Alcune note sul caso di Reyhaneh Jabbari

Alcune note sul caso di Reyhaneh Jabbari

La condanna a morte della giovane Reyhaneh Jabbari, come era prevedibile, ha scatenato una nuova crociata anti-iraniana da parte dei media nazionali. Come spesso accade in queste situazioni, la grancassa delle solite note testate, occulta e mistifica alcune questioni rilevanti riguardanti la giovane Jabbari e l'ordinamento giuridico della Repubblica Islamica.

Nessun giornalista occidentale si è premurato di consultare i capi d’accusa e le prove raccolte dal Tribunale iraniano. I giudici avevano rilevato che la giovane aveva acquistato l'arma del delitto ( un coltello da cucina) due giorni prima dell’omicidio. La vittima Morteza Abdolali Sarbandi, inoltre, era stata colpita alle spalle. Si può parlare realmente di legittima difesa? Non solo. Dalle prove raccolte risultava che “Jabbari avesse inviato un sms ad un amico nel quale lo informava che avrebbe ucciso l’uomo, con ciò dimostrando che l’omicidio era premeditato e che l’affermazione della donna di volersi difendersi dallo stupro è senza fondamento”.

Mi pongo una domanda: un giornalista onesto può scrivere di un fatto senza verificare in modo scrupoloso tutte le fonti? E ancor di più, come in questo caso, di un evento delittuoso accaduto a migliaia di chilometri di distanza? Forse i giornalisti italiani hanno consultato i documenti dei giudici iraniani ( scritti in lingua farsi)?

Ne deduco che i mass media sono funzionali a determinati interessi geopolitici che nulla hanno a che vedere con una corretta informazione.

I giornalisti italiani, e non solo, il più delle volte visceralmente avversi all'Iran, insistono sul fatto che secondo la legge islamica l’adulterio verrebbe punito con la lapidazione. Nessuno si premura di dire che queste vergognose esecuzioni avvengono nelle petrolmonarchie nostre alleate e non di certo in Iran.

Ciò detto, non vi è alcun dubbio che il sistema giudiziario in Iran sia molto duro, ed è del tutto evidente che la pena di morte debba essere sempre combattuta e respinta.

Nella Repubblica Islamica dalla sentenza all’esecuzione debbono trascorrere cinque anni per poter dare la possibilità ai familiari della vittima di perdonare il colpevole. Con il perdono si andrebbe ad interrompere l’iter che porta alla esecuzione della sentenza di morte.

Perdono, purtroppo, che in questo caso non c'è stato.

Jules Previ

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