Il malinconico autunno di Mediobanca - di Giuliano Augusto

Il malinconico autunno di Mediobanca - di Giuliano Augusto

L'Italia va a fondo e con lei quella che rappresentava il simbolo per eccellenza del capitalismo italiano. Mediobanca la banca fondata da Enrico Cuccia e sulla quale il banchiere siciliano regnò indisturbato per oltre cinquanta anni. L'istituto di Via dei Filodrammatici (di fronte alla Scala), ora Piazzetta Cuccia, ha scontato tutte le pecche di un capitalismo protetto che essa stessa aveva contribuito a difendere e a puntellare. Nonostante che Cuccia e i suoi sodali parlassero di Libero Mercato, il capitalismo italiano che le ruotava intorno era un capitalismo funzionale alla difesa degli interessi delle grandi famiglie della galassia del Nord (Agnelli e Pirelli). Per loro Mediobanca, unica banca alla quale di fatto era consentito farlo, altri concorrenti ne venivano dissuasi, provvedeva ad imbastire scudi protettivi azionari per consentire agli “amici” di conservare il controllo delle società, pur a fronte di una quota azionaria di minoranza. Era la cosiddetta “ingegneria finanziaria” che tanti danni ha provocato in passato, permettendo ai soliti amici di scaricare tutti i costi reali sui piccoli azionisti che, al massimo, potevano incassare i dividendi. Sulla gestione non avevano invece alcuna voce in capitolo. L'assurdo di tutta la faccenda stava nel fatto che Mediobanca era una banca pubblica (era infatti controllata per una quota di oltre il 75% dalle tre banche pubbliche dell'Iri (Commerciale, Credito Italiano e Banco di Roma) ma era di fatto utilizzata come banca privata. Il soggetto pubblico, di fatto la Democrazia Cristiana, consentiva tutto questo in virtù di un accordo di spartizione che era stato deciso subito dopo le elezioni politiche del 12 aprile 1948 e del successo della DC. Un accordo che consegnava alla finanza “laica” (e un po' massonica, così almeno si diceva) tutto quel sistema di relazioni con l'Alta Finanza di oltr'Alpe, di oltre Manica e di oltre Atlantico. Parigi, Londra e New York non sono soltanto tre delle principali piazze borsistiche dell'Occidente ma sono anche le città che ospitavano le sedi della Banca Lazard, una delle più note banche d'affari che come Mediobanca (ma in misura maggiore) era specializzata in fusioni societarie, scorpori di rami di impresa e tutto ciò che una mente finanziaria allenata alla bisogna può inventarsi. Il grande capo della Lazard era André Meyer con il quale Cuccia stabilì un legame di ferro, fatto di alleanze che emersero in tutta la loro forza, quando Meyer e Cuccia, negli anni ottanta, attraverso una società lussemburghese (Euralux) provarono a mettere le mani sulle Assicurazioni Generali, tirando fuori le classiche due lire. Ma il tentativo venne fatto abortire. Poi Meyer morì e i rapporti sempre cordiali continuarono anche con il successore e genere Michel David-Weil. Curiosamente, ma nemmeno poi tanto a pensarci bene, la Lazard ha seguito in parallelo, o meglio sarebbe dire ha anticipato, la decadenza di Mediobanca. Dopo la morte di Cuccia, David-Weil ha finito per perdere il controllo della Lazard ed anche i rapporti operativi tra le due banche si sono interrotti. Pure gli eredi di Cuccia, perso il loro Lord protettore, hanno finito per essere travolti da un mondo divenuto troppo grande per loro. Ora Mediobanca che aveva organizzato l'ignobile scalata (1998-99) alla Telecom da parte di Colaninno, avallata dal governo D'Alema (in ostilità alla Fiat!) una scalata all'insegna dell'indebitamento, che uccise tutte le potenzialità di sviluppo della società, si trova ad essere messa sotto accusa per la situazione senza sbocchi della società telefonica. E ad accusarla è stato un editoriale del Corriere della Sera (del quale Mediobanca è azionista con il 6%). Ma è un po' come sparare sulla Croce Rossa. Infatti Mediobanca da tempo ha fatto sapere di voler vendere tutte le proprie partecipazioni nelle società dei cosiddetti “salotti buoni”. Ma poi sono mai esistiti o esistono ancora. I soldi sono infatti soldi. E nessuno può credere o arrogarsi il diritto di millantare di avere dei quarti di nobiltà finanziaria.

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