Due pesi e due misure per l'Unione Europea - di Loretta Napoleoni

Due pesi e due misure per l'Unione Europea - di Loretta Napoleoni

Due pesi e due misure, questa la politica dell'Unione Europea a giudicare dall'audacia con la quale la Francia ha detto No all'austerità tedesca. Ciò vuol dire che i sacrifici imposti dal 2010 alla Grecia e al resto dei Pigs, i Paesi deficitari della periferia di Eurolandia, non verranno applicati ai francesi, su questo il governo è stato categorico. La Francia, a differenza degli altri Stati che fanno parte dell'eurozona, non accetta ingerenze esterne su come gestire le proprie finanze e difende il proprio diritto alla sovranità nazionale. Insomma, Parigi si rifiuta di sottomettersi alle regole del trattato di Lisbona, un accordo che ha firmato, secondo cui le politiche economiche dei Paesi membri dell'Ue devono essere formulate di concerto e coordinate insieme al Consiglio d'Europa.
Sulla base di queste premesse, Hollande ha presentato un bilancio per il 2015 che prevede un aumento del deficit del 4,4 per cento, ben al di sopra del tetto massimo del 3 per cento imposto da Bruxelles. L'anno dopo, nel 2016, le proiezioni sono per una crescita del deficit di bilancio del 4,3 per cento e solo nel 2017 questo rientrerà nei parametri di Bruxelles, e cioè 2,8 per cento. Una bomba, insomma, che ha preso un po' tutti in contropiede anche perché all'inizio dell'estate Hollande aveva promesso di contenere i deficit di bilancio sotto la soglia del 3 per cento.
Ma non basta, il primo ministro francese Manuel Valls ha esortato i tedeschi a fare di più per aiutare l'Europa ad uscire dalla crisi attuale. Insomma basta con le bacchettate sulle mani ai Paesi deficitari, che i maestri facciano il loro mestiere bene e trovino la via d'uscita a questa deflazione che ormai attanaglia tutto il continente. In fondo quello che pensano i francesi è ciò che gran parte dei cittadini di Eurolandia mormorano da tempo: l'austerità ha peggiorato una crisi ciclica indebolendo le economie in un momento in cui queste andavano sostenute.
Ma è anche vero che oggi la situazione economica internazionale è ben diversa da quella del 2008 o del 2010. La ripresa economica negli Stati Uniti accentua la stagnazione europea e se Eurolandia viene percepita dai mercati come una costruzione politico economica in crisi, anche a rischio di "secessione" da parte di qualche Stato membro, allora si potrebbe verificare una fuga degli investitori verso l'altra sponda dell'Atlantico. E questo sarebbe un vero disastro.
La ferrea disciplina fiscale imposta da Bruxelles, ad immagine e somiglianza del modello tedesco, ha dunque lo scopo di rassicurare i mercati e gli investitori che le finanze di Eurolandia, anche se non prospere, sono almeno in ordine. Uno stratagemma che fino ad ora ha funzionato, ma che fatica a nascondere i problemi strutturali che attanagliano l'economia di molti Stati membri perché in fondo li accentua. Così quella francese, che dall'inizio dell'anno stagna, nel 2015 dovrebbe crescere di appena l'1 per cento per arrivare all'1,9 per cento nel 2017, valori ben al di sotto di aspettative e proiezioni formulate all'inizio dell'anno. Un quadro ancora più deprimente ce lo offre l'Italia che ha abbassato le proiezioni di crescita per il 2014 a -0,3 per cento, un calo enorme rispetto allo 0,8 per cento previsto ad aprile di quest'anno.
Dietro l'atteggiamento "quasi bellico" del governo francese c'è dunque una debolezza di fondo che ormai accomuna tutta la fetta mediterranea di Eurolandia e che rischia di mandare ancora più in crisi il processo di integrazione europea. Problemi strutturali sono alla base della pessima performance economica della Francia, che nella graduatoria compilata dal World Economic Forum si trova al 121° posto per competitività ed al 135° per gli incentivi ad investire al netto della tassazione, su un totale di 144 nazioni.
Riassumendo il problema dell'economia francese è la rigidità: il 55 per cento del Pil proviene dalla spesa pubblica, il sistema di tassazione è dunque elevatissimo; chi ha la fortuna di lavorare è protetto da un sistema sociale a prova di bomba, di cui fa parte la settimana di 35 ore; chi invece è fuori è destinato a rimanerci proprio a causa dei privilegi di chi lavora. Una situazione insomma surreale che conferma quanto molti pensano, ossia che la Francia sia ferma agli anni Settanta quando la tensione tra operai e capitalisti era massima.
Per rilanciare l'economia ci vorrebbe un nuovo modello ma l'attuale presidente è forse il personaggio peggiore per poterlo concretizzare. François Hollande è il presidente francese meno popolare del dopoguerra, una debolezza che probabilmente lo spinge a comportamenti eccessivamente aggressivi e irrazionali nei confronti di Bruxelles e a rivendicare diritti e privilegi abbandonati in nome di un'Europa sempre più unita.

Fonte: www.caffe.ch

Per essere informato degli ultimi articoli, iscriviti:
Cedistic © 2014 -  Ospitato da Overblog