma solo per poter dire: evitiamo di fare le cose troppo velocemente, riflettiamo...". Le faccio notare che se tutte ragionassero come lei e scegliessero sempre e solo il momento ideale per avere un figlio, la razza umana sarebbe estinta già da un pezzo. Mi dà ragione e dubita per un momento. Ma per lei, e tante altre, cosa cambia?

Fonte: www.caffe.ch

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